Un ciclope per due – Odissea e Mille e una notte a confronto

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Ci sono racconti che prendono per mano l’umanità e la portano lontano, le permettono di sognare e di ricordare il proprio passato, le permettono di vedere il proprio presente. Questi racconti trovano la loro genesi in tempi remoti così come nei secoli che a noi sono più vicini e nonostante ciò la loro attualità e le loro somiglianze ci dilettano ed affascinano al contempo. Si prendano ad esempio l’Odissea, che attribuirla ad Omero è un dovere più per memoria storica che per effettiva prova filologica, e le Mille e una notte.

Si tratta di due opere tanto distanti, temporalmente e culturalmente, quanto vicine. In uno dei tanti racconti che Shahrazàd racconta al sultano Shahriyàr vi è anche quello del mercante di Bagdàd noto ai più con il nome di Sindibad detto il Marinaio. Su questa novella si sono spesi, come per le altre costituenti la raccolta, fiumi di inchiostro e si ipotizza sia stata aggiunta successivamente alla stesura originale ed in tempi più “moderni”. Nonostante ciò l’anonimo autore delle gesta del mercante rimane un uomo colto e pienamente immerso nella cultura mediterranea tanto quanto quella mediorientale.

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Sindibad è un viaggiatore tenace e coraggioso ed in questo ricorda le gesta di Odisseo con il quale condivide lo scontro con un ciclope su un’isola sperduta in mezzo al mare. Se Odisseo è mosso dal desiderio di ritornare nella tanto amata patria, Sindibad è spinto da una continua necessità di scoperta; è curioso e ingordo di avventure, anche quando queste sembrano rivelarsi per lui fatali. L’invocazione rivolta ad Allah, unita ad un’astuzia ben più sottile di quella dei compagni, lo porterà a salvarsi in qualsiasi occasione. Paradossalmente, dati gli attributi di curiosità e di instancabile desiderio di scoperta, è quasi più facile rintracciare Sindibad nelle parole che vengono dalla bocca dell’infiammato Ulisse nel Canto XXVI della Commedia dantesca.
A versi 97 – 108 si legge infatti:

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e delli vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola dalla qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola de’ Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,

Queste parole ben somigliano a quelle dette dal mercante marinaio ad ogni inizio di novella. Per introdurre il racconto delle proprie avventure, nel caso qui citato si riporta l’introduzione al terzo viaggio ossia quello che lo vedrà avversario al ciclope, egli infatti esordisce in questa maniera:

Subito persi, disse, nella dolcezza della mia nuova vita la memoria dei pericoli corsi nei miei due viaggi: e presto, poiché ero nel fiore dell’età, mi annoiai di vivere in riposo, e, scacciando l’idea dei nuovi pericoli che avrei dovuto affrontare, partii da Bagdàd con ricche mercanzie del paese. […] Facemmo una lunga navigazione, approdando in molti porti, e realizzando considerevoli guadagni.

E allora facciamoli partire entrambi i nostri eroi e vediamo cosa accade ad uno e cosa all’altro. Sulle sponde greche Odisseo approda sull’isola dei Ciclopi assieme ai suoi uomini a seguito di un’inebriante avventura sull’isola dei Lotofagi cadendo, si può ben dire, dalla padella alla brace. Ormeggiata la nave in una caletta disabitata e lontana dalle grotte dei mostri “superbi e senza legge” l’eroe di Itaca decide di partire in perlustrazione con un manipolo di uomini per cercare di capire se le genti che abitano quelle terre floride fossero ospitali o meno. La storia e la memoria collettiva, tramandano ben altro. Infatti, una volta giunti nella spelonca di Polifemo e una volta presentatisi a quest’ultimo, inizia un lungo calvario che terminerà nel più celebre dei modi: l’accecamento del gigante, previamente ubriacato da Odisseo, mediante un grosso tronco modellato e arroventato sul fuoco.

