Intervista ad Ignazio Pandolfo autore de “L’ospite oscuro”

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Oggi RAMINGO! è andato ad intervistare Ignazio Pandolfo, autore nato nel 1947 a Messina, città dove vive e lavora. È stato docente universitario presso la facoltà di medicina fino al 2010, anno in cui ha lasciato l’insegnamento dopo una lunga e fruttuosa carriera, ricca di soddisfazioni sia in termini scientifici che didattici. Apprezzato pittore, ha al suo attivo diverse mostre personali e collettive, sia in ambito nazionale che internazionale, ed è autore di numerosi romanzi e racconti.
Il romanzo, intitolato “L’ospite oscuro” e pubblicato con Leone Editore, si ambienta a cavallo tra il 1944 e il 2005. L’azione parte durante il periodo bellico quando il maestro elementare Simon Jefhte, ebreo di Budapest, tiene un diario in cui descrive le proprie gesta di serial killer, compiute sotto l’influenza di una misteriosa entità demoniaca. Il diario s’interrompe bruscamente al momento dell’arresto e della deportazione ad Auschwitz del suo autore. A distanza di anni, nel 2005, Chicago, un misterioso serial killer uccide senza pietà cinque bambine. Sulle sue tracce si mette il detective Nigel Petrucciani, per molti anni il migliore investigatore della squadra omicidi ma ora sospeso dal servizio a causa di un provvedimento disciplinare. Grazie all’aiuto della bella poliziotta Carla Rodriguez, di cui diventa amante, tra omicidi efferati, colpi di scena e fenomeni paranormali Nigel scoprirà il colpevole. Ma a quale prezzo?

Nel tuo romanzo si rievocano gli scenari della Seconda Guerra Mondiale. Secondo te il secondo conflitto più grande della storia quanto ha lasciato nell’immaginario comune?

Più che quanto, direi cosa, ha lasciato nell’immaginario comune.
A mio parere il 2° conflitto mondiale ha fissato nell’immaginario collettivo il concetto di “genocidio”, laddove per genocidio s’intende: “ lo sterminio in massa di un intero gruppo etnico, nazionale o religioso”
Ovviamente il “ genocidio” non è una peculiarità del secolo appena trascorso. Esso, infatti, è presente nella storia umana da sempre.
La caratteristica fondamentale che differenzia tutti i genocidi della storia, da quello messo in opera dal regime nazista nei confronti del popolo ebraico, è rappresentata dalle motivazioni.
In genere la distruzione di un popolo, di una razza o di un credo religioso, ha sempre riconosciuto ragioni di ordine territoriale, economico o geopolitico.
In una parola, da motivazioni razionali e comunque miranti alla risoluzione di problemi pratici, dettati dalla spinta esercitata dalla sovrappopolazione, dalle necessità economiche, dalla espansione territoriale o dalla carenza di risorse.
Un esempio eclatante a tal proposito, lo si ritrova nel genocidio operato dai colonizzatori bianchi ai danni delle popolazioni autoctone del continente americano o, più recentemente, in quanto è avvenuto con le orrende operazioni di “pulizia etnica” nei Balcani.
Per converso, la pianificazione a tavolino della shoah, non riconosceva alcuna motivazione di ordine pratico.
Essa, al contrario, sembrava dettata da pulsioni del tutto irrazionali, anche se portate avanti mediante una lucida, quanto terrificante burocrazia di morte.
Tulle le motivazioni invocate per cercare di comprendere la Shoah (l’ebreo usuraio, la predazione delle ricchezze ebraiche, il potere occulto del sionismo, la follia delle gerarchie naziste) sono tutte spiegazioni trovate ex post dagli storici e che, se da un lato ci tranquillizzano, dall’altro non spiegano per nulla, il fenomeno nella sua totalità.
In buona sostanza direi che il 2° conflitto, per la prima volta nella storia, ci ha messo di fronte a un evento dominato dalla pura irrazionalità e quindi dalla esplosione incomprensibile del Male assoluto.
Da questa considerazione deriva probabilmente tutta quella mitologia riguardante le origini occulte del Terzo Reich. Argomento su cui si sono versati fiumi d’inchiostro.

