Intervista ad Angelica Montanari tra cannibali e medioevo

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Il fenomeno del cannibalismo ha spesso suscitato fascino nella storia del cinema, nel teatro, nella letteratura e nelle arti figurative ma ha anche creato falsi miti e tanta confusione
Comportamento noto fin dall’origine dell’uomo, il cibarsi di un proprio simile è un tabù che si è cercato di nascondere e censurare in diversi modi e che al tempo stesso ha dato vita a dei veri e propri mostri che trovano posto nell’immaginario fantastico delle favole e dei racconti dell’orrore: licantropi e streghe ne sono un esempio.
Anche i nostri antenati vissuti nell’epoca medievale non erano all’oscuro dell’attitudine del cibarsi di carne umana e Angelica Aurora Montanari con il suo libro Il fiero pasto. Antropofagie medievali, pubblicato con Il Mulino Editore, offre una raccolta di casi che attestano come gli uomini medievali europei praticassero l’antropofagia in diverse circostanze e per diverse ragioni.

Per la serie delle interviste di RAMINGO! oggi siamo andati ad intervistarla.

Da dove nasce il suo interesse verso il tema dell’antropofagia?
Dalla lettura di un articolo divulgativo dello storico Galuco Maria Cantarella, comparso sulla rivista Medioevo. Non sapevo, allora, che mangiare carne umana fosse stata una pratica diffusa anche in Europa. Incuriosita, decisi di approfondire l’indagine per scoprire se esistevano casi di cannibalismo non segnalati dalla bibliografia. Ce n’erano a bizzeffe: ho davvero trovato pane per i miei denti!

Nell’immaginario comune il cannibalismo è stato un fenomeno antropologico circoscritto per lo più nelle aree più selvagge e meno civilizzate del pianeta ed è raramente concepito nel contesto del nostro Bel Paese. Quali sono state le testimonianze e le fonti più importanti adottate e quali le difficoltà di ricerca?
All’inizio la difficoltà principale è stata scoprire quali testimonianze documentavano casi di cannibalismo. Pochissimi studi si erano occupati dell’argomento in relazione all’Occidente medievale e si trattava per lo più di ricerche circoscritte a campi di indagine particolari. In diversi anni – attraverso ricerche bibliografiche, filologiche e archivistiche approfondite, e grazie ai consigli di esperti di varie discipline – ho assemblato un ampio corpus di documenti: si tratta di cronache, annali, trattati medici ma anche fonti artistiche e letterarie interessanti per ricostruire l’immaginario costruito attorno alla pratica di mangiare carne umana.

Angelica A Montanari

Nella seconda parte del testo di Ewald Volhard “Cannibalismo” vengono descritte varie tipologie e modalità della pratica del mangiare carne umana. Lasciando da parte le tragiche vicende di chi è stato costretto a mangiare la carne dei propri simili in nome della sopravvivenza, quali erano le motivazioni principali o le più curiose per cui l’uomo del medioevo praticava l’antropofagia?
Volendo rifarsi alle categorie tracciate da Ewald Volhard potremmo dire che nel Medioevo il movente più insolito che spinse l’uomo a divorare il suo simile si approssima a quelle pratiche che l’antropologo tedesco definì di “antropofagia giuridica”, intendendo con questo termine la consumazione del corpo di criminali ripudiati dalla comunità di appartenenza. Un simile pasto è infatti a più riprese documentato nelle città del nord Italia tra il XIV e il XVI secolo: durante insurrezioni, tirannicidi e violente lotte politiche, abbiamo notizia di numerosi linciaggi cannibalici. A cadere vittima della furia della folla in subbuglio era in genere il “nemico pubblico”, ovvero colui che aveva perpetrato un crimine contro l’intera comunità, promuovendo il malgoverno o uccidendo il legittimo signore. Altrettanto curioso era, inoltre, l’utilizzo di parti del corpo umano a scopo terapeutico. Portentosi medicinali destinati all’ingestione si confezionavano amalgamando ingredienti ricavati dalle salme estraendo il grasso, polverizzando le ossa, prelevando il sangue, cuocendo ed essiccando la carne ed infine distillando acque preziose dal fegato e dal cranio.