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Facciamo ora un salto di poca distanza sulle coste medio orientali per vedere come se la cava il mercante Sindibad.
Dopo un fortunoso salvataggio da una tempesta che costrinse tutto l’equipaggio del Marinaio a rifugiarsi sull’isola dove vivono “selvaggi” che “quantunque siano nani, la prudenza vuole che che non facciamo la minima resistenza, perché sono più numerosi delle cavallette, e se ci accadesse di ucciderne anche uno solo, si getterebbero su di noi e ci ammazzerebbero. Questi “pigmei” non tardarono a comparire e, dopo essersi comportati come dei Gremlins nei confronti dell’imbarcazione, spiegarono le vele e trascinarono Sindibad ed equipaggio su un’altra isola ove “era un palazzo ben costruito e altissimo, con una porta di ebano a due battenti”. Questa è l’abitazione del più fortunato ciclope delle Mille e una notte. Il mostro che a breve dovrà affrontare Sidibad è senza nome, a differenza del Polifemo, del quale conosciamo anche l’albero genealogico. Ne abbiamo però una descrizione abbastanza dettagliata della fisionomia:

[…] e vedemmo uscirne un’orribile figura d’uomo nero, alto quanto una grossa palma. Aveva in mezzo alla fronte un unico occhio rosso e ardente come un carbone acceso; i denti gli uscivano dalla bocca, larga quanto quella di un cavallo, ed il labbro inferiore gli discendeva sul petto; le sue orecchie erano simili a quelle d’un elefante e le unghie erano adunche e lunghe come gli artigli degli uccelli rapaci.

Dopo esser svenuti per cotanto orrore ed essere successivamente rinsaviti, la ciurma di avventurieri si vede protagonista delle medesime angherie di quella di Odisseo: ad uno ad uno i marinai venivano divorati dal gigante antropofago. Così sarà Sindibad a prendere in mano la situazione e, una volta riuscito a scappare dal palazzo del mostro, adopererà la legna presente sull’isola per fabbricarsi delle zattere e fuggire da quel luogo di morte, non prima, però, di essersi vendicato assieme ai restanti per la morte dei compagni. Una notte che il gigante mangiò allo spiedo alcuni uomini e bevve più del dovuto, allo stesso modo di Poseidone si potrebbe dire, Sindibad con un gruppo di arditi arroventò sul fuoco gli spiedi usati per cucinare carne umana e li conficcò più volte nell’occhio del ciclope.

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Vediamo la fuga di entrambi in un solo colpo. Odisseo ordina ai suoi uomini di andare alla nave portandosi dietro quello che riesce delle ricchezze di Poseidone, Sindibad attese l’uscita rovinosa da palazzo del gigante per scappare nel luogo ove erano ormeggiate le zattere. Ed eccoci arrivati a vedere entrambi i nostri eroi in navigazione quando, da entrambe le parti giungono le pietre scagliate dei due giganti arrabbiati. Da un lato Poseidone che manda maledizioni sul capo di Ulisse, dall’altro le urla scomposte del ciclope senza nome che, con l’aiuto dei compagni richiamati dalle grida, se la prende con il coraggioso Sindibad.

La finezza dell’autore della novella postuma delle Mille e una notte lo annovera tra i più fini lettori ed interpreti dei testi antichi di matrice greca ed in particolar modo dell’Odissea soprattutto quando, nel momento in cui il gigantesco ciclope dalle grandi orecchie si impossessa del suo corpo con una manata, esso lo controlla come “un beccaio che maneggi la testa di un montone”. Ora, il riferimento al montone non è casuale, né tanto meno innocente.
Infatti nell’Odissea Ulisse, quando decide di scappare assieme ai compagni, si lega sotto il ventre del montone più grande del gregge di Polifemo, sceglie proprio il preferito di quest’ultimo che, dolorante e adirato contro il signor Nessuno, proferisce queste “dolci” parole al proprio animale:

Mio prediletto montone, perché dall’antro esci per ultimo? Non restavi dietro alle pecore, prima, ma eri il primo a brucare la tenera erba, balzando avanti, alle acque del fiume giungevi per primo, eri il primo a ritornare al recinto, la sera. Ed ora sei l’ultimo. Forse piangi l’occhio del tuo padrone? […]

Ma l’accecato Polifemo non può certo sospettare che sotto il suo capo prediletto si nasconda in realtà la causa della sua cecità.

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Due eroi, dunque, accomunati dalla stessa avventura e al contempo due culture che, sulle novelle del Rapsodo per antonomasia, hanno trovato un terreno comune e fertile per istruire e divertire tutte le generazioni che sono venute a contatto con questi racconti.

Mendes Biondo
(Giornalista)

Riferimenti bibliografici:

Aa.Vv., Le Mille e una notte
Dante Alighieri, Divina Commedia
Omero, Odissea

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