“Il rendiconto di Natale” di Andrea Micalone

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Andrea Micalone è nato ad Atri (Te) il 18/11/1990. Nella prima edizione tenutasi nel 2009 del concorso nazionale di narrativa “La Vita in Prosa” è rientrato nella prima selezione della giuria con tre racconti. E’ stato selezionato per la pubblicazione di una sua poesia all’interno dell’antologia di poeti contemporanei Il Sogno, curata dal Collettivo Poesiaèrivoluzione.
Nel 2010 è rientrato tra i poeti selezionati nell’ambito del concorso “Il Federiciano”, venendo quindi pubblicato nella raccolta edita da “Aletti Editore” in occasione del concorso. Ha ricevuto poi, sempre nel 2010, il premio speciale della giuria nella Dodicesima Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Oreste Pelagatti” tenutasi a Civitella del Tronto. Nel 2011 ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo Buonanotte ai sognatori con l’Arduino Sacco Editore di Roma.
Nel 2013 invece, grazie al romanzo di genere fantascientifico Hodoeporicon, è rientrato tra i sette finalisti del Premio Urania della Arnoldo Mondadori Editore.
A partire dal 2014 sta distribuendo in ebook la sua prima saga fantasy Il Tramonto della Luna.

Il rendiconto di Natale
(liberamente e spudoratamente ispirato al “Canto di Natale” di Dickens)

Maurilio, prima di tutto, era morto. Niente dubbi su questo. Il registro mortuario portava le firme del medico, del secondo medico e anche dell’appaltatore delle pompe funebri. Lasciatemi dunque ripetere solennemente che Maurilio era morto stecchito.
Alvaro e il morto erano stati soci per non so quanti anni. Alvaro era il suo unico esecutore testamentario, unico amministratore, unico procuratore, unico legatario universale, unico amico, nonché unico partecipante al funerale. In realtà Alvaro aveva sofferto ben poco per l’evento, e il giorno stesso dei funerali si dimostrò il solito volpone, solennizzando l’evento con un affare con i contro fiocchi.
Il ricordo dei funerali mi fa tornare al punto di partenza: non c’è dubbio che Maurilio fosse morto. Questo assodiamolo bene, sennò non coglierete il lato allucinante della storia che sto per raccontarvi e sarebbe un po’ come se durante la visione di “Ghost” non foste perfettamente convinti che Patrick Swayze sia davvero morto.
Il signor Alvaro, nonostante ciò, non cancellò dall’insegna il nome del vecchio Maurilio. Parecchi anni dopo si leggeva ancora sulla porta del suo magazzino: “Alvaro e Maurilio”. La ditta del resto era nota per loro. Era cosa comune anche che qualche pivellino alle prime armi chiamasse il signor Alvaro con il nome di Maurilio, ma egli se ne fregava e rispondeva ancora a nome di entrambi. Per lui faceva lo stesso.
Alvaro era un tipo dalla mano pesante. Nessuno ti spremeva, torceva, scuoiava, artigliava più di quel vecchio bastardo. Era aspro e fastidioso come gli accendini che non riescono ad accendersi, quelli che ti fanno irritare il pollice ma non sputano fuori neanche una scintilla, e poi era chiuso, sigillato, solitario come un’ostrica. Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso decrepito, gli pizzicava il naso puntuto, gli increspava le guance, gli dava un’andatura stecchita (in senso di moto vivissimo, seppur sgraziato), gli faceva venire gli occhi rossi e le labbra azzurrognole, e poi gli tirava fuori una voce acre che pareva di lametta da barba arrugginita. Sulla testa, nelle sopracciglia e sul mento gli biancheggiavano pochi peli setolosi.
Nessuno lo fermava mai per dirgli con un sorriso: “Come va, caro mio? A quando una birretta assieme?” Né un immigrato qualsiasi aveva il coraggio di chiedergli la carità, né un passante trovava la forza di domandargli che ore fossero, né un turista di chiedergli la direzione giusta per la Tiburtina. Perfino i cani dei ciechi al vederlo cambiavano strada.
Ma sai che gliene fregava ad Alvaro! Anzi, ne era pure contento. Sgusciare lungo i marciapiedi affollati gracchiando alla gente di farsi in là, lo faceva sentire come un obeso in un McDonald’s.
