Lettere dal carcere di un insolito Marchese

Sade-Biberstein

“O mio Dio non ho che una preghiera da rivolgervi, e voi non volete accordarmi la grazia per insistenti che si facciano le mie suppliche; questa grazia, questo favore insigne sarebbe, o mio Dio, di non scegliere come correttori dei miei costumi uomini ancora peggiori di me; di non abbandonare uno che è colpevole solamente di eccessi minimi e abbastanza comuni nelle mani di bricconi induriti nel male, i quali poco curandosi delle vostre leggi si fanno un gioco di violarle in ogni momento della giornata. Mettete, mio Dio, il mio destino nelle mani degli uomini virtuosi: la virtù è la vostra immagine in terra, e solo chi la rispetta può arrogarsi il diritto di correggere il vizio. O migliore degli Esseri, non scegliere quali miei tutori un monopolista, un ladro dei poveri, un bancherottiere, un sodomita, un filibustiere, un alguazil dell’Inquisizione di Madrid, un gesuita sfrattato e una ruffiana. Se è necessario che io sia sacrificato, o mio Dio, se così è scritto nel Vostro grande Libro, se mi avete fatto nascere per servir di zimbello a puttane e da pastura ai porci, Voi che più di tutti sapete che dalla mia punizione non posso uscire che peggiorato, ossia con un supplemento di odio per il comportamento dei miei fratelli; fate almeno con la Vostra santa onnipotente volontà che io possa servire di esempio ai miei compatrioti, fate che i vili scellerati che ho nominato constatino l’inutilità dei loro rimedi, rinuncino a nascondere ormai le loro nefandezze sotto la maschera di una inesistente giustizia, ed escogitino altri mezzi per asservire i loro simili ai prodigiosi disordini della loro vendetta e della loro cupidigia.

Amen.

Fructus belli.

2941301427

Il Marchese de Sade, visto come il figlio del Demonio per la maggior parte delle persone, l’inventore del “sadismo” e l’autore di innumerevoli opere di taglio erotico e antimetafisico, sempre pronto al lazzo verso i credenti e allo sputo verso tutto ciò che è riconducibile a Dio, così sfoga la sua frustrazione nei confronti della detenzione per libertinaggio alla quale è costretto dalla madre di sua moglie, la presidentessa di Montreuil, e dall’allora governatore di Vinciennes, Charles de Rougemont.

 

Narratore fiero di soverchierie ai danni degli altri come quelle raccontate dalla splendida Duclos durante “Le 120 Giornate di Sodoma”, o come i resoconti che si innalzano dalle lacrime torrenziali della pudica Justine nell’omonima opera che reca come sottotitolo “Le sventure della virtù”.

Sventure che lo stesso Sade si sente cadere addosso durante il suo soggiorno coatto nella “stretta celletta” di Vinciennes e nell’altrettanto angusto appartamento adibitogli nella Bastiglia.

Il Titano violento, il Libertino per eccellenza viene a dimostrarsi così, fuori dalle pagine peccaminose delle sue opere, un essere fragile e dal cuore sensibile capace anche di invettive verso la moglie e la suocera, imputate di essere coloro che hanno tramato, e che continuano a tramare anche durante la sua permanenza in carcere, al fine di mandarlo sempre più in una disgrazia a lui incomprensibile visto che le sue azioni non sono tanto dissimili da quelle che operano altri Marchesi o Duchi disseminati per il territorio francese.

Nonostante il suo indebolimento fisico, la verve provocatoria non si affievolisce e così scrive ai “signori ufficiali di Stato Maggiore della Bastiglia”:

“Monseur de Sade fa presente ai signori ufficiali dello Stato Maggiore che il Governatore gli fornisce vino a tal punto adulterato da turbar quotidianamente la sua salute; mentre non è certamente intenzione del re di permettere al governatore che sia rovinata la salute di coloro che gli sono affidati in custodia e del cui nutrimento deve preoccuparsi: tanto più che tale mancanza serve unicamente a riempire la borsa del signor de Launay [N.d.R.: Governatore della Bastiglia su cui Sade non tardò a riversare l’odio e il disprezzo che aveva già riservato al caro vecchio Rougemont], o dei suoi servitori. […]”

 

Il vero terrore, per di più motivato, degli aguzzini del Sade, è quello derivante dalla sua arguzia, dalla sua capacità di colpire spietatamente sui nervi scoperti della società, sulle piccolezze dei grandi uomini ridotti così a formiche di fronte agli intellettuali dell’epoca.

