Introduzione all’Underground newyorkese

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«Se eri un artista nel 1961 in America, nel vasto panorama americano, eri una figura solitaria» – così parla John Strausbaugh, autore di The Village: 400 years of Beats and Bohemians, Radicals and Rogues, a history of Greenwich Village (2014).
Il Greenwich Village, oggi famoso quartiere residenziale di New York, iniziò ad attrarre poeti del calibro di Walt Whitman già dalla seconda metà dell’Ottocento; un secolo dopo, accanto alla città di San Francisco, fu il fulcro della cultura Beatnik, tanto che gli hipster – quelli veri – lo chiamavano Endsville, la città alla fine del mondo, un nome associato a desolate e indesiderabili località immaginarie “rintracciabili” anche nel romanzo di fantascienza del 1966 The Moon is a harsh mistress (La Luna è una severa maestra) a opera di Robert Anson Heinlein.

Certo, sarebbe stato bello poter visitare quei posti nel 1923, quando il sipario del Greenwich Village Follies portava dipinta l’impresa di Zelda Fitzgerald di tuffarsi in una fontana di Washington Square (o forse era quella di Union Square, non è mai stato precisato); ma molti locali che hanno fatto la storia dell’underground americano esistono ancora, come il leggendario Cafe Wha? al 115 di MacDougal Street, dove negli anni Sessanta Bob Dylan fece il suo debutto newyorkese e dove si esibirono personaggi letterari quali Allen Ginsberg e Jack Kerouac.

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Universalmente accreditato come il padre della Beat Generation, Jack Kerouac soggiornò a New York la prima volta nel 1939 quando si iscrisse alla scuola preparatoria Horace Mann e l’anno successivo alla Columbia University; ne racconta l’esperienza nella coda finale del suo struggente romanzo Maggie Cassidy: allora viveva in un appartamento a Brooklyn, andava a scuola in metropolitana, sognava come sognano tutti i ragazzi – «Ero a letto e pensavo che sarei diventato un grande eroe di New York con lineamenti rosei e denti bianchi.» Vi sarebbe tornato meno di un decennio dopo per iniziare il grande viaggio descritto in Sulla strada, dove avrà per questo luogo pensieri ambivalenti, ne parlerà come di una città che «non riposa mai» (d’altronde, ne dirà lo stesso anche Liza Minnelli).

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La descrizione calza a pennello. Tanto per cominciare, per chi come me arriva dalla Germania, ma anche per chi viene dalle vicine Washington o Philadelphia, è un vero sollievo trovare empori e alimentari che restano aperti fino alle otto di sera, o addirittura 24 ore su 24 (dopo più di tre anni di vita in Baviera non mi sono ancora rassegnata alla cena alle sei del pomeriggio). Times Square, il centro vitale di tutta la città, pullula di vita a ogni ora del giorno, quel giorno eterno che le luci dei suoi grandi tabelloni insistono a perpetuare anche quando il trapezio scaleno del cielo è già scuro oltre gli abbacinanti aloni colorati. Si dice che sostando per quindici minuti in Times Square finisci per vedere qualcuno che conosci, o qualcuno che somiglia a qualcuno che conosci; ho fatto la prova e potrebbe essere vero.

Ma New York è underground a ogni angolo di strada, è l’underground per eccellenza; tra i suoi amplissimi e invisibili confini l’underground si può incontrare ovunque tranne che nel solo posto in cui un britannico si aspetterebbe di trovarlo, cioè sotto terra – il nome inglese dei treni metropolitani è infatti sostituito negli USA con il termine subway. Moltissimi altri sostantivi di uso quotidiano si differenziano dal corrispettivo inglese, quasi a dichiarare la volontà statunitense di distanziarsi il più possibile dalla sua progenitrice; solo per fare un altro esempio: se vi recate in un locale o in un museo non chiederete di visitare the toilets o the bathroom, bensì the restroom.

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Come ogni città dell’epoca moderna (e New York è moderna per antonomasia, giacché in storiografia l’inizio di questo periodo si fa risalire alla scoperta del continente americano) si è costruita un’identità ex novo, quella che ha poi smerciato al resto del mondo – è facile sentirsi a casa in un luogo di cui parli perfettamente la lingua perché l’hai studiata a scuola, di cui conosci ogni uso e costume perché lo hai visto in televisione o dal McDonald’s alla stazione di Santa Maria Novella e dove ogni frequenza radiofonica trasmette le stesse canzoni che ascolti anche tu (non è affatto scontato: provate a salire su un taxi a Tehran e capirete cosa intendo). Con un’ingente somma di denaro procurato dai suoi storici banchieri New York ha saputo ricostruire all’interno di splendidi musei interi millenni di storia asiatica, africana ed europea, tale da coprire la distanza che la separa dagli albori della civiltà all’inizio della sua stessa storia: ecco che al National Museum Of Natural History potrete trovare tra le altre cose i mastodontici scheletri dei dinosauri resi famosi dal film Una notte al museo; mentre al Metropolitan Museum Of Arts potrete incappare nella più ricca collezione delle ballerine di Degas come negli interi resti di antichi templi egizi, ed è in questo stesso luogo che dopo un’annosa ricerca ho finalmente incontrato la stampa originale de L’onda di Hokusai.

Per gli appassionati di vecchi sceneggiati televisivi segnalo, al 120 della 46esima West, non lontano da Hell’s Kitchen, la sede della (Former) School Of Performing Art, le cui vicende immaginarie sono narrate in Fame! (Saranno famosi) – oggi non più attiva in quanto interamente soppiantata alla metà degli anni Ottanta dalla prestigiosa Juilliard School, menzionata in film come Flashdance. Della vecchia accademia d’arte non resta che una targa commemorativa sulla facciata, ma è comunque poco più di tutto quello che c’è da vedere su quel lato della strada. Le scene in interni sono state infatti girate a Los Angeles; inoltre, la direzione non autorizzò mai le riprese alla facciata del vero istituto e in sua vece fu utilizzato l’ingresso della chiesa sconsacrata che si trova di fronte: è quello il vero posto da vedere.

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I leggendari cinque distretti più o meno malfamati sono ormai stati felicemente integrati nell’armonia della metropoli e quindi agevolmente visitabili: si pensi che il nuovo stadio dei New York Yankees, forse la squadra di baseball più famosa nel mondo, è stato inaugurato nel 2009 proprio nel Bronx – di quel famigerato passato non resta che il nome 5 Boro impresso su insegne di fast food e spacci di articoli per skateboard. A imperitura memoria dei trascorsi underground di queste zone segnalo il progetto multimediale The New York Hardcore Chronicles 1979-2015, che si pone l’obiettivo di ricostruire la storia della scena hardcore locale.

Consigli pratici
Alla luce delle numerosissime attrazioni e dell’esoso prezzo di ingresso di molte di esse, è consigliabile il preventivo acquisto del New York Pass. Per chi è già stato a Londra si tratta di una chiave d’accesso a tutti i principali luoghi di interesse identica al London Pass ma senza l’opzione di integrazione dei mezzi pubblici. Attraverso il corriere Fed Ex è possibile riceverlo a casa in pochissimi giorni dopo l’ordinazione.

Sara Mazzini

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