Una volta – era la vigilia di Natale – il vecchio Alvaro se ne stava a sedere tutto impegnato nel suo studio. Il tempo era freddo, uggioso, tutto di nebbia. Si sentiva la gente per strada andare su e giù strombazzando con le auto. Erano solo le tre di pomeriggio, ma per via delle nubi pareva quasi notte. Dalle finestre dei negozi vicini rosseggiavano le insegne come tante macchie nell’aria grigia e spessa. La nebbia si spalmava sulla città e le case dirimpetto parevano fantasmi. Quella nuvola scura che scendeva sopra ogni cosa faceva pensare che la Natura, stabilitasi nell’ufficio di fianco, avesse dato l’avvio a uno smistamento di smog su larga scala.
Alvaro teneva sempre d’occhio il suo giovane collaboratore, il quale, inserito in una specie di sgabuzzino, era indaffarato al pc. Alvaro aveva per sé un piccolo termosifone, ma invece la stanzetta del sottoposto, essendo semplicemente un vecchio stanzino, non era dotata di riscaldamento, e quel disgraziato all’interno si doveva arrangiare con una stufetta elettrica. Il giovane, un laureato con un contratto a tre mesi, teneva avvolta al collo una sciarpa bianca e pareva quasi in procinto di sedersi sulla stufa stessa. Quest’ultimo doveva stare anche bene attento a dosare il dispendio di corrente, perché Alvaro odiava gli “sprechi”.
– Buon Natale, zio! – gridò una voce gioconda. Era la voce del nipote di Alvaro (che abitava nel condominio di fronte), piombato nell’ufficio così d’improvviso che lo zio non lo aveva sentito entrare.
– Eh via! – rispose Alvaro – cazzate!
Il nipote si era scaldato a furia di correre nella nebbia e nel gelo, e adesso pareva congestionato: aveva la faccia vermiglia e simpatica, gli brillavano gli occhi e aveva ancora il fiato fumante.
– Come, zio, Natale una cazzata? – esclamò. – Non dire queste cose.
– Certo che le dico! – ribatté Alvaro. – Un Natale allegro! Come ti viene in mente di stare allegro? Con che diritto? Sei inguaiato abbastanza, mi pare.
– Ma dai – riprese il nipote ridendo. – Che diritto hai allora tu di essere triste? Che ragione hai di essere scontroso? Sei ricco abbastanza, mi pare (scimmiottò il tono di voce dello zio quando disse “mi pare”). Almeno per oggi, stacca prima.
Alvaro, che non aveva per il momento una risposta migliore, ripeté il suo sempreverde: “Eh via! Cazzate!”
– Non essere così di malumore, zio – disse il nipote.
– Cosa c’è da essere allegri? – ribatté lo zio – quando si vive in un mondo di matti come questo. Un Natale allegro! Al diavolo il Natale con tutta l’allegria! Che altro è il Natale se non un giorno di scadenze quando non si ha un euro. Un giorno in cui ci si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un’ora più ricchi. Un giorno di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella soddisfazione di non trovare una sola partita all’attivo? Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che gira dicendo questo “allegro Natale”, dovrebbe essere bollito in una pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel culo.
– Zio! – pregò il nipote.
– Nipote! – rimbeccò accigliato lo zio, – tieniti il tuo Natale e lasciami il mio.
– Il tuo Natale! Ma che Natale è il tuo, se stai qui fino a tardi?
– Vuol dire che così mi piace, e tu non mi rompere. Buon pro ti faccia il tuo Natale!
– Ci sono tante cose belle che non danno profitto – rispose il nipote – e il Natale è una di queste. Il fatto è che io ho sempre ritenuto il Natale un giorno in cui ci si vuole bene, si perdona e quantomeno si sta in ferie. E poi, zio, nonostante non mi abbia mai cacciato in tasca uno spicciolo, io credo che il Natale mi abbia fatto del bene e me ne farà ancora. Evviva il Natale!
Il collaboratore dal fondo del suo sgabuzzino non seppe trattenere una risatina di entusiasmo, ma, accortosi di essere stato udito, riabbassò lo sguardo sul pc.
– Un’altra risata – gli disse Alvaro – e ve lo darò io il Natale con un bravo benservito. Sei davvero un parlatore con i fiocchi – aggiunse volgendosi al nipote. – Mi sorprende che non ti ficchino in Parlamento.
– Non arrabbiarti, zio. Dai, ti aspettiamo domani a pranzo.
– Vedi di fotterti. Solo in tal caso accetterò il tuo invito.
– Ma perché? – esclamò il nipote. – Perché?
– Perché diamine ti sei sposato? – domandò Alvaro con il tono di chi prosegue naturalmente il discorso.
– Perché ero innamorato.
– Perché eri innamorato! – grugnì Alvaro, come se quella fosse l’unica cosa al mondo più ridicola di un allegro Natale. – Buona sera!
