Speciale Hermann Nitsch – O. M. Theater e Dio

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Il lavoro artistico di Nitsch, spesso criticato e condannato per blasfemia se non addirittura marchiato come satanico, apre una serie di interrogativi sul modo di vivere la religione e di mettersi in contatto con la divinità. Più di una volta l’artista, nelle sue opere teoriche, ha dimostrato di avere tratti in comune con gli autori mistici rivelando una vena poetica che prende in prestito vocaboli dai dizionari religiosi monoteistici e pagani.

Nell’intervista rilasciata a Karlyn De Jongh e Sarah Gold, Nitsch afferma: ≪[…] Questo dice l’Essere: “Vieni a me”, tu sei stato creato per esistere e per esperirlo. Non fai esperienza all’inferno, né nell’angoscia e nemmeno nel dolore, ma puoi esperirlo nella più grande gioia possibile. Guarda negli occhi la sofferenza e la Croce, la tragedia, il tragico e la morte. Le immagini di guerre e l’Olocausto appartengono tutte, sfortunatamente, all’essere. […] In quel momento in cui ci sono completamente [nell’Essere], quando sono totalmente fortunato, allora non capisco l’umanità. Non credo nell’isolamento, che è cosi terribile ora, che le persone crescano in grandi città. Loro hanno perso il contatto con il tutto, loro sono davvero isolati≫. Girard, analizzando il valore del sacrificio all’interno delle società arcaiche, mette in luce il fatto che ≪[…] l’operazione sacrificale presuppone un certo misconoscimento. I fedeli non sanno e non debbono sapere qual è il ruolo svolto dalla violenza. In tale misconoscimento, è evidentemente primordiale la teologia del sacrificio. Si presuppone sia il dio a reclamare le vittime; in teoria è lui il solo a godere del fumo degli olocausti≫. Il vero “scandalo” di Nitsch è la mancanza di una divinità in particolare; gli incensi non vanno né a Dio né ad Allah. Nemmeno quel dio Dioniso – che spesso viene citato nei testi dell’artista viennese e che viene descritto come ≪un principio intensamente vitale, tutt’altro che estinto, determina e entusiasma il corso della vitalità≫ – viene considerato il principio, colui al quale tutta la devozione debba andare.

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Al centro di tutto sta l’Essere con il suo fluire incessante e ciclico, quell’Essere di natura eraclitea del panta rei che al suo interno tiene i segreti più profondi dell’esistenza, e i partecipanti al rito pregano con il loro agire per il loro esistere, per il loro partecipare alla creazione cosmica.

Per Nitsch solo ≪nell’ebrezza entusiastica dell’esperienza ci identifichiamo con il cosmo intero, con la totalità di tutto ciò che esiste. In un rapporto di causalità noi significhiamo il flusso infinito della metamorfosi del mondo, che allo stesso tempo appare costruttivo e distruttore, che nello spazio dell’eternità incessantemente fa nascere, svanire rinascere i mondi≫. I monoteismi, in particolar modo il Cristianesimo, storcono il naso di fronte a questo modo di intendere la religione in quanto, come scrive Bataille ne L’Erotismo, ≪la difficoltà principale risiede nella ripugnanza che il cristianesimo ha genericamente per la trasgressione della legge. Il Vangelo, è vero, invita alla sospensione dei divieti formali, osservati alla lettera e in tal modo svuotati di senso≫.

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Perretta, riflettendo sull’opera di Nitsch, nota come ≪l’artista viennese negli ultimi anni ha stanato una pratica religiosa totale, cosmologica, che è veramente capace di conciliare gli opposti, mette in moto la funzione teologica occidentale e la profondità braminica orientale, una sorta di new global del religere, che si affianca ad una pratica ormai visibile  dell’irrappresentabile: sangue e sentimento diventano tutt’uno≫. Pertanto la profondità del Teatro delle Orge e dei Misteri risiede in questa fusione tra le varie dottrine che riescono ad avvicinarsi sempre piu al concetto di Dio e a comunicare con esso nell’estasi.

Nitsch, infatti, in un’intervista rilasciata a Beatrice Benedetti dice: ≪[…] credo in un Dio che non coincide con quello specifico degli Ebrei, dei Musulmani o il Cristo dei cattolici. Per me persino il vocabolo “Dio” non esiste più e non ha ragione di essere. Tutto è Dio. L’Essere stesso è Dio. Non ho perso, però il rapporto con la trascendenza, come invece ha perso il mondo. Io credo nella realtà di Dio≫. Si valorizza così il sentimento mistico di Dio, ci si allontana dalla necessità di trovare prove concrete ed intersoggettive della sua esistenza mentre ci si trova chiamati a vivere inter-soggettivamente, nell’esperienza corale del rito, la presenza impalpabile della divinità che diviene.

Se si sarà in grado di aprire il nostro “senso interno” rivolto alla divinità allora sarà possibile esperire la sua presenza anche durante la cena comune, momento che si trova a meta tra il rituale e l’ordinario, e con la quale ≪[…] vogliamo incorporare il mondo esterno. ci  incorporiamo, seduti tra amici, la carne dei nostri fratelli macellati per noi, la carne delle piante e degli animali, e beviamo il sangue del frutto, il succo fermentato della vite, perché tutto in noi si trasformi e passando attraverso noi vada oltre di noi≫.

