Ikebana – Per l’Occidente è questione di Gusty

Illustrazione di uomini che praticano Ikebana

Metà anni venti del Novecento.
Il tedesco Eugen Herrigel, professore di filosofia e sua moglie Gusty Herrigel trascorrono sei anni in Giappone, durante i quali Eugen insegna all’Università di Tohoku, a Sendai e si avvicina alla filosofia Zen. Per una migliore cognizione di tale filosofia, gli viene consigliato di apprendere una delle arti in cui questa viene applicata, ovvero l’arte del tiro con l’arco. Da questa profonda esperienza nasce di suo pugno il libro “Lo Zen e il tiro con l’arco”, un testo che racconta il percorso interiore, e non privo di difficoltà, in cui, grazie alla guida di un Maestro, comprende che un gesto sbagliato deriva da un’intenzione sbagliata, che la volontà e il desiderio di riuscire a tutti i costi può diventare un ostacolo nel raggiungimento del vero fine di quest’arte antica, ovvero lo svuotarsi del sé per riuscire, con naturalezza, a raggiungere il centro del bersaglio. Temi questi che ritornano in tutte le arti Zen, tanto affascinanti quanto estranei alla vita degli occidentali del tempo, complicati alla comprensione e lontani dalle faccende della vita quotidiana. Ma questo è un altro libro, torniamo dunque dalla signora Herrigel, che, interessata anch’essa alla filosofia Zen e all’arte orientale, in quel soggiorno in Giappone riuscì a raggiungere il grado di Maestro in due grandi arti giapponesi: la pittura con inchiostro di china e l’ikebana, ovvero l’arte di collocare piante vive in vasi pieni d’acqua.

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Una volta tornata al paese d’origine, Gusty Herrigel inizia a scrivere un libricino sull’ikebana in cui racconta la sua esperienza con il Maestro Bokuyo Takeda, un uomo elegante e degno rappresentante del buon gusto. Il libro inizia dalla loro presentazione per poi illustrare man mano i contenuti delle lezioni vere e proprie. Con chiarezza vengono illustrati i principi base dell’ikebana, un’arte all’apparenza tanto semplice quanto in realtà complessa e profonda. Essa ha origini antiche e nasce dal contesto religioso buddista in cui vi era l’usanza di utilizzare i fiori come offerte votive. Successivamente l’arte di arrangiare i fiori entrò nelle case aristocratiche giapponesi per poi diffondersi anche ai ceti più bassi, trovando posto nel tokonoma, la nicchia murale tipica della stanza del tè presente nelle case giapponesi tradizionali. L’ikebana veniva posizionata vicino a un kakemono (un dipinto o una calligrafia che riportava una massima Zen o una poesia, in formato di rotolo verticale), in un recipiente appositamente scelto, che spesso era di per sé un oggetto di alto artigianato, e che doveva accordarsi per forma e colore con la composizione.

L’arte dell’Ikebana deve raggiungere una forma di spiritualità, una tensione mistica verso ciò che viene definito il “segreto dell’essere”; “segreto” anche per il fatto che lo spirito vivente della dottrina veniva trasmesso di padre in figlio e dal Maestro all’allievo prediletto che ha saputo dimostrare la propria attitudine alla comprensione dell’insegnamento del Maestro e con cui crea una forte affinità spirituale.

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Dalle parole di Gusty si apprende fin da subito che sono indispensabili per l’ikebanista i giusti strumenti, la pulizia e l’ordine tanto dell’ambiente in cui si lavora quanto quello mentale. È importante inoltre non avere moti di impazienza: tutto dev’essere fatto con calma senza la preoccupazione del tempo impiegato per la realizzazione della composizione. Ogni gesto è misurato e compiuto in silenzio, in modo da favorire la concentrazione, la contemplazione e il rapporto intimo che si crea tra l’uomo e la composizione a cui sta lavorando. Alla base vi è un profondo rispetto e una grande conoscenza della natura del materiale vegetale utilizzato. Nulla è lasciato al caso: forme, colori, pieni e vuoti che in natura si trovano nello stato grezzo vengono modellati e plasmati secondo rigide regole che trasformano il tutto in una composizione studiata, armoniosa, circoscritta e potenzialmente dinamica, in cui il pensiero Zen si riflette in una ricerca espressionistica.