– Ma tu, zio, non sei mai venuto a trovarmi e io abito qui di fronte! E poi perché mi domandi del matrimonio?
– Buona sera, – disse Alvaro.
– Non ti ho mai chiesto niente. Perché non dobbiamo essere amici?
– Buona sera, – ripeté Alvaro.
– Mi fai pena. Non abbiamo mai avuto motivi di discussione in famiglia, ma tu sei impossibile. Ho voluto fare questa prova per il Natale, e il mio buonumore di Natale lo conservo. Tranquillo, non mi farò il sangue amaro per te. Buon Natale, zio mio!
– Buona sera, – disse Alvaro.
– E buon anno!
– Buona sera, – disse Alvaro.
Il nipote si allontanò, ma prima di andarsene fece gli auguri al collaboratore nello sgabuzzino, il quale, nonostante fosse gelato, aveva comunque addosso più calore di Alvaro, poiché li ricambiò.
– Eccone un altro – borbottò Alvaro – il mio commesso, con cinquecento euro al mese, che parla di buon Natale. Mi chiuderò nel manicomio.
Il nipote di Alvaro intanto se n’era andato, ma la porta dell’ufficio non si era chiusa perché erano entrate altre due persone non annunciate. Dai modi che avevano parevano dei clienti. Si massaggiarono le mani per il freddo e poi si avvicinarono ad Alvaro. Avevano fogli e quaderni.
– Alvaro e Maurilio? – chiese uno dei due guardando una lista. – Lei è il signor Alvaro o il signor Maurilio?
– Il signor Maurilio – rispose Alvaro – è morto da sette anni. Morì proprio questa notte.
– Oh, mi dispiace – riprese a dire quel tipo porgendogli un bigliettino da visita – Sono sicuro però che la sua generosità abbia in lei lo stesso spazio che occupava nel caro defunto.
Alla malaugurata parola “generosità” Alvaro aggrottò le ciglia, scrollò il capo e restituì il biglietto.
– In questa ricorrenza, signor Alvaro – disse quel signore prendendo una penna, – occorre raccogliere qualche piccolo sostegno per la tanta, troppa, povera gente che si aggira nel nostro triste mondo. Arrivano ogni giorno, lo saprete anche voi. Ci sono migliaia di profughi e non hanno neanche lo stretto necessario per vivere. Centinaia di migliaia che non conoscono neanche alla lontana il nostro benessere.
– Non ci sono prigioni? – domandò Alvaro.
– Molte – rispose l’altro posando la penna sulla scrivania.
– E quei cosi, come si chiamano? I centri d’accoglienza? Li hanno chiusi?
– No, ma sono ormai intasati. Lo stato non riesce più a garantire il dovuto sostegno a queste strutture. Appunto per questo…
– Quindi la legge Bossi-Fini è sempre in vigore?
– Sempre. E mi faccia aggiungere anche “purtroppo”.
– Oh! Quando avete cominciato a parlare, avevo temuto che qualche disgrazia avesse rovinato questa utile istituzione, – disse Alvaro. – Mi fa piacere sentire il contrario.
– Il problema è che lo stato, anche per via di queste leggi, non può garantire un sostegno reale, costante, e me lo lasci dire: cristiano, ai profughi – Il tipo si strinse le mani in grembo – noi ci diamo da fare per raccogliere dei fondi per comprare ai poveri i beni primari essenziali, come cibo, acqua, sapone. Poiché lei è celebre per la sua grande disponibilità economica, potrebbe darci un aiuto importante. Con che somma vuole partecipare a questa raccolta?
– Nessuna! – rispose Alvaro.
– Se lo preferisce, noi manterremo l’anonimato.
– Ciò che preferisco è non essere disturbato. Non batto la fiacca a Natale, né voglio fornire ai nullafacenti i mezzi per batterla. Che vadano a lavorare! Pago la mia brava quota per gli stabilimenti che sapete: costano anche molto. Chi non sta bene all’aperto, può andare lì.
– Molti non possono, e molti altri preferirebbero la morte.
– Che muoiano allora – disse Alvaro – così scenderà il numero di tutta questa gentaglia. In fondo poi, scusatemi, io non ne so niente.
– Ma le basterebbe informarsi – osservò l’altro.
– Non è affare mio – ribatté Alvaro. – È già molto che mi raccapezzi negli affari miei, senza immischiarmi in quelli degli altri. I miei problemi mi prendono tutta la giornata. Buona sera, signori! –
Vista l’inutilità di ogni insistenza, i due uomini se ne andarono in silenzio. Alvaro si rimise al lavoro, molto contento del fatto suo e di umore più leggero dopo quello sfogo.
