Osvaldo Lanza: un chirurgo-poeta tra le pagine di un vecchio libro di medicina

Foto Osvaldo Lanza

Che i libri contengano al loro interno delle storie di vita non ne ho mai avuto dubbi, ma quello che mi si è posto di fronte quando aprii un vecchio tomo di fisiologia, pubblicato dalla Vallardi nel lontano 1938, va fuori da ogni possibile “storia di vita” raccontata.
Mi recai, intorno al periodo di Pasqua, ad un mercatino di libri usati in un paesello fuori Mantova per fare un giro e per cercare qualcosa di buono da aggiungere alla mia libreria.
Dopo qualche giro tra le bancarelle, e diverse piccole spese, mi avvicinai a tre tomi di fisiologia con la copertina grigia e le scritte rosse. Ero rimasto incuriosito tanto dal grado di conservazione quanto dal prezzo allettante.

Mi feci convincere dal venditore e misi nella sporta anche quei testi pensando che, un giorno o l’altro, mi sarebbero stati utili per rielaborare qualche progetto frullatomi nel cervello.
Subito non mi resi conto della sorpresa che portavano con loro altrimenti penso che non avrei esitato più del dovuto ad appropriarmene.
Appena alzai la copertina mi si presentarono di fronte due fogli A4 incartapecoriti con delle scritte battute a macchina ad inchiostro blu ed una fotografia ingiallita con dei giovani ribaldi in posa.
Il cuore mi diede un colpo.
Ero di fronte alle poesie inedite di uno sconosciuto studente di medicina.

Scartabellai e feci passare le pagine del testo una per una riempiendomi i polpastrelli di una leggera polvere, tipica dei vecchi libri lasciati a se stessi per un lasso di tempo immemorabile, alla ricerca di maggiori informazioni che trovai – la distrazione gioca brutti scherzi – proprio sul frontespizio del secondo volume.
Avevo un nome, un cognome e un luogo di provenienza oltre ad una, abbastanza scontata vista la natura dei testi, professione: Osvaldo Lanza, Medico-Chirurgo, Bariano – Morengo Pagazzano.

Feci delle ricerche e, come è immaginabile, non trovai praticamente nulla; il Lanza, a quanto pare, ha professato il proprio mestiere senza darsi alle arti e alla pubblicazione.
Per omaggiarlo del regalo inaspettato che mi ha fatto e perché ritengo buone le poesie scritte mi permetto ora di pubblicarle per la, spero, gioia dei lettori di RAMINGO! promettendovi di farlo ancora qualora fossi in grado di trovare altri pezzi mancanti del puzzle.

Mendes Biondo
(Giornalista)

QUEL VINO GENEROSO … O VERITÀ INCONFUTABILI

Allegro son chè al vin gli debbo i brio
di questo spirto mio inoblioso e calmo
che par si vesti a nuove gioie occulte
da tempo in me assopite o rattristate.
Dire che cosa sento in quest’istante?
O dur sarebbe a què che amai sì tanto
tutto lo sprezzo mio che covo in core
se non frenassi il dir di questo senno!
Ingrati ardor che avete a questo petto
il suo profumo tolto e la sua speme
che mai dovria a voi dirvi mente mia
tutta rivolta a voi ne’ tempi andati?…
E questi siete voi fanciulle belle …
che mentre sorridete un cuor straziate
senza vergogna ad onta al vostro onore;
così che a voi io canto in questa sera
lo sprezzo che ripiena l’alma svuota.
Venite ancora a me co’ vostri lacci
co’ vostri pii sorrisi deliziosi
per bindolarmi a rosei vostri sogni …
chè poi doman vi l’estro al capo
e con saluto pieno di rimpianto
e lagrime di cocodrillo abbiette,
voltate ad altri il vostro bel sorriso,
così come al provar d’un paio scarpe
ch’entusiasmate a quelle più lucenti
ch’ha fibbie che vi luccican pe’ gli occhi,
scansate con il piede quelle prime
già serve a voi devote nel calzarvi.
Venite ed or saprò donarvi anch’io
gli affetti più sentiti del mio cuore …
sarebber quest’affetti i più volgari
riverbero del ben da voi avuto,
che senza in me arrossir né il viso ebroso
né l’alma quieta e paga del suo fatto,
vi donerei con l’arte più sedotta,
per ripagarvi grazie ben pagate
da questo cor per voi fatto sì triste.
Ancor dirò di quel che sento in petto
pe’ que’ che ignoran scritti e letterati,
e a me che son di studi il più profano,
ma dedico la mente a grande sforzo
per far verso gli studi passi grandi,
a questi che mi voglion criticare
pur non sapendo il vero de’ mie’ detti,
dirò che l’asin sgobba a portar soma,
e se intelletto ha corto, pure all’uomo
col fadigar si rende almen prezioso;
ma loro che mi fan giudizio a torto
son più dell’asin fessi e men preziosi,
chè il prim ci serve e loro son fastidi.
O l’estro mio come felice ha il volto
nei fiumi divampanti e dissolventi!…
Or mentre si riposa mente mia,
un altro goccio ancor per prender foga,
vo’ il labbro inumidir che gola è arsa.
Oh là! si torna ancora ai nostri fatti.
Dirò del mondo bello e lusinghiero
che ti conquide il cor ne’ primi albori,
quando la vita ancor ti sembra un sogno
pieno di rose senza spine e senza
que’ disinganni crudi e sì sfacciati
che ti sgomentan poi nel primo sveglio.
Ti levi che già il sol ti brilla in viso
donandoti vaghezza ne’ miraggi,
e t’incammini certo al tuo domani
come quel ricco a te vicin di scuola.
Le menti son le stesse e stessi i cuori:
si cresce amici fidi sinchè il senno
ci dice: tu sei pover io son ricco!…
ormai che l’abici del silabario
sai bene come io Dante e Petrarca,
poiché l’onor de’ studi a me me dato,
e a te l’oprar di braccia in officina,
farsì che più tu sia per me l’amico
che troppo m’è spregevol tua presenza.
O come piange il cor per quest’amara
disuguaglianza che ricchezza pone!…
Ma non è già qui tutto quel che ancora
verrà per soddisfarti il mesto core…
T’appresti senza studi e senza il dono
di nobili natali a domandare,
armato sol di buonvolere e onesto
intendimento a oprar con l’intelletto,
un posto sia pur umil che ti debba
sbarcare del domani il sol lunario;
e dopo averti ben guardato in viso
come tu fossi un paria oppure un scemo,
t’accolgon come merce che si paga
e fan di te ciò che non fan per bestia,
che bestia quando è stanca tira calci
e tu se car t’è il pan devi tacere.
E pur d’ignoranza son ripieni,
si credon verso te despòti e principi
perchè dell’oro tengon lor la chiave,
la sola che nel mondo fa cantare
e può spezzar l’inerme con viltà.
E così via qual vento che ti sferza
sei or d’un capo all’altro tu sbandato
come la nave fragile nel mare,
perchè non hai diplomi ambiti e stolti
che dicon: tu sei dotto e mente aperta.

