Un Totem incombe fra i lupi e Montale

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È sempre arduo, forse azzardato, non dico solo il “valutare”, ma anche fornire il semplice consiglio di lettura su materiali così densi, epigrammatici, vicini all’aforistico, con alcune felicissime eccezioni, vedremo. Per questo, cominciare dai pregi di “Totem”, opera ultima di Fabia Ghenzovich, poetessa veneziana, mi sembra la soluzione migliore, così come chiedere clemenza per i limiti di questa recensione del libro. Il minimo sindacale.

Direi di primo acchito che la parte migliore di “Totem” – uscito nel luglio scorso per la collana Collezione Letteraria, de “I Quaderni dell’Ussero” (cur. Valeria Serofilli), con l’editrice Puntoacapo – è la sezione Della luce e altre storie. Essa consiste di dieci componimenti* non solo pregevoli, ma anche di profumo “montaliano” nel senso più onesto del termine, in special modo Domani qualcosa sarà altra cosa e Eppure cosa in bilico ci resta, che oltretutto chiude bene l’intera raccolta. La sezione ci offre momenti di chiara ispirazione, densità e compostezza di immagine (Gastone, 89 anni… e Flebo urgente antidolore…) e mi pare che se tutto il volume si fosse tenuto su questi registri avremmo potuto parlare di una prova completa e di più che buon merito. Come non pensare anche a un Noventa, in misura molto più cauta a Pasolini (che scriveva in friulano, però…), oppure ai recenti Luciano Caniato, o di più a un Luigi Bressan, a leggere Una zatterina una candela accesa? Peccato che si tratti dell’unica poesia dialettale del volume. Fabia Ghenzovich evita con saggezza anche lo scoglio delle poesi(ol)e-elenco, specialmente nella già citata flebo urgente antidolore… la cui conclusione, per singolare freschezza, vorrei riportare qui:

«Sto con l’aria – leggera come una lieve levitazione/ un effetto collaterale alla malattia o forse un aspetto singolare della felicità.»

Pur non apprezzando né pleonasmi né tautologie (“leggera come una lieve levitazione”), tale modo di esprimersi ha lecita cittadinanza nel tirare le somme di una piccola esperienza viva. Altrettanto nuove e radicate nel quotidiano si leggono felicemente Lupa solitaria, una donna (con “la pepsi nella mano”) e ancor più la cronaca sentimentale e sessuale di un vecchio e della sua badante straniera (Gastone, 89 anni…); più deboli, molto più deboli, i versi dedicati all’anziana Evelina, malata di Alzheimer in Il biglietto di ritorno…, eppure Fabia Ghenzovich traduce con insolita pulizia questi momenti senza sentimentalismi e insulsaggini retoriche e anche quando attraversa il personale non sembra affatto una dei troppi poeti innamorati del proprio sgabuzzino interiore.

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Purtroppo la forza nitida di questa sezione cede il passo, secondo me, a una più nota, vista, rivista – e qui mi corre l’obbligo di dirlo – “retorica” femminist-animalista o femminil-animalesca, non perché non si sia già accostata e per giunta con pieno merito la donna-strega-reietta-sapiente-diversa al mondo del ferino e dell’incontrollato; non per questo, si badi; ma perché appunto ci si dovrebbe aspettare dalla poesia uno sguardo sempre nuovo, fresco, inedito, libero da sia pure consolidate e illustri letture o tradizioni simboliche. I componimenti della prima sezione di “Totem”, una sezione non titolata di dieci poesie, e quelli dedicati a Loba, mitica e archetipica figura di donna selvaggia, mi paiono perciò troppo legati a tale impostazione e perciò un po’ avari di novità ispirativa. Un già sentito che dispiace. Certo, sul simbolo, fa onore alla Ghenzovich di aver riaperto il filone del bestiario, in poesia. Infatti è proprio qui che la Ghenzovich si destreggia con spirito e non mancano occasioni più valide, come il rimpianto quasi corale di un primigenio perduto nella poesia di apertura del volume, Tana era a falde la roccia oppure come migliori prove le poesie Totem anima/luna, non a caso una chiusura interessante, e Un segreto patto di non belligeranza, asciutto epigramma economico o economicista anche se a dirla tutta, i lupi hanno avuto decisamente la peggio. Pregevolmente ironico, ma macchiato da espressioni troppo fruste (“De Sade insegna il brevetto dell’orrore” e quel macigno di un “olocausto quotidiano consumato all’ombra della storia”), Nessuno per ferocia lo eguaglia, di cui ancora riporto l’elegante finale:

«o piuttosto negare / negare sempre.»