Intanto la nebbia e l’oscurità fuori alla finestra si erano fatte più fitte e le automobili in strada giravano già a fari accesi. La vecchia torre della chiesa, la cui campana arcigna pareva guardare Alvaro dall’alto del finestrone, divenne invisibile, ma prese a suonare le campane con uno strano tremolio, come se anche essa avesse battuto i denti. Intanto al cantiere prima dell’incrocio alcuni operai, intenti a riparare l’acquedotto, si erano radunati in cerchio a ridere e scherzare, come se ormai il loro lavoro non avesse più importanza. Il Sindaco, disperso chissà dove in qualche sontuoso ristorante, impartiva intanto ordini perché si festeggiasse il Natale come Dio comanda: rimpinzandosi di lenticchie e zampone. E perfino il sarto, quel vecchio miserabile della bottega oltre l’angolo, si dava da fare nella sua soffitta per preparare il pranzetto del giorno appresso, mentre la moglie con la nipote andavano fuori a comprare il pezzo di carne che ci voleva.
E la nebbia e il freddo crescevano. Un freddo pungente, tagliente, mordente. Alvaro pensò: “se i cambiamenti climatici di cui tanto si ciancia stanno riscaldando il pianeta, come diavolo è possibile che ci sia un simile gelo?”
Un membro di qualche comunità parrocchiale, proprietario di un miserabile nasetto rosicchiato dal freddo famelico come un osso dai cani, si andò a fermare proprio sotto allo studio di Alvaro per allietarne l’inquilino con una canzonetta natalizia. Alle prime parole che udì, Alvaro prese ciò che restava del suo caffè e, aperta la finestra, buttò quello spruzzo nero di sotto e il cantante dal naso smangiato imprecò, interrompendo la sua litania inneggiante alla bontà.
Arrivò dunque l’ora di chiudere lo studio. A malincuore Alvaro si alzò dalla scrivania, dando così un tacito segno al collaboratore, il quale subito spense la stufetta elettrica e si mise in piedi.
– Immagino – disse Alvaro guardandolo di traverso – che la giornata di domani la vuoi passare tutta a casa, eh?
– Se possibile, signore. Ho terminato il lavoro e…
– Se ti dicessi che devi venire, scommetto che ti riterresti trattato male, non è così?
Il giovane abbozzò un debole sorriso.
– Eppure – proseguì Alvaro – a te non pare che io sia trattato male quando sborso il tuo stipendio di una giornata in cui non hai fatto nulla.
– Si tratta di una volta all’anno – disse il collaboratore.
– Bella scusa per fregare soldi ogni 25 di dicembre! – esclamò Alvaro abbottonandosi il cappotto fin sotto il mento – Domani vada per tutta la giornata, poiché altrimenti saresti capace di chiamare pure il sindacato. Però dopodomani vieni prima del solito perché dobbiamo recuperare.
Il ragazzo promise che il 26 sarebbe giunto presto e Alvaro uscì dall’ufficio grugnendo.

Alvaro, dopo aver mangiato lungo il tragitto un panino che si era preparato la mattina, prese finalmente la metro. Dopo mezz’ora era sul viale di casa.
Abitava in un quartiere, o per meglio dire in una sfilata di stanze un tempo proprietà del socio defunto, all’interno di un vecchio e bieco caseggiato che si nascondeva in fondo a una stradina. Quell’edificio in quel posto non si sapeva che ci stesse a fare: pareva quasi che da bambino, giocando a nascondino con altre case, si fosse nascosto lì e non avesse più saputo venirne fuori. Era diventato vecchio e fatiscente, con il muro scrostato e un’apparenza al limite dello stato di abbandono. Alvaro ci abitava da solo, poiché tutte le altre stanze erano in affitto a studi commerciali. A sera era così buia quella zona, che lo stesso Alvaro, pur conoscendola, vi si muoveva con un certo fastidio e timore.
Quella sera la nebbia era così spessa davanti alla porta scura dell’edificio, da far sembrare che l’ingresso fosse cosparso di fumo. È ora ovvio che la serratura della porta, oltre a essere di costruzione vecchia e massiccia, non aveva niente di speciale. È altrettanto vero che Alvaro, da quando abitava lì, l’aveva vista mattina e sera. E lo stesso Alvaro, inoltre, era dotato di una fantasia tanto scarsa da sembrare un custode municipale nell’ora del sonnellino. Infine, occorre ricordare che Alvaro non aveva pensato a Maurilio per un solo momento, escludendo quando ne aveva ricordato la morte, avvenuta quello stesso giorno di sette anni prima. Eppure egli, in quel momento, infilando la chiave nella toppa, vide nella serratura il viso di Maurilio.