E vai occulto e solo in questa vita,
senza conforti e gioie al limitare
dell’esistenza tua stanca al vivere,
cogli anni più affannosi e tormentosi
desiderando sol l’amica Morte
che scioglieti agli amplessi di sventure,
senza rimpianto e senza alcun protesta
per la miseria che vi lasci in terra;
come quel tal che nato storpio e cieco
non disperò al morir se il cielo bello
non vider le pupille sue già spente;
chè Tenebre e Sventure sue compagne
l’accompagnaron gravi nella vita.

normal_RFI_Stazione_Morengo_(101)
AL MIO LIBRO DI MEMORIE ANTICHE

Molt’anni son trascorsi da quel dì
che ti riposi in questo canto oscuro
e pure parmi ier che qui ti misi
pieno di sorridenti mie impressioni;
obliato, or ti ritrovo e i dì che furo
mi desti, e doni tenerezza al core.
Tenerezza piena di nostalgia
che cangiasi in rimpianto e dispiacere
al veder che tutto a questo mondo,
sian gioie dolori affetti, mutansi,
come il variar del tempo in primavera.
Fedele, io solea tenerti meco
nel vago passeggiar di sotto ai pioppi,
col cor commosso ed il pensiero intento
all’appressar dell’ora più cara
che mi portava lei dal dolce viso;
e quando sorridente essa giungeva
in me sentio una gioia pien’ di pace,
e assiem con te s’andava alla brughiera
trillando lietamente spensierati.
E stretta a me vicin che la cingevo
in fra le braccia e la sentio vibrare,
sotto l’ombrosa quercia confidente,
sulle sue guance tiepide e rosate
i baci miei più teneri posavo
col cor che l’esser mio turbava tutto.
Poi pria di che il sol sparisse al nostro sguardo
e che dalla chiesetta il lento suono
giungesse a noi e ci chiamasse a casa,
sfogliavo le tue pagin pien d’affetto;
e ognuna d’esse mi diceva dolce
quanto soave fosse amar col core.
Tu ancora mi rammenti gioie e pene,
le lunghe sere quan lontan da lei
mi si crucciava il cor per sua mancanza.
Sere di tedio e di malinconia
che il pensier s’adombrava di tristezza;
e nella stanza che verso il monte,
ove giungeami rauco della rana
il gracidar dal fosso sottostante,
e lungi ancor s’udia della civetta
il canto lamentevole e stridente,
al chiar di scialba luce della luna
io ti baciavo, e palpitante il core,
ti sussurrava piano qui sul petto
la piena di tormenti mal frenati
che cagionami lei, la bimba amata.
La bimba che allettatomi nel seno
dimenticò ben presto i primi baci,
i palpiti di giovanile ardore
e mi lasciò per prima il disinganno
che accrebbe poi coll’acerbar del fato.
Come fugaci e tramontati sono
que’ pien d’adolescenza rosei sogni,
beata visione della primavera!
quelle speranze, fonti di letizia,
svanite poi qual nebbia al primo sole
di mano in mano che gli affanni veri
venivano a provar questo mio core…
Omai che vita appar svelata e vera
e d’essa hai oggi un ben domani un male,
un pio sorriso di fanciulla buona,
un vile sprezzo al sforzo che tu fai
per adornar di grazia un tuo pensiero,
ove son mai le gioie liete e amene
che mi speravi certe pel domani?!…
Son forse quest’inganni ognor più crudi
che come il vento l’uom si sferza il petto?
O libro, caro amico in tempi andati,
o dell’anima mia pio custode
di dilettosi error degli anni verdi,
or scriverò su te le gioie infrante
e ancor sarai amico a questo core…
che sempre in avvenir rosati e ameni
ognun di noi sinché non cede vita,
con fede spera, se affidata ha l’alma
al divin fato che protegge e vede.

SONETTO

Com’autunnale foglia intisichita
è l’amor mio che lentamente muore
e a sospirose pene ognor m’invita
senza pietosa tregua al mio dolore.

Però nell’arduo andare di mia vita,
non voglio più dolermi per l’amore…
ché ancor mi lascia l’alma inaridita
priva di gioie e grave di squallore…

Non vo’ si dica più che m’è funesto
e tormentoso il duol che ormai si frena
pell’amoroso laccio vano e mesto;

ma vo’ sorrider lieto in vita amena
poiché già stanco il core m’ha richiesto
di porre giusta tregua alla sua pena.

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