Si dice che la prima lezione sia la più importante, e difatti, nella prima lezione Gusty ci illustra gli elementi basilari dello schema compositivo dell’Ikebana (fondamento compositivo seguito dalle scuole principali, in particolare dalla scuola Ohara), ovvero il principio ternario in cui il Cielo (shin) l’Uomo (sō) e la Terra (gyō) coesistono in un equilibrio universale. L’Uomo è così collocato in armonia con se stesso e con il mondo che lo circonda, sorretto contemporaneamente dal Cielo (la Verità) e dalla Terra.

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L’allievo operante si immerge in se stesso, in silenzio e lavora in uno stato di rilassamento, distensione e raccoglimento, contemplando la triade naturale. L’energia che si sprigiona dalla composizione va dal cuore dei fiori al cuore dell’uomo fino al cuore del tutto, in un continuo rifluire. Ogni elemento vegetale, dal ramo alla foglia, dal bocciolo fiorito al frutto, hanno un significato preciso in base alla tipologia e alla posizione ricoperta nella composizione.
Il fattore estetico e l’amore per la natura non devono però distogliere l’attenzione dall’importanza che investe una corretta conoscenza tecnica. Le arti Zen infatti non esigono soltanto attitudini artistiche, ma richiedono un’ottima manualità e un atteggiamento spirituale acquisito in anni di esercizi e di concentrazione che permette, attraverso l’arte di arrivare all’assoluto, all’universale. Essere nulla, completamente svuotati da se stessi e allo stesso tempo essere tutto, senza preoccupazioni, come il fiore di campo.

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Donarsi totalmente dimenticandosi di se stessi, essere pazienti, non attribuire importanza alla propria persona ma rapportarsi agli altri con bontà, senza imporsi, senza attendersi riconoscenza: tutto ciò fa parte della via dei fiori.

Nella parte conclusiva del testo vengono esposte le diverse tecniche compositive e gli schemi annessi, dal seika, la composizione classica basata sul principio ternario degli elementi, al nageire, ovvero la composizione libera, fino al moribana, che rispecchia un vero e proprio paesaggio in miniatura.

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L’ikebanista che si approccia per la prima volta a quest’arte dovrà muovere i primi passi con modestia e apertura. Solo quando l’allievo ha rinunciato al proprio Io e si è spogliato di ogni volontà individuale, gli è possibile vivere il rapporto con l’universale e giungere alla comprensione della natura del fiore, nella quale si manifesta il cosmo. Una realtà metafisica, invisibile, << il mistero primo>> che prende forma solo attraverso una rappresentazione visibile e simbolica.
Una volta appresa la manualità e la tecnica, l’ikebanista esperto avrà ben chiari in mente gli schemi compositivi e le loro possibili variazioni, a tal punto che il creare composizioni floreali diverrà un gesto naturale. In questa sicurezza, il carattere personale dell’artista emerge liberamente confondendosi nella natura stessa dei vegetali adoperati.
Quando si conclude la cerimonia o quando i fiori iniziano ad avvizzire, vengono bruciati, seppelliti oppure secondo la tradizione, abbandonati alla corrente di un fiume in segno di rispetto e ringraziamento per il loro sacrificio e come portatori di una bellezza tanto preziosa quanto fugace.
“Un giorno d’estate … nell’ombrosa frescura del tokonoma potreste scoprire, in un vaso appeso, un solo giglio; gocciolante di rugiada, sembra un sorriso alla follia della vita” (Okakura).

Elena Bello

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Gusty Herrigel, Lo Zen e l’arte di disporre i fiori, Edizioni SE (con illustrazioni dell’autrice), 109 pag., 13,00 Euro

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