Il viso di Maurilio.
Non era avvolto nell’ombra come ogni altra cosa intorno, anzi pareva luminoso, come un barattolo di sottaceti andato a male in un oscuro ripostiglio. Non era neanche arrabbiato o serio: fissava Alvaro come era stato solito fare in vita, e lo fissava con il solito paio di Ray Ban da spettro alzati sopra una fronte da spettro. I capelli si sollevavano grazie a una qualche brezza impercettibile. Una cosa orrenda: se non che l’orrore era estraneo all’espressione di quel viso.
Alvaro si fermò e stette a guardare il fenomeno. La serratura tornò a essere una normale serratura. Riafferrò la chiave che aveva lasciato nella toppa, la girò con forza, entrò e accese la luce.
Prima di chiudere la porta però controllò dietro di essa, quasi aspettandosi di trovare Maurilio incastrato con la faccia nell’uscio. Ovviamente non c’era nulla, escludendo la serratura interna, la maniglia e le viti che la inchiodavano.
“Via, via!” disse Alvaro e sbatté il portone.
Rimbombò il rumore per tutta la casa come un tuono. Ogni stanza e ogni mobile nel palazzo echeggiarono per proprio conto. Alvaro però non era tipo da avere paura. Si avviò per l’androne e poi su per le scale. Queste erano molto larghe, come se ne facevano una volta, tanto che ci sarebbe potuto entrare anche un carro mortuario di traverso. E forse fu proprio per questo che Alvaro si immaginò di vedere uno di questi carri che lo precedeva nel buio.
Alvaro proseguì senza fregarsene. Raggiunse il proprio appartamento e si chiuse dentro a doppia mandata. Prima di andare in cucina, visitò una per una tutte le stanze per vedere se ogni cosa era in ordine. Può darsi che un certo ricordo confuso della faccia con gli occhiali lo spingesse a farlo, ma non posso garantirvelo.
Salotto, camera, stanzone, tutto in ordine. Nessuno sotto la tavola, nessuno sotto il divano. Il fornello acceso: pronti il cucchiaio e la tazza. L’orzo a breve sarebbe stato pronto. Nessuno sotto il letto, nessuno nel bagno, nessuno nel pigiama, appeso alla parete in attitudine sospetta. La camera da letto come al solito: un vecchio letto, un vecchio paio di pantofole, due comodini, l’armadio e un tavolinetto a tre gambe.
Rassicurato, si tolse la cravatta, si infilò il pigiama e le pantofole, e si sedette in cucina a bere il suo orzo. La grande casa era gelida, ma non voleva accendere i termosifoni poiché a breve sarebbe stato sotto le coperte e a quel punto avrebbe avuto il calore sufficiente per dormire. Mentre sorseggiava il nero intruglio, si mise a guardare gli adesivi dei formaggini che aveva appiccicato sul frigorifero: c’erano Susanna, un topo generico, vari cartoni animati e topo Gigio. Eppure, quel viso di Maurilio, morto da sette anni, pareva essere ovunque dentro quelle figure: saltava sui monti, addentava formaggio, correva sui prati e affrontava scontri galattici con creature extraterrestri.
– Cazzate! – disse Alvaro e terminò il proprio orzo. Lasciò la tazza sul tavolo, proponendosi di lavarla il giorno dopo, e andò in camera da letto. Lì però prese a passeggiare su e giù per la stanza.
Solo dopo alcuni minuti si mise a sedere sul letto. Osservò allora il filo della tenda che copriva la finestra. Con uno stupore grande e un terrore nuovo, inesplicabile, egli vide quel filo dondolare un poco. All’inizio quel dondolio era dolce, ma all’improvviso si mosse con violenza. La tenda si aprì rivelando la persiana chiusa.
Subito dopo ci fu un rumore di ferraglia che arrivava senza dubbio da qualche appartamento di quelli sottostanti, come se qualcuno trascinasse una catena. Alvaro pensò subito ai ladri, agli immigrati, ai terroristi e ad altri tipi di assassini di svariate etnie, ma non ebbe il tempo di reagire poiché udì il suono del portone d’ingresso che veniva sbattuto e subito dopo le catene (parevano proprio catene) che venivano tirate su per le scale, verso il suo appartamento.
– Eh via… – disse Alvaro con voce flebile.
