La maschera dietro Eyes Wide Shut: storia di uno scrittore viennese

Arthur Schnitzler

“Sono nato a Vienna il 15 maggio 1862 nella Praterstrasse, allora chiamata Jagerzeile, al terzo piano del palazzo confinante con l’Hotel Europe; e poche ore dopo, mio padre me lo ha raccontato spesso, trascorsi un certo tempo sulla sua scrivania. Non so più se quella sosta, comunque inconsueta per un neonato, fosse stata decisa dalla levatrice o da mio padre; – in ogni caso, l’episodio gli forniva sempre lo spunto per una evidente scherzosa profezia della mia carriera di scrittore, – una profezia, per altro, al cui avverarsi egli avrebbe assistito solo per un tempo assai breve e con gioia decisamente non priva di riserve.”

Queste parole che mi sono permesso di citare sono le stesse con cui Arthur Schnitzler parla di sé nella sua autobiografia. Egli fu figlio di un noto laringoiatra appartenente a quella haute bourgeoisie ebraica che era stata l’anima della vita viennese ed austriaca soprattutto nel periodo che va dal 1860 al 1897, anno in cui l’Imperatore Franz Joseph piegandosi alla volontà dell’elettorato è costretto a ratificare la nomina a Borgomastro di Vienna del cattolico Karl Lueger facendo così tramontare ingloriosamente l’era liberale e dando vita a quella crisi che porterà l’Austria a decadere fino al tragico epilogo del ‘18.

Continuando a spulciare nella biografia di Schnitzler vediamo che i suoi viaggi in Italia e la sua laurea in medicina, per altro mai del tutto desiderata per davvero, influenzano i suoi temi ed il suo stile di scrittura tanto da portarlo a dar vita ad un’innovazione tanto straordinaria quanto soffocata dai rivolgimenti storici che lo vedranno partecipe.

Addirittura Sigmund Freud, padre della psicoanalisi nonché amico dello scrittore austriaco, lo definirà, in un carteggio privato, nel quale si rintraccia una vaga venatura d’invidia, il suo doppio viste le capacità e l’acume dello Schnitzler nel sondare la psiche degli uomini del suo tempo. Persino gli amanti di Joyce dovranno rivedersi leggendo la frase che segue: Arthur Schnitzler fu il primo in assoluto ad utilizzare la tecnica del discorso interno diretto (quello che in Joyce verrà definito con interior monologue).

Saranno quindi i suoi lavori come Il sottotenete Gustl (Leutnant Gustl: che, per gli amanti del nozionismo, inaugura gloriosamente il nuovo secolo, apparendo sulla “Neue Freie Presse” il 25 dicembre 1900) e La signorina Elsa (Freulein Else; 1924) ad avere come nota dominante questa tecnica di scrittura, il primo dei quali, a prescindere dallo stile, gli costerà una degradazione da medico militare da parte dell’Esercito Imperial-regio per aver “danneggiato ed infamato l’onore e la reputazione delle forze armate austro-ungariche”.

Ovviamente Schnitzler non si lasciò prendere dal panico e continuò a scrivere racconti, drammi e romanzi brevi che avevano come fine quello di denunciare la società nella quale stava vivendo.

Per dare dimostrazione concreta di quanto detto, sono illuminanti le parole di Italo Alighiero Chiusano che ha curato la prefazione critica per Edizioni Studio Tesi della raccolta intitolata La danzatrice greca: “Pirandello e con lui Schnitzler e persino Freud, ci toccano così a fondo proprio perché non danno randellate allegre a un mondo che non li riguarda, ma perché fanno un doloroso karakiri [N.d.R. corsivo mio] alla loro intima natura, o almeno alle certezze e alle regole di vita che l’educazione aveva stampato dentro di loro. Inoltre c’è una ragione artistica, forse primaria. Come tutti i veri artisti gli Schnitzler e i Pirandello hanno un amore irresistibile del concreto, un odio irrinunciabile per l’astratto”.

Si può notare da queste parole una spudorata evocazione a quello che sarà successivamente e a diversi chilometri di distanza lo spirito letterario di Jean-Paul Sartre. Anche il Parigino non si limiterà a “tirar randellate”, odierà l’astratto e si concentrerà su tutto ciò che è concreto. Per chi avesse già letto La Nausea si sarà reso conto che Sartre non prevede una benedizione ultraterrena, un Eden al quale si può giungere ma un continuo rimestarsi della nostra esistenza e spalmarsi sul tempo che ci è concesso vivere su questa terra senza un apparente Senso; le stesse sensazioni, nate da una discussione con un ricco fornaio, le proverà anche quel Sottotenente Gustl che valse allo Schnitzler il demerito da parte dell’Esercito.

La stessa ripugnanza per la società la vivrà, fino all’estremo gesto, anche la signorina Elsa, giovane fanciulla costretta a prostituirsi dalla famiglia benestante per salvare il padre daidebiti. Elsa si immolerà alla causa, come una piccola Lucrezia, rompendo tutti i tabù che la buonasocietà viennese le imponeva.

I suoi eroi soffrono di un titanismo nanico in quanto pensano di patire i travagli di una Medea euripidea laddove vivono semplicemente gli umori neri di fanciullini cresciuti nella bambagia. A tale proposito diventa esempio esaustivo il racconto del nostos di Fridolin, protagonista del libidinoso Doppio sogno (per gli amanti del cinema d’autore è possibile vederne una versione realizzata da Stanley Kubrick nel 1999 intitolata Eyes Wide Shut), si troverà a vagare per le strade di Vienna alla ricerca di quel qualcosa che lo riesca a liberare dalle catene che gli sono imposte dalla società.

Lo stile di scrittura schnitzleriano è avvolgente, pare che coinvolga il lettore in una danza gioiosa mentre ci mostra il cadavere squisito di una società arrivata oramai al capolinea; Kubrick non avrebbe potuto scegliere brano migliore del valzer di Schostakovijtch per fare da colonna sonora al suo adattamento cinematografico di Doppio sogno proprio perché sono quelli il ritmo, la frenesia tranquilla, e il modo, l’abbraccio danzante, con i quali Schnitzler ci butta nel baratro psicologico di Fridolin e di tutti i suoi personaggi.

I rimandi che si possono fare tra le opere del Viennese e tutta l’arte successiva sono davvero troppi per poter essere trattati in maniera esaustiva in un singolo articolo tanto è che Schnitzler rimane uno di quegli autori che meriterebbero di essere riscoperti e capiti per apprezzare al meglio ciò che è stato il Novecento.

Mendes Biondo

(Giornalista Pubblicista )

EyesWideShut

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