Donne che corrono con i Vampiri – Sul valore e sui rischi della letteratura femminile oggi

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Le chiamiamo fiabe moderne e diciamo di averne un bisogno più forte che mai. Perché il mondo è spietato, sessista e crudele; là fuori succedono orribili cose e noi, donne, figlie, madri, sorelle, amanti e avide lettrici, avvertiamo l’esigenza di nutrirci di storie adatte a curare le ferite inferte ai nostri spiriti. Ma chi ha inferto queste ferite? Ed è proprio vero che oggi quel bisogno è più vivo di quanto non fosse in passato?

Clarissa Pinkola Estés è una psicanalista di matrice junghiana, formatasi nell’ambito della psicologia etno-clinica. Nata ispano-messicana e cresciuta da una famiglia ungherese nel Midwest statunitense, per lungo tempo ha cercato e raccolto quelle storie antiche che, pur essendo declinate di volta in volta secondo il folklore locale, racchiudono il medesimo patrimonio archetipico. Ha esposto per noi queste storie nel suo libro di culto Donne che corrono coi lupi (1992), il cui sottotitolo in lingua originale recita: Myths and Stories of the Wild Woman Archetype, ovvero: miti e storie dell’archetipo della Donna Selvaggia.

Per Donna Selvaggia la Estés intende l’antica e profonda spiritualità femminile, la radice di tutto il femminino, che ha sede nell’intuito e che si manifesta come guida dentro ai nostri sogni. È l’antica forza vitale che «ci fa andare avanti quando pensiamo di essere finite», colei a cui dobbiamo riunirci per essere realmente tutto quello che già siamo. Secondo l’autrice la donna sana è simile al lupo: energica, creatrice, protettiva, errante e leale, essa è, come la lupa, una specie a rischio di estinzione, giacché l’intima vitalità dell’animo femminile è stata nel tempo perlopiù soffocata, domata, incanalata in rigidi stereotipi, e i suoi cicli naturali sono diventati ritmi innaturali. Oggi la donna «è spinta e costretta a essere tutto per tutti.»

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Nella letteratura femminile contemporanea troviamo esempi perfetti di questo conflitto. Ovunque sorgono giovani donne eccessivamente responsabilizzate, manipolate e soffocate in prima istanza dai propri familiari e più ampiamente dalla società tutta, a cui finiscono col ribellarsi: è il caso del nuovo filone “distopico”, in cui queste eroine poco più che adolescenti si ergono a capo di interi movimenti di rivolta decisi a sovvertire l’ordine tirannico di un mondo raso al suolo (simbolo della devastazione della psiche femminile): dall’indomita Katniss Everdeen, che vive ridotta alla fame (simbolo di inaridimento spirituale), fino al caso più lampante di Tris, la giovinetta che nella saga di Divergent reclama il suo diritto a scegliere spontaneamente in quale fazione inserirsi soltanto per scoprire che in realtà la sua natura non si limita alle caratteristiche di un’unica fazione, bensì le comprende tutte quante.

Secondo la Estés le storie contengono «tutte le istruzioni di cui una donna ha bisogno per il suo sviluppo psichico.» Attraverso di esse «maneggiamo energia archetipica» che conduce a importanti cambiamenti, fino alla piena realizzazione di noi stesse. A tale scopo ci illustra l’antica storia texana della Donna-Lupo, la Loba, (o Colei Che Sa), che vive nel deserto e si occupa di raccogliere le ossa (simbolo di forza vitale indistruttibile) per ricomporre lo scheletro e riportare in vita l’intera creatura. La Loba conosce il segreto del ciclo Vita/Morte/Vita, caratteristica centrale della natura istintuale femminile: la Donna Selvaggia sa cosa è necessario mantenere in vita e cosa occorre invece lasciare morire per favorire lo sviluppo della psiche. Di più: sa che la morte non è che l’altra faccia della vita stessa, indispensabile per dare un senso a tutto ciò che accade; per questo il processo non si conclude con essa, ma è sempre seguito da una rinascita.

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Nella letteratura contemporanea tale esempio sembra perfettamente incarnato dall’eroina della saga di Twilight, Bella Swann. Minacciata da una gravidanza mostruosa, Bella non ha timore di guardare in faccia la creatura che ha dentro di sé e sceglie di andare incontro alla morte per risvegliarsi a nuova vita, al centro di un’esistenza in cui i suoi sensi sono più acuti che mai, ogni conflitto si è risolto e tutto sembra acquisire una più profonda armonia di significati. Bella sembra avere ascoltato il suo intuito e trovato la piena realizzazione di sé e questo farebbe di Twilight una fiaba moderna in piena regola, degna di raccogliere e tramandare il prezioso patrimonio archetipico della psiche femminile alle generazioni future. Ma la sua simbologia non si limita a questo e potrebbe celare anche delle grosse insidie.