Quando lo spettro attraversò la porta e gli entrò in camera, davanti agli occhi, il vecchio Alvaro si fece bianco. Nello stesso momento la lampadina sul comodino ebbe un guizzo, un mancamento elettrico, come se avesse voluto dire: “Lo riconosco! È lo spirito di Maurilio!”
Lo stesso viso, proprio lo stesso. Maurilio con il suo codino, i suoi Ray Ban, i pantaloni attillati da vecchio alla moda, gli stivali di pelle e i capelli ritti sul capo per la solita quantità smodata di gel. La catena strascinata lo stringeva alla cinta. Era lunga e gli si avvinghiava attorno come una coda. A essa erano agganciati scrigni, assegni, lucchetti, Master Card, libri mastri, fogliacci e pesanti borse d’acciaio.
Maurilio aveva il corpo trasparente, sicché Alvaro, osservandolo, vedeva i bottoni di dietro delle tasche del pantalone. Egli aveva spesso sentito dire che Maurilio era un uomo senza visceri e senza cuore, ma soltanto adesso ci credeva.
No, in realtà non ci credeva nemmeno adesso. Benché se lo vedesse davanti e lo passasse con l’occhio da parte a parte, benché da quegli sguardi impietriti nella morte si sentisse accapponare la pelle, benché notasse solo ora il fazzoletto che gli copriva il capo e gli si annodava sotto il mento, era incredulo e lottava contro i propri sensi.
– Che vuol dire ciò? – domandò Alvaro cercando di rimanere freddo come sempre. – Lei cosa vuole da me?
– Molto! – Era la voce di Maurilio, precisa.
– Chi è lei?
– Domandami chi fui.
– Chi fu… chi fuisti? Chi fusti? – Alvaro alzò la voce per sorvolare sull’incertezza grammaticale.
– Chi fosti! – Lo corresse Maurilio
– Lei è un tantino pedante, mi pare, per essere uno spettro.
– In vita fui il tuo socio: Giacobbe Maurilio.
– Potrebbe… sedere? – domandò Alvaro guardandolo dubbioso.
– Posso.
– Si segga, dunque.
Alvaro glielo domandò per vedere se uno spettro così spettrale fosse in grado di prendere una sedia. Nel caso ciò non fosse stato possibile, lo avrebbe costretto a una spiegazione imbarazzante.
Ma lo spettro sedette di fronte a lui, in aria.
– Tu non credi in me – disse.
– No – rispose Alvaro.
– Che altra prova vorresti oltre quella dei sensi?
– Non lo so.
– Perché dubiti dei tuoi sensi?
– Perché basta una cazzata a turbarli. Un lieve disturbo di stomaco ci stravolge l’umore. Lei potrebbe essere un pezzetto di carne mal digerito, uno schizzo di maionese, una briciola di formaggio o un frammento di patata mal cotta. Chiunque sia lei, credo possa provenire da un problema digestivo piuttosto che dall’aldilà. – Alvaro non era un tipo scherzoso e anche in quel momento si sentiva tutt’altro che allegro, eppure cercava di mantenere un tono leggero per distrarsi da quella situazione improbabile.
Un’altra cosa che lo terrorizzava era anche il fatto che lo spettro fosse avvolto in una sorta di atmosfera infernale, per usare un termine desueto ma sempre d’effetto. Non che Alvaro la sentisse, ma era evidente che nonostante la perfetta immobilità dello spettro, i suoi vestiti e i suoi capelli ritti fluissero come le alghe di un acquario azzurrognolo.
– Vedete questo stuzzicadenti? – disse Alvaro prendendo l’oggetto sul comodino.
– Lo vedo – rispose lo spettro.
– Ma voi non lo guardate – disse Alvaro.
– Lo vedo nondimeno – disse ancora lo spettro, riesumando la parola “nondimeno” e scatenando per questo una tempesta elettrica invisibile che fece vibrare di gioia il professor Eco che in quel momento dormiva in casa propria a molti chilometri di distanza.
– Bene! – ribatté Alvaro – è sufficiente che io lo inghiotta perché veda per il resto dei miei giorni un’armata di folletti, hobbit e altri mostri che vanno tanto per la maggiore al cinema. Cazzate, ecco cosa sono: solo cazzate!
Lo spettro lanciò allora un grido orrendo e scosse la catena con un tale fracasso, che Alvaro si tenne forte alle lenzuola per non tremare oltre il sopportabile. Ma il suo terrore era destinato a crescere ancora di più, infatti subito dopo lo spettro si tolse la benda che gli fasciava il capo, come se sentisse troppo caldo, e la mascella inferiore gli ricadde sul petto.
Alvaro di conseguenza si strinse la faccia nelle mani.
