La “Chiave di volta” dell’esordiente Bruno Pronunzio

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Oggi RAMINGO! è andato ad intervistare l’autore Bruno Pronunzio, nato a Civitavecchia nel 1966. Il caso vuole che abbia visto il mondo per la prima volta esattamente nello stesso giorno e mese in cui, 652 anni prima, moriva sul rogo l’ultimo Gran Maestro dei Templari. Si è laureato a Siena in Scienze economiche e bancarie ed è funzionario di banca. Con Leone Editore ha pubblicato il suo primo romanzo intitolato Chiave di volta.
La storia narrata dal Pronunzio ha come protagonista Stefano Zarri che riceve per un disguido una Bibbia del Trecento al cui interno trova una pergamena con misteriose scritte e disegni. Incuriosito, decide di indagare e scopre che la soluzione dell’enigma si trova nel Casentino, antico crocevia di arte e spiritualità. Giunto nei pressi del Santuario della Verna, Stefano viene rapito da una misteriosa organizzazione che gli svela più di quanto non abbia fino a quel momento compreso…

Nel tuo romanzo unisci due eventi della storia che hanno lasciato nella memoria delle persone una serie di immagini e preconcetti. Durante la stesura del romanzo hai trovato delle divergenze rispetto ai pregiudizi comuni nei confronti di Templari e Nazismo.
Il romanzo è ambientato in luoghi diversi e in tempi distanti. Si parte dal 1314 per giungere, esattamente 700 anni dopo, ai giorni nostri. La trama, poi, si snoda attraverso il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Penso che nell’opinione pubblica si possa individuare un comune giudizio, essenzialmente positivo, riguardo al ruolo che hanno svolto i monaci-guerrieri appartenenti all’Ordine del Tempio. E ciò non soltanto perché si trattava di cavalieri, di nobili origini, disposti a rinunciare agli agi per abbracciare un ideale di servizio e di sacrificio, ma perché la loro obbedienza verso il pontefice li ha portati ad affrontare con coraggio i processi fondati su accuse false e infamanti e ad accettare atroci torture. In Chiave di volta il personaggio del medioevo, Gérard de Vazeix, esce da questi schemi. Riesce a sfuggire alla cattura e vive in latitanza, con la speranza che l’Ordine Templare possa essere riabilitato. La singolarità dell’uomo emerge quando si spegne l’ultimo barlume di speranza, insieme al rogo di Jacques de Molay, ultimo Maestro Generale dell’Ordine. Decide così di rinunciare ai voti, ma non prima di aver compiuto una missione, per la quale era stato designato molto tempo prima. Sarà quell’atto, di estrema importanza, a legarlo agli eventi che accadranno dopo sette secoli, sotto l’inquietante ombra della bandiera con la croce uncinata. Anche per il nazismo, verso il quale il giudizio in termini negativi è pressoché unanime, ho cercato di tenere distinti gli aspetti storici, quali il progetto Lebensborn o la spasmodica caccia alle reliquie, con quelli più strettamente connessi a singole figure di uomini, nella convinzione che esiste per tutti la possibilità di affrancarsi dal male.

Qual è il personaggio al quale ti sei maggiormente affezionato e quale quello che hai detestato fin dall’inizio?
La caratterizzazione di ogni personaggio richiede in qualche modo il tentativo di calarsi nei suoi panni. Ogni volta ci si pone la stessa domanda: Cosa farei ora se fossi al suo posto? Posso dire che tutti i personaggi, anche i peggiori, sono il riflesso dei miei stati d’animo, in positivo o in negativo. Alcuni personaggi compiono scelte drastiche. Forse quello al quale sono più affezionato è l’ufficiale delle SS Josef Dengler, che per amore evita una strage di innocenti e abbandona il proprio esercito. Per il motivo descritto sopra, per il quale ogni personaggio presente nel romanzo mi è comunque legato in qualche modo, penso di detestare più di tutti il re francese Filippo il bello, la cui figura, nel thriller, è soltanto accennata.

Ti sei avvicinato al mondo della scrittura grazie a questo romanzo. Ti va di raccontarci come è nato?
Con il tempo le passioni cambiano. Da ragazzo non ero appassionato di storia né di letteratura, ma ho sempre avuto una fervida fantasia. Poi pian piano le priorità del sapere sono diventate altre e così, per caso, ho partecipato a un concorso letterario organizzato in un borgo stupendo del Casentino, dal grazioso nome di Dama. La prova consisteva nel presentare un brano di due pagine avente ad oggetto Dama come paese, come gioco, come donna d’altri tempi, come animale (Dama dama è il nome scientifico del daino). Ho iniziato a costruire la storia, partendo dal medioevo, e ho visto che il luogo si prestava molto bene. In quella zona hanno vissuto personaggi del calibro di san Francesco, Dante e Michelangelo: tali ingredienti, religione, letteratura e arte, se dosati bene, avrebbero potuto portare a un prodotto interessante: così, da due, le pagine sono diventate duecento. Non voglio peccare di presunzione ma, con il senno di poi, penso di essere riuscito nell’intento.

Il thriller è l’unico genere con il quale ti metti alla prova o hai sperimentato anche altri generi?
Il nostro Paese è ricco di storia, di arte, di cultura in generale. Molti autori internazionali ambientano le proprie storie qui da noi, avvalendosi dell’immenso patrimonio artistico di cui disponiamo. Penso che il thriller sia il mezzo più idoneo per somministrare approfondimenti culturali che, avulsi da una storia intrigante, sarebbero difficili da digerire. In ogni caso Chiave di volta è il mio romanzo d’esordio, non escludo che in futuro possa spostarmi su altri generi, anche se per il momento ne dubito fortemente.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Per l’appunto, il dubbio nasce dal fatto che sono circa a metà del secondo thriller, anche questo ambientato su piani temporali diversi, ma legati tra loro da opere d’arte, letteratura (dell’ottocento stavolta) e musica lirica. Il secondo romanzo non sarà un sequel del primo, se non per la presenza di alcuni personaggi… ma non fatemi dire altro, devo pensare a imbastire il terzo thriller.

Mendes Biondo
(Giornalista)

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