Sappiamo che nel periodo medievale in termini giudiziari avvennero processi dalla natura più varia, dibattiti, sentenze e condanne venivano applicati con massima serietà. Cosa prevedeva la legislazione medievale per gli atti di cannibalismo?
Il fatto interessante è che, salvo rarissime eccezioni, la legislazione medievale non contemplava il cannibalismo tra i crimini perseguibili: i casi di antropofagia non superavano, con tutta probabilità, una soglia di frequenza tale da rendere necessarie sanzioni volte a limitarne la diffusione. È da escludere, infatti, una silente accettazione del fenomeno: cronache, trattati e testimonianze letterarie ribadiscono senza mezzi termini la pesante condanna morale destinata a gravare su chi fosse giunto a nutrirsi dei propri simili. Dai penitenziali, cataloghi di peccati e pene espiatorie, emerge addirittura il timore di contagio indiretto con i resti umani che poteva incorrere mangiando animali che si fossero a loro volta cibati di carne umana. Il silenzio giuridico si deve dunque interpretare come la mancata classificazione di un veto talmente profondo da risultare condiviso al di là di ogni formulazione scritta, anzi da suscitare reticenza alla formalizzazione: il vero interdetto non è mai codificato, non ce n’è bisogno.

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Nel contesto medievale, ricco di superstizioni e legato al mondo della magia e dell’alchimia, quale significato aveva il cibarsi di carne umana?
Era nella maggioranza dei casi un atto di infamia e di vendetta privata o collettiva. In ambito letterario il cannibalismo è invece usato per evocare la sopraffazione operata dai più forti verso i più deboli, sbranandone metaforicamente le membra. In alcune opere assume significato opposto simbolizzando la potenza di un guerriero o la devozione verso l’amato. Riccardo Cuor di Leone, ad esempio, è presentato da un romanzo in versi del XV secolo come un invincibile sovrano, proprio perché mosso da un appetito insaziabile che lo spinge a banchettare con i corpi dei saraceni sconfitti. Nessuna appropriazione della forza dei defunti attraverso la consumazione delle loro carni traspare nelle testimonianze medievali, seppur non sia da escludere che tale valenza fondasse alcune visioni positive del cannibalismo che coesistono con la condanna del fenomeno.

Il cannibalismo oggi è legato principalmente all’ambito criminologico, una pratica impensabile che tuttavia trova le proprie radici sin dagli albori dell’uomo e che ci accompagna nel quotidiano in forme simboliche e metaforiche, è dunque legittimo affermare che il cannibalismo è “inumano”?
È una definizione sicuramente calzante per illustrare l’ottica delle testimonianze medievali, all’interno delle quali l’accezione di “inumano” e “bestiale” identifica per eccellenza l’atto di antropofagia, e lo qualifica lessicalmente. Secondo questo punto di vista magiare il proprio simile è un atto contro natura perché sconvolge la gerarchia stabilita dalla divinità che vuole che un essere considerato superiore si cibi sempre e solamente di esseri inferiori (Tommaso d’Aquino, ad esempio, affronta l’argomento del cannibalismo bestiale nel Commento all’Etica Nicomachea di Aristotele). Oggi come oggi credo invece che il tentativo di attribuire un giudizio etico alle pratiche di antropofagia sia superato: si tende piuttosto a cercare di comprenderne le radici culturali e simboliche, oppure a rilevare i risvolti psico-patologici dei casi di cannibalismo criminale.

Elena Bello

Il libro è acquistabile al link: http://www.lafeltrinelli.it/libri/angelica-aurora-montanari/fiero-pasto/9788815258588

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