– Oh cielo! – esclamò. – Perché lei vuole farmi paura?
– Uomo dall’anima mondana! – rispose lo spettro, – credi adesso o non credi?
– Credo – balbettò Alvaro, – debbo credere per forza. Ma perché gli spiriti vengono da me?
– Ogni uomo deve girare in mezzo ai suoi simili – rispose lo spettro – viaggiare il più che può. Se non lo fa in vita, è condannato a farlo in morte. È dannato ad errare per il mondo parlando in modo vetusto! A vedere il bene senza poterlo godere, quel bene che avrebbe potuto dividere con gli altri sulla terra e che avrebbe fatto la sua felicità!
Lo spettro emise un altro grido, scosse la catena e si torse le mani diafane.
– Lei è incatenato – osservò Alvaro, tremando. – Perché?
– Porto la catena che mi sono fabbricato in vita – rispose lo spettro. – L’ho fatta io stesso anello per anello, pezzo per pezzo. Io me la cinsi per volontà mia, e di volontà mia la portai. Ti pare nuova?
Alvaro tremava sempre più forte.
– Non vorresti sapere – proseguì lo spettro – il peso e la lunghezza della catena che porti tu stesso? Era lunga e pesante come questa, sette anni fa. Lo so bene, visto che stavo sempre con te. Ma dopo la mia morte ci hai lavorato ancora e l’hai trasformata adesso in una catena di gran valore!
Alvaro guardò per terra, aspettandosi di vedersi avviluppato in cinquanta o sessanta metri di gomena ferrata, ma ovviamente non c’era nulla.
– Giacobbe – disse allora supplichevole. – Mio vecchio Giacobbe Maurilio, mi dica qualche altra cosa. Mi dia quantomeno un po’ di consolazione, Giacobbe mio!
– Nessuna consolazione avrai da me – rispose lo spettro. – Altre regioni le mandano, o Alvaro, altri ministri le portano, altri uomini le ricevono. Né ti posso dire tutto quel che vorrei: poche altre parole e basta. A me non è concesso un momento di riposo o d’indugio. Il mio spirito non varcò mai la soglia del nostro studio, bada bene! Da vivo, il mio spirito non uscì mai dai limiti angusti del nostro sgabuzzino infernale.
Alvaro si passò le mani sulle cosce, guardando il pavimento.
– Bisogna dire che lei allora perde il suo tempo, Giacobbe mio. Non le sarà concesso un momento di riposo, come dice, eppure ha trovato il tempo di farmi visita. Lei dunque si danna, ma con lentezza! – notò Alvaro, da uomo d’affari, ma anche con adeguata umiltà.
– Lentezza! – ripeté lo spettro.
– Morto da sette anni e sempre in viaggio?
– Sempre. Né riposo, né pace: tortura assidua del rimorso.
– Viaggia in fretta?
– Sulle ali del vento.
– Ne avrete visti di paesi in sette anni! – mormorò Alvaro.
Udendo queste parole, lo spettro emise l’ennesimo urlo e fece risuonare la catena nel silenzio della notte, con il rischio che qualcuno dei palazzi vicini avrebbe potuto chiamare la polizia immaginando chissà quali sconvolgenti cause dietro quelle grida, mentre in realtà c’era solo un fantasma.
– Schiavo oppresso dalla tua stessa gabbia! – urlò – Secoli e secoli di cammino non ti basteranno a ripagare tutto il tuo tempo perso, come io persi tutto il mio tempo dietro inutili conti e numeri.
– Perdere tempo? Ma lei, Giacobbe, fu sempre un eccellente uomo d’affari – mormorò Alvaro, che iniziava a pensare che fosse quasi una questione personale.
– Affari! – esclamò lo spettro, tornando a torcersi le mani. – I miei simili erano i miei affari. Il benessere comune, la carità, la misericordia, la sopportazione, la benevolenza, questi erano i miei affari. Nell’oceano immenso dei miei affari le operazioni del commercio non erano che una goccia d’acqua!
Sollevò la catena con il braccio destro più in alto che poté, come se quella fosse stata la causa dell’angoscia che provava. Poi tornò a sbatterla a terra con fracasso.
– In questa stagione dell’anno che sta tramontando – proseguì lo spettro – io soffro di più. Perché, in mezzo alla folla dei miei simili, avanzavo sempre con gli occhi bassi? Perché non mi giunse mai in testa l’idea di alzarli verso quella stella benedetta che guidò un giorno i Re Magi? Essa mi avrebbe guidato verso qualche povero bisognoso e allora avrei compreso.