Fabia Ghenzovich sa chiudere bene queste piccole partite a scacchi con le parole e se cade, o perde pedoni e pezzi, li perde o quando si fa trascinare da alcune immagini tristemente convenzionali del poetichese (Non rimarrà impunito il gesto, Lui sta a guardare con abulica codardia, Sono quello che vedi di me – che tu, Sul vuoto del poderoso ventre) in quelle che mi sembrano le poesie peggiori della raccolta – non per musicalità, ma contenuto; o quando cerca nel lessico armi di cui non ha in realtà bisogno, lanciandosi in diadi semantiche complicate o in espressioni al contrario logorate da troppo uso: qui la ricerca della mossa virtuosa a ogni costo guasta un po’ momenti decisamente migliori per immaginario e “invenzione”; come In bilico il passo poi, una poesia per metà densa e pregnante e per metà purtroppo logora, o Saziati i polmoni all’alveolo, certo originale, ma anche offuscata dalla polvere di un lessico elaborato senza reale necessità, più prestidigitazione che magia del verbo. Peccato perché ci sono anche momenti molto interessanti e attraversati da viva energia: Se passassi da sola questo Natale è per esempio il vertice di queste prime due sezioni, in cui l’ordinarietà/semplicità del formulario cessa di essere banale annotazione e si scopre sorretta da un’empatia espressiva e emozionale coerente che fa davvero premio al lettore. O anche Sono la nomade notturna (a parte il primo verso), in cui si racconta con grazia il momento poetico; o ancora Per il pane buono del corpo, in cui emerge una liturgia fisica di queste presenze femminili decisamente più vera; o ancora il giocoso filastrocchismo di Porta la luna per cappello (qualche espressione un po’ forzata, eppure…) o Mi tira la gonna, mi tenta, in cui scende appena di tono la chiusa, eppure le parole conservano una musica interiore che ben si intende con l’immagine.

Che dire infine? Questi epigrammi hanno sicuramente una grande onestà e spiccano quando crescono in forme meno contratte e si accompagnano alla capacità di raccontare poeticamente piccole cronache dell’ordinario e anche del personale senza cedere, al meglio della raccolta, in pose o solipsismi consunti; sul piano delle figure di suono Fabia Ghenzovich intona con abilità le sue armonie tanto che alcune poesie, pur questionabili per contenuti o parziali per originalità, conservano una propria bellezza melodica che le riscatta dal peggio; il pericolo più grave semmai è in agguato quando la nostra autrice non si fida di sé stessa e esagera nel cercare effetti lessicali che, ribadiamo, non aggiungono nulla, ma anzi potrebbero talvolta offuscare componimenti di brillante ispirazione, oppure quando percorre i sentieri illustri di un’epica decisamente già battuta (donna-animale-natura-selvatichezza). Forse un totem troppo grande per evitare del tutto il rischio, ammettiamolo e riconosciamolo all’autrice, a cui fa merito la consolidata pulizia espressiva.

Sono le storie che Fabia Ghenzovich racconta il “plus”, il sostanzioso, la vera qualità del volume: non solo perché riprendono una grande tradizione di Poesia, con la maiuscola, innovando davvero, ma soprattutto perché con semplicità e chiarezza descrittiva trasformano il quotidiano in un mirabile e mirifico viaggio. Questa è la magia naturale che mi piace, più sicuramente dell’ingombrante Totem “femminista” di queste donne-lupo.

* numero “biblico” che si ripete nelle altre due sezioni!

Furio Detti

Fabia GHENZOVICH
Totem
I Quaderni dell’Ussero, a cura di Valeria Serofilli, Collezione Letteraria, Puntoacapo editrice, 2015

Un pensiero su “Un Totem incombe fra i lupi e Montale

  1. fabia Ghenzovich ha detto:

    Ringrazio Furio Detti per l’attenta recensione a “Totem”, ma desidero mettere in luce un aspetto in cui non mi riconosco, che è quello della retorica femmnista.
    “Totem” è per me simbolo di una forza vitale naturale e primaria, dalla quale ci siamo pericolosamente allontanati, assuefatti come siamo ad altre logiche per lo più consumistiche. Le figure archetipiche femminili e anche quelle più vicine al nostro quotidiano da me proposte, vivono di una loro propria natura assai lontana da ogni presunzione di dominio e in questo senso anche selvatiche e vitali. Parlo quindi dell’uomo, non certo solo delle donne, di ciò che siamo e siamo stati o potremmo essere, se sapessimo guardare al naturale che è in noi: il pane buono del corpo, la natura profonda, la nostra stessa vita che è in gioco e la posta è sempre più alta. Non c’è nessuna retorica, nessuna ideologia in Totem e di questo sono certa.

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