Affianchi la scrittura alla pittura. Che differenze trovi tra queste due arti e quale prediligi per esprimerti?

La pittura e la scrittura sono due aspetti della creatività umana, del tutto differenti.
Nell’arte figurativa contemporanea, salvo alcune eccezioni (per esempio l’arte concettuale o l’arte cinetica o programmata), dominano prevalentemente le pulsioni istintuali, sia dell’artista che del fruitore.
Se si chiede a un qualsiasi osservatore (che ovviamente non sia un critico), il perché si senta attratto o respinto da un quadro, avremo sempre dei giudizi del tipo: mi piacciono i colori… che bei contrasti… questo quadro mi da i brividi… mi commuove… etc. etc.
Tutte risposte che attengono alla sfera emozionale.
Lo stesso vale per l’artista che spesso, quando inizia a dipingere, non sa dove andrà parare, così che, il titolo del quadro sovente viene ideato a opera finita, sulla base di considerazioni anch’esse piuttosto irrazionali ( mi riferisco ovviamente alla pittura contemporanea, sia essa astratta che informale).
La scrittura, per converso (sia essa di genere e che non), per sua natura richiede, almeno nella prima fase della creazione, un approccio razionale (individuazione e sviluppo del plot narrativo, scelta della tecnica, stesura, controllo dei rapporti tra i personaggi, costruzione dei dialoghi, credibilità, eliminazione delle incongruenze, etc. etc.)
Un’altra differenza che caratterizza le due forme di espressione va ricercata nel diverso approccio psicologico degli artisti.
Per il pittore l’atto creativo (ovviamente se svincolato da logiche di mercato), è spesso fine a se stesso. Il pittore, come il musicista, è sovente autosufficiente e può dipingere per se stesso.
Una volta terminata, l’opera può considerarsi venuta al mondo.
Il pittore può contemplarla, appenderla alla parete, farla vedere agli amici, e se è il caso, persino regalarla.
Per lo scrittore, purtroppo, è diverso. Il libro può considerarsi “nato” sono nel momento in cui viene pubblicato e distribuito.
Il manoscritto rimasto nel cassetto o nella pendrive, rappresenta una formidabile frustrazione per il suo autore.
Non credo agli scrittori che affermano di scrivere per se stessi.
Dal punto di vista espressivo vi è un’altra differenza fondamentale.
La pittura fornisce una rappresentazione bidimensionale.
Alcuni artisti, definiti “spazialisti” (Fontana, Castellani, Bonalumi etc.), nella ricerca della terza dimensione, hanno tentato di superare questo limite operando sulla tela, tagli, buchi ed estroflessioni.
La scrittura, per converso, è di per se un’arte multidimensionale.
La forza della descrizione letteraria, oltre a dare “ visibilità” alle tre dimensioni dello spazio, può anche materializzare la dimensione temporale e quella psicologica dei personaggi.
Per quanto mi riguarda, riesco esprimermi con uguale soddisfazione sia attraverso la pratica della pittura che della scrittura.
Con quali risultati, ovviamente non sta a me dirlo.

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Il sottotitolo del tuo romanzo è “Il male non può essere ucciso”. Secondo te la società ha la possibilità di riscattarsi da ciò?