Alvaro, dal momento che era un po’ che non lo faceva, riprese a tremare.
– Ascoltami! – comandò lo spettro. – L’ora mia è vicina.
– Ascolto – rispose Alvaro. – Ma non esageri, la prego. E cerchi di parlare chiaro, Giacobbe, che è stata già una fatica seguirla sin qui.
– Nelle scorse settimane, molti e molti giorni di fila ti sono stato al fianco in forma invisibile.
Alvaro rabbrividì e si asciugò il sudore dalla fronte.
– Viene ora la parte fondamentale: anche la tua ora è vicina – proseguì lo spettro.
– La mia? Ma cosa dice? – Alvaro lo indicò con l’indice – Non dovrebbe fornirmi una possibilità per redimermi? Questa è pur sempre la notte di Natale!
– Sei sempre stato per me un buon amico, – disse lo spettro. – Ma non trovo giusto che a te sia data una possibilità in più. Hai continuato a sperperare il tuo tempo per altri sette anni e ora la grazia divina vorrebbe darti la possibilità di redimerti? No, grazie! Non ci sto!
– Oh! Ma lei non è venuto per dirmi che riceverò la visita di tre Spiriti?
– No.
– Io… Credevo dovesse andare così. – La faccia di Alvaro si fece bianca quasi come quella dello spettro. – È sicuro di aver letto il suo copione? Io davvero penso di essere ancora in tempo.
– Ti sbagli. Senza la loro visita, – ammonì lo spettro, – tu non potrai evitarti il sentiero in cui io sono immerso da sette anni. Da questa sera percorrerò quella via in tua compagnia.
– Non potrei – insinuò Alvaro – non potrei quantomeno provare a parlare con un’autorità? Vediamo di aggiustare la situazione. Non se la prenda con me. Io faccio solo il mio lavoro.
– No! Adesso per te è giunta l’ora. Ti porterò via con me e imparerai cosa significa aver perso la possibilità di fare qualsiasi cosa.
Lo spettro riprese allora il fazzoletto e se lo avvolse come prima, intorno alla testa. Alvaro udì lo scricchiolio dei denti quando le mascelle si urtarono, strette dalla benda. Alzò gli occhi dubbiosi e vide il suo visitatore soprannaturale con la catena avvolta al braccio. L’apparizione iniziò ad allontanarsi. A ogni passo, la finestra si apriva un po’, sicché, quando lo spettro vi giunse, era spalancata. Esso fece quindi cenno di avvicinarsi. Alvaro avrebbe voluto rimanere fermo, ma le sue gambe non gli obbedirono: lo fecero scendere dal letto, le traditrici, e lo condussero verso Maurilio. Quando furono distanti due passi l’uno dall’altro, lo spettro alzò la mano e Alvaro si fermò. Si udirono dei rumori confusi nell’aria: suoni incoerenti di dolore e di disperazione, sospiri di profonda angoscia e di rimorso. Lo spettro allora si dileguò nella notte.
Alvaro si sentì all’improvviso libero di usare le proprie gambe e, per la curiosità, corse alla finestra e guardò fuori. L’aria era piena di fantasmi che volavano di qua e di là senza posa. Ognuno, come lo spettro di Maurilio, trascinava una catena: ce n’erano alcuni incatenati insieme, altri da soli, ma nessuno era libero. Molti, da vivi, erano stati conoscenze personali di Alvaro. Riconobbe un vecchio spettro con l’eskimo e con un’enorme cassaforte rossa attaccata alla caviglia, che piangeva disperato nel tentativo di soccorrere una donna ferma sulla soglia di una porta. Il loro supplizio era proprio questo: voler entrare nelle faccende umane per aiutare, ma non avere più il potere di farlo.
Poi, in un momento, sparirono i fantasmi e tacquero le voci. Se quelle creature si erano disciolte nella nebbia o se piuttosto la nebbia le avesse avvolte, Alvaro non avrebbe saputo dire.
Tornò la notte profonda.
Alvaro chiuse subito la finestra e andò a esaminare la porta dell’appartamento da dove lo spettro doveva essere entrato: era chiusa a doppia mandata e i chiavistelli erano a posto.
Esclamò, o almeno avrebbe voluto esclamare: “Cazzate!”, ma alla prima sillaba si fermò. Un fastidio netto e intenso gli si diffuse nel braccio sinistro e si sparse al suo petto. Al corso di prevenzione lo avevano avvertito che quella poteva essere l’avvisaglia di un infarto.
Cadde sul pavimento gelido e boccheggiò.
Si accorse allora di non essersi perso soltanto il Natale, ma di essersi perso la vita.

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