Intervista con l’autore che non “ha paura dei numeri”

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Oggi RAMINGO! va a conoscere l’autore Andrea Cattania. Nato a Milano, 1941 è ingegnere elettronico nel campo dei componenti e dei sistemi elettronici. La redazione di testi e articoli tecnici lo ha portato ad assecondare il desiderio di dedicarsi ad altri generi di scrittura: poesie, racconti brevi, saggi di argomento filosofico ed epistemologico. I suoi versi hanno ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale. Con Leone Editore ha pubblicato la breve guida alla matematica per grandi e piccini Chi ha paura dei numeri?
Si tratta di un libro indirizzato a lettori di ogni età, con l’ambizioso proposito di far comprendere concetti ad alto livello di astrazione anche a chi si ritiene “negato” per la matematica. Anche i concetti che a prima vista possono sembrare incomprensibili ai più, come le funzioni trigonometriche o i numeri complessi, sono alla portata di ogni persona curiosa e desiderosa di apprendere, senza alcuna particolare predisposizione per i formalismi del ragionamento matematico.

Il tuo libro cerca di semplificare concetti matematici complessi. Secondo te qual è la difficoltà maggiore che si incontra quando bisogna rendere accessibili a tutti regole e concetti altrimenti riservati agli addetti ai lavori?

La prima regola, come nell’insegnamento, è mettersi dal punto di vista di chi legge o di chi impara. Poi si deve cercare di suscitare la sua curiosità, per attirare la sua attenzione e aumentare l’efficacia della lettura o della lezione. Il testo deve essere nello stesso tempo semplice e accattivante. In questo caso specifico, però, ho dovuto affrontare un problema particolare, quello di spiegare con la massima semplicità l’equivalenza fra due modi diversi di rappresentare un numero complesso. Le sole dimostrazioni che conoscevo facevano uso del calcolo differenziale o dell’espansione in serie di una funzione: in entrambi i casi avrei dovuto introdurre un campo specialistico della matematica. Dopo essermi arrovellato per trent’anni, sono venuto casualmente a conoscenza di una terza dimostrazione, che si basava sulle equazioni funzionali. Il nome non deve spaventare nessuno, sono una cosa semplice, come si può constatare dal testo. E così ho fatto.

I dati che ogni anno vengono proposti dimostrano che gli italiani faticano a studiare matematica. Come mai?

Secondo un luogo comune, ciò dipende dal fatto che nelle scuole la matematica è insegnata male. Io non credo che sia così, dato che chiunque può facilmente constatare che nella stessa classe ci sono allievi che imparano con facilità e altri fanno più fatica. A mio avviso i motivi sono due: in primo luogo, la matematica e la logica richiedono una notevole capacità di astrazione, e noi italiani siamo pieni di fantasia ma da questo punto di vista siamo alquanto carenti. In secondo luogo la nostra cultura umanistica cerca di relegare le scienze a un ruolo di servizio, e fin da piccoli assorbiamo questo pregiudizio anche senza accorgercene.

Parliamo dei tuoi “maestri”. Di tutti gli scienziati che hai incontrato durante il tuo percorso di studi qual è quello che ti ha affascinato maggiormente e perché?

Il primo è stato mio padre che, quando avevo cinque anni, mi ha insegnato che si può fare due meno tre, basta fare tre meno due e dire poi “dall’altra parte”. Così stupivo tutti facendo credere di avere capito precocemente i numeri relativi. Poi ricordo molti insegnanti di ottimo livello: il prof. Bergna e la prof.ssa Baldi alla scuola media Pascoli di Monza, un’altra prof.ssa Baldi al Ginnasio – Liceo Zucchi, sempre a Monza; poi al Politecnico di Milano i proff. Amerio e Pistoia di Analisi Matematica. Ma ho un ottimo ricordo del prof. Gatti che nel corso di Fisica II ci ha aiutato a capire le equazioni dell’elettromagnetismo di Maxwell e della prof.ssa Biggioggero (affettuosamente chiamata “Bigia”) di Geometria. Infine ricordo fra gli assistenti di quest’ultima il prof. Citterio, il quale era talmente bravo che, dopo il primo mese, le sue esercitazioni erano seguite da tutti gli studenti, mentre le altre erano deserte.
Ho una grande ammirazione per molti matematici della storia, soprattutto per tre donne e tre uomini: Enheduanna, nata in Mesopotamia attorno al 2300 a.C.; Ipazia, straziata dai cristiani; la nostra Gaetana Agnesi; poi Archimede, Eulero e Bernhard Riemann.

Generalmente si vedono le persone di scienza come “teste quadrate”, incapaci di creare e lasciarsi ispirare ma nel tuo caso è palesemente il contrario. La scienza permette la fantasia?

Anche questo è un luogo comune difficile da sfatare. Non credo di essere un’eccezione se trovo moltissima poesia nella matematica e nella geometria, come nella cosmologia. La scienza non solo permette la fantasia, ma la richiede. Soprattutto la scienza moderna, che non avrebbe avuto l’attuale livello di sviluppo senza la fantasia dei suoi protagonisti. Basta leggere un libro qualsiasi di divulgazione scientifica (oggi ce ne sono moltissimi) per capire non solo che alla base di ogni teoria c’è la fantasia di chi la propone, ma che il calore che gli scienziati mettono nei loro dibattiti dimostra che di tutto possiamo parlare, meno che di “teste quadrate”, almeno nell’interpretazione spregiativa di questo termine.

Parliamo dei tuoi prossimi progetti. Dopo poesie, racconti, romanzi e saggi cosa tieni nel cassetto da pubblicare?

Attualmente sto lavorando su diversi progetti, fra cui uno sul pacifismo di Albert Einstein e uno sull’infinito in matematica, in filosofia e in letteratura. Poi mi vorrei dedicare a un saggio, molto più impegnativo, che avrà come titolo: “Verso una società aconfessionale”.

Mendes Biondo
(Giornalista)

Il libro è acquistabile al link: http://www.leoneeditore.it/catalogo/index.php?main_page=product_book_info&cPath=1&products_id=119

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