Durante il periodo di allontanamento dalla società si acuisce questa capacità critica tanto che, in una lettera rivolta all’amante de Rousset scrive:

 

“Volete saperle le mie riflessioni? Eccole: che il primo uomo che si è arrogato il diritto di disporre dei propri simili avrebbe dovuto essere arrotato. E quando io vedo delle creature limitate quanto me arrogarsi il diritto di dirigere la mia vita, di presumere arrogantemente di dettar legge su quel che è bene per me o che è male, allora io mi vedo cittadino della repubblica degli asini nella quale ciascun vuol dare consigli e tutti finiscono col brucare il medesimo prato! O Uomo, quanto sei cosa piccola e vana! Non hai che il tempo di contemplare il sole, di sfiorare con i tuoi occhi l’universo, e già la tua occupazione maggiore è di tormentare i tuoi simili! “

 Jean-Baptiste_François_Joseph_de_Sade

Quanta differenza di pensiero da ciò che esce dalle bocche dei personaggi pervertiti della “Filosofia nel Budoir” o di “Justine” o come quelli di Durcet e del Presidente de Curval, per non parlare della distanza abissale che si nota rispetto a quanto sostenuto dalle teorie della Saint-Ange!

Che ci sia, dunque, da rimettere in questione un personaggio che si dava già bell’e spacciato per il cattivo della letteratura? Non vi si rintraccia, forse, uno spirito più illuminato di tanti altri pensanti a lui coevi?

Procedendo nella disamina delle lettere si leggono passi che a loro volta aprono squarci di luce sul personaggio tenebroso come per esempio quando, scrivendo alla sua amante, dice:

 

“Ebbene, mia cara santa [N.d.R.: modo confidenziale con cui Sade si rivolge alla Rousset], ecco passato il capodanno senza che siate venuta a farmi visita. Inutilmente vi ho aspettata tutto il giorno; e mi ero fatto bello, cipria, pomata, barba a pelo e contropelo; avevo messo da parte gli stivali foderati di pelliccia, avevo scelto un bel paio di calze di seta verde, avevo indossato pantaloni rossi, farsetto giallo e abito nero, e un bel cappello ricamato d’argento – ero elegante, elegante signore. […] In vostro onore avevo preparato un piccolo concerto: tre tamburi, quattro timballi, diciotto trombette e quarantadue corni da caccia pronti per eseguire una piccola gentile romanza che avevo composto per voi […]”

 

Il prigioniero continua la stesura della lettera con parole che mal si accordano con uno dei motti libertini che maggiormente amava (Del culo di una donna spesso non si sa che farsene!) e tradisce un animo aperto al corteggiamento più che allo stupro.

 

Un ultimo punto sul quale soffermarsi resta quello del rapporto padre-figlio che nelle opere letterarie viene visto come qualcosa di totalmente gratuito e sgradito.

Riconoscere nella prole qualche dovere non è obbligatorio a chi la possieda; non solo, esso può anche disporne come più desidera richiedendo prestazioni al limite dell’umano senza che i figli si possano ribellare.

Teoria che può essere mutuata da un cartesianesimo malato, dall’egocentrismo più spinto al far quel che si vuole, senza responsabilità, verso l’altro.

Con queste parole, apparentemente rudi ma che lasciano intravvedere in filigrana l’interesse paterno verso un futuro illustre per il figlio, si rivolge al suo primogenito Louis-Marie:

 Marquis_de_Sade_by_Loo

“Sono appena venuto a sapere, signore, che i parenti di vostra madre vi destinano un grado di sottotenente in uno degli ultimi reggimenti della fanteria francese. Io vi proibisco, signore, di accettare un tal posto; un grado di sottotenente di fanteria non è fatto per voi, e io non tollero che lo occupiate. O non entrerete affatto nell’esercito, o servirete agli ordini di monsieur de Chabrilland, vostro parente, nel corpo dei carabiniers.

Se poi venissi a sapere che, nonostante l’espressa mia proibizione, voi avete avuto la debolezza di disobbedire a parenti dai quali non dipendete in alcun modo finché io vivo, potrete darmi un eterno addio perché io non acconsentirò a vedervi mai più.

Questo è un ordine che vi do. Chi si prendesse la responsabilità di nascondervelo risponderà con la sua anima e coscienza delle sventure che con il disobbedirmi attirerete sul vostro capo; e io vi mando fin d’ora la mia maledizione se entro due mesi non avrò da voi conferma per iscritto che le mie volontà non saranno eseguite”.

 

Mendes Biondo

(Giornalista Pubblicista)

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