I Barbari: considerazioni inattuali su una società perfettibile.

i barbari

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

 

Perché mai tanta inerzia no Senato?

E perché i senatori siedono e non fan leggi?

 

Oggi arrivano i barbari.

Che leggi devon fare i senatori?

Quando verranno le faranno i barbari.

 

Perché l’imperatore s’è levato

così per tempo e sta, solenne, in trono,

alla porta maggiore, incoronato?

 

Oggi arrivano i barbari

L’imperatore aspetta di ricevere

il loro capo. E anzi ha già disposto

l’offerta d’una pergamena. E là

gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

 

Perché i nostri due consoli e i pretori

sono usciti stamani in toga rossa?

Perché i bracciali con tante ametiste,

gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?

Perché brandire le preziose mazze

coi bei caselli tutti d’oro e argento?

 

Oggi arrivano i barbari,

e questa roba fa impressione ai barbari.

 

Perché i valenti oratori non vengono

a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

 

Oggi arrivano i barbari:

sdegnano la retorica e le arringhe.

 

Perché d’un tratto questo smarrimento

ansioso? (I volti come si son fatti seri)

Perché rapidamente le strade e piazze

si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

 

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.

Taluni sono giunti dai confini,

han detto che di barbari non ce ne sono più.

 

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?

Era una soluzione, quella gente.

Costantinos Kavafis – Aspettando i barbari

La figura dei barbari è indubbiamente affascinante.

Questi esseri lontani anni luce da noi eppure così vicini per natura e per fisionomia.

Sono sempre soggetti plurali, una massa disorganizzata, informe e senza volto, sui quali si può sparare senza preoccupazione alcuna, tanto, anche se dovessimo ucciderne qualcuno, morirebbero come i mostri dei film transoceanici: con dei versi incomprensibili (quei famosi “Baar-baar”) e il volto sfigurato dal dolore e dalla rabbia.

I loro costumi sono sempre rigorosamente bizzarri rispetto ai nostri che, invece, temprati dal duro esercizio morale, sono indirizzati a un bene più buono di qualsiasi altro.

Come sono spaventosi e al contempo affascinanti!

Loro che possono permettersi le peggiori efferatezze visto che non conoscono lo Stato, loro che possono vivere in modo promiscuo dato che non conoscono la Religione, loro che “se i nostri si imbarbariscono” è colpa loro.

I barbari sono il miglior cuscinetto sociale contro il quale sfogare tutte le nostre rabbie represse, le nostre frustrazioni di una società che non funziona proprio perché siamo noi a non funzionare.

“Se in casa il figlio beve e fuma non è colpa del genitore bevitore e fumatore ma del barbaro che lo attende appena fuori dall’uscio di casa per pervertirlo a costumi poco consoni a fanciulli indifesi di una sgangherata Polis. Se le banche (ora la sparo grossa!) sono così avverse ai risparmiatori è perché sono in mano ai barbari! I barbari ci rubano il lavoro! I barbari vengono da lande desolate e afflitte dalla guerra solo per stuprare le nostre donne e portarci via i nostri bambini!”

Non sono all’ordine del giorno queste frasi in una comune famiglia della Polis? Non ci riconosciamo, almeno per un istante, in certi motti di spirito simili?

Ecco che il profugo immigrato, il banchiere tedesco, il politico francese e lo statista americano si trasformano in animali sbavanti e cattivi, sempre pronti a gabbare il “povero” risparmiatore medio italiano ammogliato con la donna media italiana ed entrambi residenti nel paesino medio italiano.

Tutte le popolazioni barbariche si sono messe in combutta per rendere la vita media italiana un disastro e giustamente si ritiene che chiudendo lo steccato della fattoria, lasciando fuori gli altri per intenderci, si risolva il problema.

C’è però un istante della giornata, quel momento intimo in cui ci allontaniamo dalla frenesia del sociale-a-tutti-i-costi che ci fa capire il nocciolo del problema e ci sale l’angoscia.

Quel mostro sbavante, lasciato debitamente fuori dalla nostra proprietà, ora ci appare davanti, prepotente e invincibile.

Si tratta della nostra immagine riflessa da un comune specchio di un comune bagno.

Siamo noi quel barbaro agghiacciante, noi quegli incivili che con la scusa della buona società abbiamo permesso determinati giochi politici, noi quelle bestie che segretamente pensano “in fin dei conti non mi sorprende che l’abbiano stuprata… Guarda come va in giro vestita!”, noi quei bifolchi che si sono dati la tacita autorizzazione a essere peggiori.

Eppure pretendiamo che quell’altro, quel maledetto altro che ci dimostra con la sua esistenza che non siamo soli, sia impeccabile.

Montiamo gazebo ai lati delle piazze per convincere le miriadi di “Sciura Maria” che è giusto cacciare dalle nostre proprietà tutto quello che è diverso, in disaccordo con il generale consenso pubblico.

Il tutto, ovviamente, nel più democratico dei modi.

Riempiamo i contenitori mediatici di immagini che ci mostrano quanto i barbari siano cattivi e come, in fin dei conti, nemmeno soffrano quando li cacciamo o li ammazziamo.

Ci stiamo convincendo che un mondo pieno di barbari sia un mondo migliore, una realtà fatta di nemici sui quali riversare l’olio bollente con mano colpevole.

Ecco che l’Europa diventa un problema, l’unione con l’altro è scomoda e rischiosa; forse perché, come notò un vecchio greco qualche secolo fa, una volta scoperto che non ci sono più barbari da uccidere, il sistema intero si rompe e tutti sono costretti a rincasare senza aver visto in distanza il volto del nemico.

Mendes Biondo

(Giornalista Pubblicista)

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