Intervista a Dario Giardi autore a tutto tondo

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Oggi siamo andati ad incontrare il poliedrico Dario Giardi scrittore, fotografo e musicista. Laureato con lode presso l’Università Luiss di Roma, è autore di guide turistiche ed esperto di arte e cultura celtica, etrusca e romana, temi su cui sta attualmente preparando il suo primo film. Ha pubblicato con Leone Editore un romanzo breve intitolato La ragazza del faro e un thriller fantascientifico intitolato DNA.
Il primo libro ha come protagonista Julien, un trentacinquenne fuggito dall’angosciante monotonia borghese della vita parigina, che trova rifugio in un paesino sperduto della costa bretone. L’incontro con la bellissima Adèle, di cui si innamorerà perdutamente, e la quotidianità condivisa con il gruppetto di giovani che ancora vive in paese gli riserverà gioie, dolori, e anche una terribile lezione.
Nel secondo, invece, Estela, ricercatrice messicana, si mette sulle tracce di Daniel, il suo ragazzo scomparso senza lasciar tracce durante una spedizione speleologica in Italia.
Inseguita e minacciata da un enigmatico ordine religioso, la ragazza si ritroverà alle prese con un mistero capace di rivoluzionare quanto pensiamo di conoscere sull’evoluzione dell’uomo e di scuotere le fondamenta della Chiesa e del credo cristiano.

Il tuo primo libro è ambientato in Bretagna. Questi luoghi per te cosa rievocano?
Amo profondamente la Bretagna. C’è un legame carmico con questa Terra di confine. Volevo che diventasse la cornice al mio primo romanzo. Sono partito da questa considerazione. Quando mi sono reso conto che i personaggi e l’ambiente si compenetravano scambiandosi i ruoli e compartecipando allo sviluppo della trama, ero arrivato dove volevo arrivare. Ero riuscito a rendere lo spirito bretone per come meritava. Volevo che il mio primo romanzo “La ragazza del faro” cullasse le emozioni del lettore ma anche che le tagliasse come una lama di rasoio. Volevo che il lettore si scaldasse al sole lungo le coste ma anche che venisse colpito dalla violenza di quella natura libera e selvaggia.

Con DNA mescoli la religione con la scienza. Qual è stato l’elemento più esaltante di questa tua ricerca che si è successivamente trasformata in romanzo?
La scienza e la tecnologia da sole non bastano mai. A cosa ci hanno portato? Il progresso ci ha consegnato lavori alienanti, vacanze frenetiche e ci ha lasciato un grande vuoto dentro. La cosa di cui tutti noi siamo più affamati è la conoscenza del significato della vita ed è proprio quello che la scienza non ha saputo fornire. Solo in parte le religioni hanno saputo riempire tale vuoto e così tutti noi continuiamo a ricercare un ‘senso’ per il nostro esistere. Non voglio dire che questo ‘senso’ debba essere necessariamente una verità. Possiamo anche solo immaginarlo, ma niente potrà spegnere il desiderio recondito che tutti noi abbiamo di accendere la luce nella stanza buia dove sogni, speranze e verità si confondono. Ho mescolato continuamente due piani: quello della verità e quello della finzione. Tutti i siti dei ritrovamenti, i luoghi o le civiltà cui si fa riferimento nel testo, sono effettivamente esistenti. C’è molta verità, molta scienza, elementi di paleontologia, di astronomia così come di fisica quantistica. Su questi temi poi, chiaramente, si è romanzata la storia varcando il confine ed entrando nella fantascienza. In realtà, però, questo confine a mio avviso è molto soggettivo… cosa è davvero scienza? Cosa è verità? Un mio amico fisico mi raccontò che negli anni 80°, quando presentò la sua traccia di tesi in fisica quantistica, la stessa gli venne rigettata perché ritenuta ancora da molti professori accademici scienza di confine se non pseudoscienza. Oggi sappiamo che la fisica quantistica è alla base della nostra tecnologia, di tutte le scoperte recenti e della nostra stessa vita. C’è un aneddoto, a tal proposito, che mi ha sempre colpito… un fisico tedesco, Oberth, fu schernito con il soprannome di Luna Oberth quando, già nel 1920, ipotizzò la possibilità di un viaggio interplanetario sulla Luna. Molti suoi colleghi, per screditarlo, asserirono che una persona, appena fuori dai limiti dell’atmosfera terrestre, sarebbe stata dilaniata dalla forza di gravità del Sole. Nella sua autobiografia, Oberth si riferì a queste persone come a “quelli che hanno studiato tanto da vedere gli alberi e non il bosco”, citazione che riprese, mi sembra, da Martin Lutero. Ecco… l’ignoranza e la paura di ciò che non conosciamo possono spingerci a contrastare delle idee etichettandole come assurde.

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Tra i tuoi interessi ci sono anche gli studi legati alla storia dei Celti, degli Etruschi e dei Romani. Quali sono le maggiori soddisfazioni che hai avuto da questi studi?
Queste ricerche, questi studi mi hanno portato in contatto con studiosi di tutto il mondo. Ho collaborato con riviste specializzate sia nazionali che internazionali. L’ultima grande soddisfazione, in corso, è stata quella di essere chiamato a sceneggiare un film sui miti Celti, che si sta girando in Svizzera.

Tu ti destreggi come fotografo, scrittore e musicista. Con quale forma d’arte ritieni di essere in grado di comunicare maggiormente col pubblico e perché?
Dipende dallo stato d’animo e dai momenti della vita. Ci sono situazioni che mi portano a sedermi davanti al pianoforte. Altri momenti un foglio e una penna sono la mia compagnia perfetta. O magari, mentre passeggio, sento il desiderio di immortalare nei ricordi una visuale, uno scorcio.

Guardiamo al futuro. Quali altre pubblicazioni hai in programma?
Sono un curioso di natura. Non amo fossilizzarmi su un genere. Mi annoierei troppo. Non ho mai capito chi scrive esclusivamente su un genere che sia rosa, storico o altro. Non riuscirei mai a trovare la forza emotiva per portarlo a termine. Ho bisogno di sfide continue e nuovi territori da esplorare. Dopo un romanzo intimistico e un thriller fantascientifico ho deciso di cimentarmi con un noir molto particolare. L’aspetto psicologico sarà fondamentale. Sto lavorando con psicologi e psicoterapeuti per confrontarmi con loro su alcuni aspetti. Mi hanno consigliato di studiare le sceneggiature di David Lynch. Avevo visto Twin Peaks ma solo ora, grazie alle loro indicazioni, mi rendo conto di non averlo mai capito davvero. Un genio che ora sto apprezzando come merita. Esplorando la sua filmografia ho scoperto capolavori dimenticati dai quali sto traendo molti spunti.

Mendes Biondo
(Giornalista)

I libri sono acquistabili al link: www.leoneeditore.it

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