Tremenda libertà. Elsa Morante e i sogni perduti di Arturo.

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Ribelle. Silenziosa. Altera. Forte. Caparbia. Anarchica e tremendamente libera. Sono solo alcuni degli aggettivi che caratterizzano questa scrittrice – anzi, non definiamola così, poiché non le sarebbe affatto piaciuto – questo scrittore.


Elsa Morante nasce a Roma, nel 1912. La passione per la letteratura, come un germoglio sempre vivo in lei, sboccia completamente da giovanissima, quando inizia a pubblicare sul “Corriere dei piccoli” e a scrivere racconti sulle riviste, celandosi dietro nomi maschili, come Antonio o Lorenzo.
Appena venticinquenne, conosce Alberto Moravia e se ne innamora follemente sino a sposarlo, nel 1941. Sarà, tuttavia, un matrimonio difficile, a causa della diversità dei loro caratteri. Malgrado tutto, i due sono legati da un grande amore che, nel 1961, li porta alla separazione, ma mai al divorzio.
Secondo romanzo della Morante, dopo Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo confermò tutte le qualità della scrittrice romana. Pubblicato da Einaudi nel 1957, ha come protagonista un fanciullo che porta il nome di una stella. Intelligente, sognatore, atrocemente libero: non si cura del cibo, dei vestiti, del presente. Il suo compagno più fedele è il ricordo e il romanzo, tutto sommato, contiene le timide, a volte inconfessabili memorie di questo giovane.
Proprio per la perenne digressione, l’opera è stata definita un classico “romanzo di formazione” che conduce il lettore lungo il tortuoso sentiero dei pensieri e dei fardelli propri di un fanciullo che sta per diventare uomo.

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Procida, anni Trenta: Arturo, orfano di madre, vive sull’isola in completa solitudine, in quanto Wilhelm, padre indifferente e individualista, trascorre il suo tempo a viaggiare per il mondo. Il giovane, pertanto, sembra abituato a vivere nella ‘casa dei guaglioni’, le cui mura trasudano di maschilismo. Arturo cresce nel ricordo della madre morta di parto e nell’ammirazione sfrenata per il padre, tanto da considerarlo un eroe che compie eroiche gesta nel corso delle sue frequenti assenze. Trascorre il suo tempo a fantasticare, progettando viaggi fantastici, quasi per emulare il padre, che vede come un eroe cavalleresco.
Wilhelm, un giorno, porta a casa da uno dei suoi viaggi una giovane moglie, Nunziatella, di soli sedici anni, proveniente dai bassifondi di Napoli. Inizialmente, Arturo è divorato da una forte gelosia alimentata dalla rabbia, in quanto la sua matrigna sembra cancellare, con la sua esistenza, i già rari momenti in cui padre e figlio stanno assieme.
Tuttavia, dopo la nascita del fratellastro, Carmine Arturo, il ragazzo si accorge di essere attratto dalla giovane donna; pertanto, cerca in tutti i modi di farsi notare, ma questa dimostra attenzioni solo verso il figlio appena nato: Arturo, sentendosi solo, finge il suicidio, assumendo delle pillole di sonnifero. Nella convalescenza viene accudito da Nunziatella e il giovane, in un momento di follia amorosa, bacia la matrigna, che lo rifiuta immediatamente. Il ragazzo sfoga il suo amore non corrisposto con un’amica della giovane, la vedova Assunta, con la quale Arturo trascorre la prima notte d’amore della sua vita.

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Successivamente, crollano anche le fiabesche illusioni che aveva ricamato sulla figura del padre: scopre che non compie affatto imprese eroiche e cavalleresche, ma che ha iniziato una relazione omosessuale con un uomo.
Deluso e scosso, Arturo decide di partire da Procida, abbandonando il suo castello diroccato, sede delle sue fantasticherie: si arruola come volontario nella Seconda Guerra Mondiale, dicendo addio alla sua Procida.
Scriverà le sue memorie da un campo di prigionia in Africa.

Uno dei temi principali di questo grandioso romanzo è lo scontro con la realtà, che si rivela essere totalmente differente da quella che il protagonista si era prefigurato. Arturo si è inevitabilmente scontrato contro il muro della sua vita. Un muro grigio e fatiscente che i suoi occhi di bambino avevano visto, invece, bianco e pulito. È il crudo, traumatico e atroce passaggio dall’infanzia all’età adulta che porta il protagonista a cancellare, a malincuore, i castelli fiabeschi costruiti con arte e sincerità che solo da un fanciullo possono nascere.

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“Ho lavorato a questo romanzo per 4 anni, col massimo impegno umano e artistico”.
Una delle rare, preziosissime dichiarazioni della scrittrice. Un sofferto parto letterario durato per ben quattro anni.
Scorrendo le ricche pagine de L’isola di Arturo, viene in mente una famosa frase di Gianfranco Contini: “La scrittura è la nascita all’interrogazione”. In altre parole, questo romanzo è la più grande testimonianza che la scrittura non è fine a se stessa, non è un diversivo, non obbedisce a fini estetici, ma è il mezzo più potente che l’uomo ha per interrogarsi su tutte le pieghe della propria natura. E Arturo, nel descrivere la sua storia, s’interroga fino in fondo, scruta se stesso e, dunque, impara a conoscersi.
Tutte le opere della Morante confermano il carattere della scrittrice: insieme costituiscono l’involucro della sua essenza tormentata e complessa. Una donna forte e caparbia – come riportato sopra – certo, ma terrorizzata dalla vecchiaia: temeva, soprattutto, la trasformazione fisica. Diceva di non potersi guardare allo specchio, di non riconoscersi più. Visse gli ultimi anni in maniera dolorosa: un tentato suicidio e vari ricoveri.

Il 25 novembre del 1985, morì d’infarto a Roma, nella clinica Villa Margherita dov’era stata ricoverata.
Le sue ceneri furono sparse in quel luogo mitico, fiabesco, in cui si incontra il dolore della realtà. Un’acqua bellissima, che ricorda i sorrisi, i sogni e le lacrime del piccolo, grande Arturo: il mare di Procida.

Antonella Lolli

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