Pirandello e l’alienazione sociale di Marta Ajala ne “L’esclusa”

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C’è chi, trovandosi dinanzi al nome ‘Pirandello’, pensa immediatamente alla seconda vita di Mattia Pascal, che s’avventura tra le nebbie più grigie di una stramba follia filosofica.
C’è chi, invece, pensa alle smorfie del signor Moscarda allo specchio, e al conseguente raggiungimento della triste verità sul suo grosso naso.

In pochissimi pensano a Marta Ajala, protagonista femminile del primo romanzo pirandelliano, “L’esclusa”. Certo, fu un romanzo che non ebbe, almeno inizialmente, un gran successo, tanto che, a partire dal 1893, anno di pubblicazione, per una beffa del destino e per un sarcastico gioco di parole, fu un’opera davvero “esclusa” dagli editori. I motivi di tale esclusione? Tutt’ora misteriosi, ma c’è chi afferma che, “un romanzo di corna”, come fu più volte definito, per giunta con una protagonista femminile che dimostra indipendenza, cultura e caparbia, stonasse con i canoni letterari dell’epoca, o perlomeno che tramandasse il messaggio di una donna troppo emancipata, che probabilmente infastidiva molti.
Fortunatamente, questo capolavoro, anche se non sempre letto nelle scuole – si preferiscono i due romanzi più famosi citati sopra – è stato rivalutato.

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Il movente di tutto il romanzo è l’ossessione del tradimento ed il perenne timore di ‘portare le corna’; l’incipit ne è la prova maestra: in casa di Antonio Pentagora, giunge il figlio Rocco, reduce da una disgrazia: è stato tradito da sua moglie, Marta, gravida e terribilmente colpevolizzata. Il padre cerca di dargli forza, faticando con se stesso per celare il suo sorriso sarcastico e per metà divertito: più volte aveva messo in guardia quel suo figlio ostinato e testardo, sul fatto che gli uomini Pentagora, già da tre generazioni, sono costretti a sentire sul capo il peso delle corna, che egli chiama simpaticamente “marchio dei cervi”, come se si trattasse di una strana e terribile profezia. All’origine di tutto, vi è la lettera di un avvocato, Gregorio Alvignani, indirizzata proprio alla bella Marta; essa, tuttavia, non dimostra un bel niente, anzi, evidenzia il fatto che il corteggiamento è solo unilaterale. Il padre della ragazza, non difende la figlia, come molti lettori s’aspetterebbero; al contrario, contribuisce a colpevolizzarla, indossando ben bene le vesti del perfetto maschilista dalla mente gretta e ovattata, non solo puntandole contro il dito, ma rinchiudendosi nella sua stanza buia, dalla quale non vorrà uscire mai più, sino a quando sarà colpito da un infarto, che gli provocherà la morte.

Un tratto su cui Pirandello ha voluto insistere è simboleggiato dal ripudio: Marta è stata ripudiata dal marito e dal padre, proprio nel momento più delicato della sua giovane vita: la gravidanza. Dopo la nascita del bambino e la morte di suo padre – avvenute nella medesima notte – la ragazza viene letteralmente soffocata dalla società in cui vive: c’è chi considera il gesto del signor Ajala eroico e senza tempo e chi le addossa la colpa, comunque, della sua morte, dovuta a un siffatto dolore. Spinta da queste patetiche convinzioni sociali, Marta parte alla volta di Palermo con la madre, la sorella Maria e il figlioletto; qui, proprio nel momento in cui, per la prima volta, Marta si fa accompagnare per strada da un uomo, la sorprende il marito Rocco, giunto in quel luogo per controllare la condotta di sua moglie.

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L’ironia pirandelliana, irrorata di sarcasmo, un potentissimo paradosso e colpi di scena, emerge con tutta la sua potenza nel momento in cui Rocco decide di perdonarla; ma ciò accade proprio quando Marta, in realtà, è una donna perduta davvero: è incinta di quell’uomo che le avevano, a torto, attribuito come amante. In altre parole, la donna viene purificata da tutte le sue colpe – da una società che crede di avere il potere per farlo – proprio quando le ha commesse davvero; è, quindi, la società maschilista, gretta e meschina che ha condotto la ragazza sulla via della perdizione e, non appena ha mangiato i frutti del peccato su questa via, ecco giungere cascate di perdoni.

Il rapporto tra Marta e la società si consuma a poco a poco, come una suola di scarpa sfregata sull’asfalto. Pertanto, in un punto interessante del romanzo, sentendosi vittima di un patetico circolo vizioso, intrappolata in un’ampolla soffocante, dalla quale ha la sensazione di non uscire, dichiara di volersi uccidere, come avevano fatto altri personaggi femminili della letteratura europea: la Emma flaubertiana e la Anna Karenina di Tolstoj. Tuttavia, Pirandello colpisce i lettori con la scelta di evitare l’immissione di un triste suicidio, con ogni probabilità, per evidenziare il carattere di una donna forte e caparbia, che non si abbatte, proprio come una vera eroina che, malgrado l’alienazione sociale cui è andata incontro, ha saputo riappropriarsi delle redini della sua tormentata esistenza, rifiorendo come una pratolina a primavera, più luminosa di prima.

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Nel romanzo, inoltre, oltre al tradimento, i temi principali, che costituiscono un unico, grande problema, sono: l’emancipazione femminile, la cultura della donna, che è perfettamente alfabetizzata e che ha un titolo di studio (l’Ajala è una validissima insegnante) e la sua voglia di lavorare per essere indipendente, ma soprattutto libera. Gli uomini della società in cui vive Marta Ajala sono terribilmente maschilisti e non accettano alcun tipo di emancipazione femminile: l’unico lavoro che, secondo loro, può fare una donna è quello della levatrice. Pertanto, il ruolo dell’insegnante introduce un elemento nuovo: la cultura, che porta alla consapevolezza che, un domani, potrebbe tramutarsi in spirito di rivolta.
L’esclusa è un romanzo prezioso, che, a differenza degli altri – che presentano unicamente protagonisti maschili – racchiude i tasselli di una pietas autentica e sorprendente nei confronti di chi è un alienato sociale. Il primo capolavoro di Luigi Pirandello, al quale ha lasciato l’onore di far saltellare tra le righe i piedi leggiadri e insieme forti di una donna.

Antonella Lolli

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