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Ci si potrebbe chiedere perché Nitsch non abbia deciso di fondare una propria setta e diffondere il suo pensiero attraverso una forma istituzionalizzata di religione con dei fedeli riconosciuti che ne portino avanti i rituali invece che la scelta è ricaduta sull’opera artistica, sulla messinscena teatrale. Il motivo è l’artista stesso a dirlo: ≪attraverso l’arte, l’esperienza artistica, posso raggiungere livelli molto profondi, ed è solo a questi profondi livelli che voglio celebrare l’esistenza, non in modo superficiale≫. e tutto questo perché ≪per me forma e arte sono una specie di religione. […] Il mio lavoro, il mio teatro, sono, per me, un modo estetico di pregare, una via contemporanea alla preghiera. Ho appunto ricevuto, da Vienna, una lettera della mia ragazza che scrive di aver assistito ad un parto e che questa esperienza l’ha aiutata a capire meglio il mio lavoro, e che il mio lavoro l’ha aiutata a capire meglio la nascita. Il parto, il sangue, tutta la serie di sensazioni che vi è connessa, le paiono ora belli, molto belli≫.

Ecco che diventa più chiara la connessione tra violenza scenica, uso di fluidi corporei e cadaveri, e simbologia religiosa. Grazie all’impiego del sangue nel rito è possibile cogliere ≪il sapore del colore condensato attraverso la forma viene sentito con il palato dell’occhio, come il pane azzimo e il vino consacrati, come la carne e il sangue del dio, che operano in noi come sostanza essenziale che conserva l’essere≫.

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L’importanza del colore percepito dagli attori partecipanti non si limita soltanto all’aspetto prettamente artistico ma esso è la chiave che permette, durante l’estasi, di cogliere concettualmente quel di più perché ≪il colore è una questione della più lucida veglia, dell’esistenza più intensa. raramente si sogna a colori. IL COLORE È ESSERE, MOVIMENTO, LUCE. colore è la più meravigliosa sovrabbondanza, esuberanza della natura, l’ESSERE più intimo e profondo e grande ATTIMO di eterno inizio e rinnovamento, l’eterna nascita e RESURREZIONE≫.
Il Teatro delle Orge e dei Misteri dunque ≪è il superamento dialettico di dinamiche contrapposte che si esplicano attraverso il vasto patrimonio simbolico della RITUALITÀ SACRIFICALE. Si evidenzia così l’aspetto drammatico di una “liturgia ematica” che ripercorre concettualmente il processo di sublimazione dolorosa del “sangue glorioso”≫.

Poiché la religione vive nella profondità di senso insondabile, diviene necessario trovare un modo per poter raggiungere questa profondità, un gesto che abbia un significato tanto misterioso e criptico da generare in chi lo produce una forte scossa nella propria ≪sismografia dell’eccitazione sessuale (che produce gioia)≫ e questo tramite per la divinità è identificato da Nitsch nell’orgia. ≪L’orgia è un mistero. È il mistero di un’altra religione. Un culto che dice “sì” alla vita e mostra i principi primi della natura. Non c’è conflitto tra orgia e mistero, sono solo aspetti differenti. L’orgia ha una sua disciplina, che la distingue dalla sua accezione popolare di sfrenatezza, alla quale non sono mai stato interessato. Il culto orgiastico ellenistico vede l’Immanente e il Trascendente in contatto tra loro. Questo è il mistero come era concepito dagli antichi greci e nel Medioevo≫.

Così come nota Bataille quando scrive che ≪la realtà del sacrificio consiste generalmente nell’accordare vita e morte, nel conferire alla morte il trasalimento della vita, alla vita la pesantezza, la vertigine e l’apertura della morte≫ allo stesso modo Nitsch mette in scena un rito che incarna ≪[…] l’annuncio e la vera esperienza del nostro cosmo, nasce il farsi corpo del cosmo. Il cosmo viene riconosciuto come il nostro vero corpo, l’attimo compreso (dalla festa), l’ORA esperito, ci strappa al tiepido vegetare e apporta nella nostra vita la dimensione dell’eternità, causa la realizzazione dell’essere, l’attimo esperito e compreso (l’ebbrezza dell’essere) porta identità con l’essenza della creazione, con il suo muoversi, trasformarsi, accadere incessantemente, nell’infinitezza dell’eternità≫.

Mendes Biondo
(Giornalista)

Riferimenti bibliografici

K. De Jongh e S. Gold, Hermann Nitsch. Under my skin
R. Girard, La violenza e il sacro
H. Nitsch, Descrizioni e tesi sul progetto del Teatro O.M.
G. Bataille, L’erotismo
G. Perretta, Filosofia del Caosmorgico. Per espiare la distrazione del moderno
B. Benedetti, Hermann Nitsch. L’inno all’intensità della vita
H. Nitsch, Teatro O. M.
H. Nitsch, Immagini colorate
H. Nitsch, Il colore come più intima questione della pittura
D. Eccher, La gnosi e l’estasi

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