Tanto per cominciare, la Estés usa l’esempio di Barbablù per denunciare quella forza innata che separa la donna dalla sua natura intuitiva, il predatore naturale, quell’uomo nero che noi tutte prima o poi abbiamo visto in sogno e che è necessario debellare per completare la nostra iniziazione. Benché Barbablù abbia fama di avere ucciso le sue precedenti mogli, la giovane ingenua si lancia ugualmente tra le sue braccia ignorando gli ammonimenti delle sorelle maggiori e arrivando a tradire il suo stesso istinto, convincendosi che in fondo «la sua barba non è poi così blu.» Sposa dunque il predatore e si lascia rinchiudere nel suo castello, libera di muoversi a suo piacimento nonostante il divieto di aprire una specifica porta (simbolo di una barriera psichica che impedisce di ammettere ciò che già sappiamo per istinto), benché ne possegga la chiave. Ma le sorelle curiose le sottraggono la chiave e le mostrano quello che cela la porta, ovvero i cadaveri delle mogli uccise da Barbablù. Quando le donne aprono certe porte segrete della loro esistenza scoprono di aver permesso l’assassinio dei loro sogni e dei loro progetti più importanti: uno shock che, se si è in grado di sopportare, si rivela decisivo per la spinta al cambiamento.

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E qui nasce il primo inghippo, poiché nella saga di Twilight Bella sceglie di legarsi al predatore naturale per l’eternità. Per quanto Edward Cullen sia un vampiro atipico, che vive alla luce del sole e combatte i propri istinti più feroci, è pur sempre un vampiro, l’uomo nero della tradizione archetipica, il simbolo della non-vita. Che sia davvero il predatore naturale è confermato dal ricorso alla più potente delle simbologie inconsce femminili: egli si infila di nascosto nel letto di Bella, la sorprende nel sonno, la separa dal suo intuito. Intuito che è splendidamente rappresentato dalla figura dell’uomo-lupo, il giovane pellerossa Jacob, creatura indagatrice e di purissimo istinto che con Edward contende l’amore di Bella, finché non scopre di essere sempre stato attratto soltanto da una parte di lei che ancora non era venuta alla luce.

Quella del triangolo amoroso è una caratteristica piuttosto ricorrente nella letteratura femminile contemporanea. L’eroina si trova letteralmente divisa tra un giovane uomo appassionato e furioso e un altro all’apparenza più dolce e comprensivo. Questa tendenza ha una sua spiegazione semplicissima. La stessa Clarissa Pinkola Estés ci mette in guardia sul dualismo naturale delle donne, che deve necessariamente trovare un equilibrio tra l’aspetto più materiale e quello più spirituale, tra la donna del mondo fisico e la Donna Selvaggia. In questo contesto i due amanti non sono che la proiezione dei due aspetti fondanti la natura femminile: ecco perché l’eroina contesa si sente spaccata nella sua psiche e sente il bisogno di mettere pace tra i due. E Bella in qualche modo ci riesce, ma solo perché rinuncia totalmente all’accettazione del suo lato più selvaggio, sacrificando Jacob a sua figlia, una bambina-mostro la cui crescita è sottoposta a ritmi prodigiosi e al cui proposito chiunque abbia letto il libro della Estés non potrà fare a meno di ricordare l’avvertimento di Baba Jaga, la Donna Selvaggia della fiaba russa Vassilissa: «Se troppo saprai, presto invecchierai.» L’aspetto più agghiacciante della saga di Twilight è che Edward si senta attratto da Bella perché lei è l’unica creatura umana di cui non riesce a intuire i pensieri. Scegliendo di vivere al suo fianco, insomma, Bella sceglie deliberatamente di mantenersi sorda alla propria natura profonda.

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Ancora peggiore è l’esempio della saga di Hunger games, dove, alla fine della trilogia, troviamo la protagonista, Katniss, che ha respinto e addirittura dimenticato il combattivo Gale per condannarsi a un’esistenza di incubi e deprivazione psichica con il desolante Peeta, il simbolo per eccellenza di quello che ha subito nell’arena dove gli adolescenti sono costretti a massacrarsi tra di loro. Diversamente da Bella, Katniss è ben lontana dall’intuire il valore del ciclo Vita/Morte/Vita e vive oppressa dai fantasmi, dai detriti di una psiche frantumata che non riesce a ricomporsi. Di più, tutto quello che ha fatto lo ha fatto per salvare la sorellina ingenua dal predatore psichico, ma nonostante gli sforzi la sorellina è morta comunque. Molto meglio sarebbe stato seguire il consiglio iniziale di Gale e fuggire, anziché intraprendere una sterile battaglia in nome di quelle persone che dipendevano da lei opponendosi alla sua liberazione. Dice la Estés: «Talvolta la donna è così legata al suo essere madre troppo buona di altri adulti che questi restano attaccati ai suoi capezzoli e non vogliono lasciarla. In questo caso deve liberarsene con un calcio sferrato con la zampa posteriore, e andarsene.»

In conclusione, forse queste fiabe moderne non sono che lo specchio del tempo in cui viviamo e quel che lasceranno è il valore antropologico per gli studiosi dei tempi a venire. Forse. Ma chi scrive non può fare a meno di pensare anche ai risvolti più profondi di questa proliferazione, ai rischi del tramandare alle giovani donne di domani un nugolo di storie che non offrono alcuna catarsi, alcuna guida utile per la scoperta o riscoperta di se stesse, ma solo altri esempi di accondiscendenza e disperazione. Tutto quello che posso augurarmi è che queste sognatrici non smettano mai di sognare, poiché, come esplicato dalla Estés, nei sogni siamo in grado di trovare ogni risposta.

Sara Mazzini
(Scrittrice)

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