Secondo la mia visione, bisogna distinguere tra il male inteso come “malattia sociale” e il Male come realtà metafisica.
Il primo è rappresentato dalle negatività che caratterizzano la specie biologica del primate Homo Sapiens Sapiens, (l’aggressività, la violenza, la prevaricazione, il dominio del più forte sul più debole, il bisogno di predazione, la difesa del territorio etc.).
Questo tipo di male ha dato origine, sul piano collettivo, a fenomeni estremamente negativi (la guerra, lo schiavismo, il colonialismo, le dittature, lo sfruttamento etc.).
Esso è ancora presente nel pianeta, ma, in quanto legato alla evoluzione civile e culturale della società, è rispetto al passato, in via di riduzione.
Non v’è dubbio che nei paesi a più alto tasso di civiltà (e quindi più evoluti) vi sia un sempre minor ricorso alla guerra, lo schiavismo è quasi scomparso e vi è un maggior rispetto dei diritti umani, rispetto quanto avveniva nei secoli passati.
Al contrario, in molte aree meno fortunate del pianeta (mi pare superfluo indicare quali), la situazione è ancora simile a quanto avveniva in Europa nel medio evo ( stragi, schiavismo, tortura, assenza di diritti umani etc.).
Mi piace sperare quindi che il male, inteso come malattia sociale, seppur tra qualche secolo, potrà forse essere debellato.
Diverso, a mio parere, è il problema del Male assoluto o metafisico.
Da esso è contaminata irrimediabilmente la natura di ciascun individuo (coincide con il cosi detto “peccato originale”).
Esso promana da una realtà extra-umana, parallela al nostro universo, della quale ignoriamo tutto e alla quale spesso non crediamo (non per niente si suole dire come il miglior trucco del Diavolo, sia quello di far credere di non esistere).
Questo tipo di Male opera in mezzo a noi in forme totalmente incomprensibili e inspiegabili alla luce della ragione e del comune sentire.
Credo che questo Male non sarà mai redimibile e che continuerà a esistere anche quando la razza umana sarà scomparsa.

L’ospite oscuro” è un thriller. In quale genere ti senti più a tuo agio quando scrivi?

Ho cominciato con la fantascienza.
Il tratto peculiare del modello fantascientifico è rappresentato dal fatto che si tratta di un genere letterario che consente all’autore la massima libertà espressiva, permettendogli di adattare la realtà alle proprie fantasie e non il contrario, come avviene generalmente in gran parte della narrativa.
Pur non essendo un autore di fantascienza, Emilio Salgari rappresenta perfettamente questo concetto. Egli, infatti, è stato capace di rappresentare mondi a lui completamente estranei e sconosciuti (proprio come pianeti alieni), rendendoli credibili e affascinanti grazie all’apporto della propria straordinaria fantasia.
La fantascienza purtroppo da alcuni anni in Italia ha poco seguito.
Nel mio passaggio al thriller ho comunque cercato di mantenere il più possibile la liberta di fantasticare, svincolandomi per quanto possibile, dai limiti e dagli stereotipi imposti dal genere.
Anche per differenziarmi dalla pletora di romanzi definibili a torto o a ragione “gialli”, “noir”, “thriller” etc. ho pensato di mischiare i suddetti sottogeneri, confezionando una sorta di romanzo “ibrido” contaminato e ( perché no?), arricchito da massicce incursioni nel “paranormale”.
Quest’ultimo è un elemento che permette alla fantasia di giocare liberamente e che fornisce soluzioni narrative altrimenti non percorribili (proprio come avviene nei racconti di fantascienza).

Senza indugio andiamo al futuro. Quali sono i prossimi progetti che vedranno coinvolto?

Volendo rimanere nell’ambito della scrittura, ho quasi finito di scrivere un altro romanzo (dal titolo ancora provvisorio) che pur non essendo un vero seguito del precedente, ne ripercorre le atmosfere e l’ambientazione (Chicago).
A tal proposito mi piace ricordare che l’aver scelto come location Chicago, non è stata un’operazione di tipo “salgariano” (della quale non sarei stato, in alcun modo capace), ma discende dalla mia profonda, vissuta e protratta conoscenza della città.
Infine, sto già gettando le basi per un terzo romanzo, nel quale torneranno alcuni personaggi dei due precedenti.
Nelle mie future intenzioni vi è, infatti, quella di completare una sorta di trilogia che mi piacerebbe denominare: “Trilogia di Chicago” ovvero “Trilogia del Male Assoluto”.

Mendes Biondo
(Giornalista)

Il libro è acquistabile al link: http://www.leoneeditore.it/catalogo/index.php?main_page=product_book_info&cPath=5&products_id=226

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