Tra penna e terra. La rivalsa dei contadini lucani nella scrittura di Rocco Scotellaro

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Sembra una profezia ineluttabile che colpisce gran parte delle personalità artistiche di ogni tempo. Sempre la stessa storia, sempre lo stesso sconvolgimento, sempre le stesse morti ‘in fiore’.
Ebbene sì, anche Rocco Scotellaro morì in tenera età, a soli trent’anni. Dalle fonti, emerge che la morte fu provocata dall’occlusione di una vena del cuore; tuttavia, a sentire il vocio delle vecchiette di Tricarico, paese del poeta, egli morì avvelenato da qualcuno. Quale sia l’ipotesi più vicina alla verità è un mistero, certo; fatto sta che, in ogni caso, Scotellaro era socialista, iscritto al partito di Unità proletaria, un militante che si faceva in quattro per sostenere i diseredati del luogo. Pertanto, questo modo di fare politica apparve a molti stravagante ed estraneo alle regole fissate dal partito; per tali motivi, il giovane Rocco si conquistò varie inimicizie che gli costarono, alla fin fine, l’accusa di truffa e la reclusione.

Ma andiamo per gradi e segniamo più precisamente le tappe della sua breve ma intensa vita: Rocco Scotellaro, figlio di un calzolaio e di una levatrice, nacque a Tricarico nel 1923. Col passare degli anni, si fece conoscere benevolmente per il suo interesse nei confronti dei contadini e della loro vita, a volte disagiata.
Un ragazzo prodigio, Scotellaro, se si pensa che nel 1946, a soli ventitré anni, fu eletto Sindaco del suo paese; un ruolo, tuttavia, che gli portò non poche brighe, tanto che subì calunnie e persecuzioni, che lo portarono all’incarcerazione. Dopo due mesi trascorsi nel carcere di Matera, Carlo Levi, suo intimo amico, convinto della limpidezza del suo operato e della giustezza del suo comportamento, portò avanti una battaglia per provare la sua innocenza e la libertà non tardò ad arrivare.
Tuttavia, dopo questa dura prova, il giovane poeta sentì fortemente l’ingiustizia subita, al punto da abbandonare la carica di sindaco e, conseguentemente, la vita politica.

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I problemi, le preoccupazioni e i bisogni della sua terra occuparono uno dei primi posti nella sua mente. Ciò portò il poeta a dar vita ad una letteratura “di cose” e non solo di “parole”; ad una letteratura utile, come lo sono “il grano e l’uva”.
A tal proposito, una delle sue opere più conosciute è L’uva puttanella – in riferimento a quell’uva che si caratterizza per gli acini piccoli e maturi – autobiografica, che ripercorre tutta la sua vita. La scrittura è semplice ed elementare, volutamente legata al modo di parlare della gente del luogo. Scotellaro intreccia sapientemente le vicende più varie: storie di contadini realmente conosciuti, descrizioni minuziose di strani personaggi del luogo etichettati con dei nomignoli, citazioni delle vie del paese.
Contadini del Sud ha invece le sembianze di un’inchiesta sociale, in quanto descrive le condizioni dei contadini lucani, i quali sono accuratamente intervistati e dei quali l’autore descrive le vicende. Dalle interviste, emerge lo spaventoso e perenne conflitto: quello tra la miseria contadina e lo Stato, impegnato unicamente ad arricchire se stesso e completamente disinteressato a una fetta sociale irrorata di sudore, di tradizioni, di odore di terra, di sacrificio.

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Il giovane Scotellaro si dedicava anche alla stesura di bellissimi e profondissimi versi. Fortunatamente, le sue poesie sono state pubblicate – postume – grazie all’intervento di Carlo Levi, che si occupò della prefazione di una raccolta pubblicata nel 1954 e vincitrice del premio Viareggio.
I versi di Scotellaro colpiscono perché vi si trova un connubio profondissimo tra impegno politico e sociale e vita personale: amicizie, vicende, amori, la dolorosa esperienza del carcere e lo smisurato amore per la natura.

Per il suo temperamento, per la generosità e l’attaccamento che mostrò nei confronti della sua terra, per il suo spendere parole con tutti, anche solo per confortare e donare un briciolo di speranza a chi aveva l’animo squassato dalla disperazione della miseria, Scotellaro fu amato e venerato.
“Alcuni vanno dicendo che Rocco è stato rapito e portato in America; […]. Altri lo attendono vivo da un giorno all’altro. Non c’è casa di contadini, a Tricarico, in cui il ritratto di Rocco non sia appeso al muro, accanto alle immagini dei Santi.”
Così scrisse Carlo Levi, riferendosi alle difficoltà dei contadini di credere che il giovane Rocco fosse morto: era una realtà difficile da accettare.

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Una venerazione, questa, diminuita col passare del tempo e fortunatamente non scomparsa del tutto. Già, perché a Tricarico, Rocco Scotellaro rappresenta un mito, è riconosciuto per le sue abilità letterarie e per le sue doti umane, tanto che, sui vecchi muri della parte storica del borgo, sono appese delle tavolette di legno, che riportano i versi di alcune delle sue poesie più suggestive. Tuttavia, superato il confine lucano, sono davvero in pochi a conoscerlo e ad elogiarlo. È frequente, in fondo, che rappresentino un numero esiguo coloro che raggiungano tutta la fama che meritano, ma Rocco è e resterà sempre la voce dei contadini lucani, il simbolo di una terra bellissima e sofferta.

Ce lo immaginiamo seduto su un muretto, con una penna e un taccuino, magari a contemplare un’immensa vallata incontaminata (una di quelle che solo in Basilicata si può trovare). Ettari ed ettari senza il minimo accenno di presenza umana. Un silenzio irreale, bramato a lungo da chi, come Scotellaro, aveva un animo sensibile e cercava soluzioni per migliorare le condizioni contadine.

Rocco Scotellaro: un binomio indissolubile e produttivo tra terra e penna.

Antonella Lolli

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