“Carta da Zucchero” di Rosaria Sorrentino

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Rosaria Sorrentino. Nata in svizzera il 14/07/1980. Attualmente risiede a Roma. Sebbene si sia formata attraverso studi di ben altra natura, le è sempre piaciuto giocare con le parole per immortalare sensazioni che, in altro modo, sarebbero andate perdute. Il racconto è il suo campo di gioco.

CARTA DA ZUCCHERO

Cinquantasette primavere all’attivo e un paio di gambe da capogiro, che se la ridono delle primavere, di tutte e cinquantasette. E anche delle altre stagioni.
Cinquantasette primavere all’attivo e un sorriso che ti fa dubitare che tu abbia mai saputo cosa significhi, realmente, sorridere.
Prenderei dimora fissa davanti a quel sorriso, io. Sul serio.
Un sorriso, per intenderci che non ha bisogno di andare a scovare la femminilità in un abito nuovo o in un nuovo taglio di capelli.
Lei se la porta dentro la sua femminilità.
Nei suoi fianchi morbidi. Fianchi che hanno creato altre vite. Fianchi che hanno voluto creare altre vite.
Nelle sue mani. Mani che, ancora oggi, hanno la fantasia e la dolcezza di creare.
Lei appartiene a quella piccola fetta di umanità che crede ancora che la bellezza, la vera bellezza, risieda nelle mani. Non nelle mani belle ma nelle mani che sanno creare il bello.
Ha sempre vissuto le sue mani non come un pezzo di sé da esporre ma come un pezzo di se da utilizzare.
Sono mani che hanno dato carezze e si sono sporcate di colla e tempere tra le risate dei bambini.
I suoi e non. Soprattutto non. E chi ha vissuto tra il tintinnio delle risate dei cuccioli d’uomo quella musica se la porta dentro.
Sono quelle mani ad avermi regalato il sei di gennaio di qualche anno fa, quando il tempo mi aveva già fatto diventare una donna in cambio di qualche migliaio di briciole di magia, una calza piena di dolci.
La befana era riuscita a scovarmi anche li. Mi disse. Anche in una casa non mia. Cosi mi disse.
Sono quelle mani, mani di donna, mani di mamma, ad aver costruito pezzo per pezzo, decorazioni oro, blu e rosse.
Tre colori. Tre. Come i suoi figli. Mi disse. Cosi avrebbe potuto decorare l’albero insieme ad ognuno di loro per tutta la vita. Cosi mi disse.
Lei appartiene a quella piccola fetta di umanità che crede ancora che il digiuno del corpo sia tanto dannoso quanto quello dell’anima. Sarà per questo che mentre ti offre un dolce di pasta di mandorla ti chiede come stai. E poi ti ascolta. Ascolta davvero.
Una delle capacità più emotive del nostro così inutilmente sviluppato cervello è quella di associare un odore a un ricordo. Lo chiamano il profumo dei ricordi. Non è necessario un cuore per essere poetici. Basta un comunissimo ammasso di cellule cerebrali, dotate delle più elementari e primordiali funzioni.
Così a me, che sono poeticamente primordiale, basta il profumo della pasta di mandorla per cancellare, in una frazione di secondo, una buona manciata di anni e vederla lì. Davanti a me.
E’ un giorno di festa.
Il sole illumina la strada e riscalda, generoso come sempre, ogni umano e ogni felino presente, anche se i gatti il sole se lo sanno godere un po’ di più.
Tra la gente, il suo abito color carta da zucchero brilla.
Io, guardandola, mi chiedo se lo sa che è bellezza. E amore.
Se lo sa che è bellezza e amore insieme.

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