Storia della Bruttezza – una prospettiva non scontata su un tema eterno

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Umberto Eco, grandissimo scrittore divenuto un classico con “Il nome della rosa”, in questo
recente saggio uscito per Bompiani mette in mostra la sua attenzione verso un tema, quello
della bruttezza, che spesso non è stato teorizzato a dovere.

Infatti il brutto è stato solitamente definito come mero contrario di bello, ma essendo anche quest’ultimo termine legato alla soggettività, anche la bruttezza non può essere univoca. Quello di Eco è senza dubbio uno sforzo notevole che abbraccia più di 2000 anni di cultura occidentale in modo comprensibile ai più e corredato da una numerosissima serie di immagini esemplificative, partendo dalla kalokagathia greca al mondo cristiano dove il brutto si lega al Maligno, al peccato e all’inferno come si può riscontrare nelle opere di Goya o nel “Trittico delle tentazioni” di Hieronymus Bosh, per il quale la critica ha parlato di “demoniaco nell’arte”.

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Andando avanti Eco si inoltra nel mondo moderno, dove ormai non fa paura nemmeno più il diavolo, passando dal “Paradiso perduto” di Milton, in cui quest’ultimo diventa l’angelo più bello e simbolo della lotta contro un potere tirannico, fino all’uso denigratorio del brutto per raggiungere fini politico-demagogici con la nascita della caricatura. Tutto ciò, per giungere infine al mondo contemporaneo in cui viviamo, dove grazie a tv, cinema splatter e videogiochi sempre più cruenti mai sono state così tante le immagini di orrore reali o immaginifiche comparse davanti all’occhio umano nel corso della sua storia con un’arte contemporanea che in alcune sue manifestazioni sembra una celebrazione del brutto in quanto disturbante, eccitante e capace di stupire e far parlare di sé.

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Alessia Taccini

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