Francesco Cro e la sua “Sindrome del Sosia”

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Oggi siamo andati ad incontrare l’autore Francesco Cro, nato a Buenos Aires nel 1968. Vive e lavora a Viterbo, dove svolge la professione di psichiatra. Collabora come pubblicista con alcune testate come Repubblica, Mente & Cervello e Le Scienze ed è autore di numerose pubblicazioni di argomento psichiatrico, scientifico e divulgativo. “La sindrome del sosia”, pubblicato con Leone Editore, narra le vicende di Mario, uno psichiatra del servizio pubblico, che ha in cura Cinzia, affetta dalla sindrome di Capgras – la convinzione che i propri genitori siano stati sostituiti da sosia. Progressivamente, complice anche una certa attrazione che prova per la paziente, perde il controllo della situazione: Cinzia, in preda a deliri e allucinazioni, uccide il padre. Il caso viene chiuso senza conseguenze legali per il protagonista, ma i sensi di colpa lo divorano, diventando poi intollerabili quando viene a sapere che la ragazza si è suicidata. Ma una scoperta lo aiuterà a riconciliarsi con se stesso e con la sua identità di psichiatra.

I personaggi che contornano l’eroe del tuo romanzo soffrono della paranoia legata alla possibilità che dei sosia prendano il posto dei loro conoscenti. Con la società del virtuale secondo te sono in aumento casi come questo, anche in persone non affette dalla sindrome di Capgras?
Senza dubbio i deliri con cui le persone affette da psicosi tentano di spiegare la sensazione di alterità che pervade la loro vita sono sempre più spesso imperniati su aspetti scientifici o pseudoscientifici, rispetto alle tematiche religiose o sovrannaturali prevalenti in passato; è ciò che capita anche a Cinzia, la sfortunata paziente in cui si imbatte il protagonista della “Sindrome del sosia”. In effetti le attuali neurotecnologie, con la possibilità di collegare protesi cibernetiche alle fibre nervose, attivare o disattivare i neuroni con impulsi luminosi, fotografare le parti del cervello coinvolte in una rappresentazione mentale, trasmettere a distanza le onde cerebrali per azionare macchinari o addirittura per impartire un comando motorio a un soggetto che lo esegue, per non parlare degli interventi di riprogrammazione ed editing genetico, rappresentano la realizzazione concreta di idee visionarie, se non autenticamente folli. D’altra parte la fantasia, anche (e forse soprattutto) quando rasenta la follia, è stata sempre alla base delle più importanti innovazioni umane.

Lo studio della mente è il tuo pane quotidiano. Quali sono stati i tuoi maestri e in chi rintracci una stella nascente da tenere sott’occhio?
Ho avuto la fortuna di studiare alla scuola di Paolo Pancheri, scomparso nel 2007. Penso che uno dei suoi più grandi meriti sia stato trasporre nella psichiatria la sistematicità e il rigore di pensiero che altre discipline mediche usano naturalmente, e che noi terapeuti della psiche tendiamo a volte ad abbandonare, soprattutto quando cadiamo nella tentazione di seguire teorie o dottrine senza alcuna base scientifica ma che spesso fanno fortuna negli ambienti accademici e nei circoli culturali, a volte grazie all’autorevole sostegno di intellettuali e politici. Questo, unito al sistema feudale vigente nelle università, che premia chi si muove all’ombra dei baroni, abbassa di molto la preparazione anche dei più giovani, che spesso ottengono il primo incarico lavorativo senza aver mai seguito un paziente e vengono “svezzati” da altri più anziani ma con la stessa carente formazione. La speranza è che gli psichiatri di domani, certamente più propensi a guardare con curiosità e interesse al panorama culturale internazionale, abbiano il coraggio di muovere i loro passi al di fuori della sfera di influenza dei soliti signorotti e protettori.

Per te cosa significa entrare nella mente di qualcun altro per aiutarlo ad eliminare i suoi problemi?
Restando nell’ambito della tua metafora, quando mi “addentro” nella mente di un paziente non sono mai solo: siamo sempre insieme e camminiamo fianco a fianco. Io posso al massimo precederlo di un passo e illuminargli il cammino con la torcia, che rappresenta il lavoro terapeutico: ma solo di un passo, perché se vado troppo avanti rischio di imboccare una strada che ha senso solo per me, e perché se si incontra qualche porta da aprire deve essere lui a farlo con le sue mani. Questo metodo di lavoro implica però la rinuncia alla possibilità di rifugiarsi in un più comodo atteggiamento di distacco professionale, con il rischio di farsi coinvolgere troppo nelle vicende dei pazienti, come sa bene Mario, lo psichiatra protagonista del mio romanzo.

Da psichiatra a scrittore. Mettersi di fronte alla tastiera per raccontare storie quanto cambia rispetto a farlo per articoli scientifici e quanto cambia nel tuo personale?
Il mio stile narrativo risente certamente della mia impostazione professionale; questa può rappresentare una risorsa in termini di chiarezza espositiva, ma quando faccio lo scrittore cerco di curare soprattutto la bellezza, perché una scrittura da cartella clinica non è certo appassionante! Devo dire che scrivere con l’ambizione di produrre qualcosa che possa coinvolgere e commuovere chi legge è estremamente eccitante, anche perché i personaggi con maggiore carisma si impongono, conquistando un ruolo di primo piano, mentre gli altri restano sullo sfondo. Questa vitalità autonoma, che a volte porta la narrazione in situazioni che l’autore non ha né immaginato né progettato, è forse uno degli aspetti più emozionanti del processo creativo.

Siamo arrivati al punto in cui, di solito, chiedo quali sono i prossimi progetti. Tu che prossima pubblicazione vedi nell’immediato futuro?
Il futuro non è così immediato, perché purtroppo il tempo che posso dedicare alla scrittura è di gran lunga inferiore ai miei desideri; comunque sto lavorando a una serie di racconti, uniti da personaggi e situazioni comuni, che si sviluppano intorno ai temi dell’amicizia, del viaggio, della dipendenza e della lotta. L’argomento psichiatrico avrà un ruolo più marginale rispetto al mio primo romanzo: forse sto sognando di diventare uno scrittore vero…

Mendes Biondo
(Giornalista)

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