Il sogno fallito di Lenòr: la lotta con la penna

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Una rivoluzionaria santificata, una martire. Un modello alternativo per tutte le donne angeli del focolare e volutamente indifferenti alla storia, alla cultura. Ma anche un’esaltata, ubriaca di autocompiacimento; una Eleonora che, pur di far sì che il suo nome occupasse righe e righe di libri di storia, ha sacrificato la sua vita.


Eleonora de Fonseca Pimentel, detta Lenòr, è stata valutata – e lo è ancora oggi – in questi due modi. Ci sono, dunque, due scuole di pensiero. Pian piano, si scoprirà come la prima concezione sia quella che più la caratterizzi e come la seconda sia propria di chi, invece, non ha mai compreso, fino in fondo, questa grande donna.

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Da padre spagnolo e madre portoghese, Lenòr nacque a Roma nel 1752. Si trasferì a Napoli nel 1756, toccando con il suo piede di bambina il suolo che l’avrebbe portata a lotte, sacrifici, tenacia, lacrime. Il suolo che l’avrebbe portata alla morte.
La sua educazione fu prettamente scientifica ma in lei, sin dalla nascita, era presente il seme della letteratura, che iniziò a sbocciare nel 1768, con la produzione dei suoi primi sonetti. Tuttavia, ciò che la rese celebre fu la fondazione del giornale del governo rivoluzionario, il Monitore Napoletano, nato durante la Repubblica partenopea.
La vita di Lenòr fu estremamente infelice. Nel 1778, sposò Pasquale Tria de Solis, un uomo che non amava e dal quale, per giunta, ebbe un figlio, Francesco, che morì a soli otto mesi. Questo tragico evento, ovviamente, la segnò per sempre; l’unica medicina per alleviare il dolore era la poesia. Scrisse, in questa triste occasione, i Sonetti di Altidora Esperetusa, dedicati al piccolo defunto. Nel 1785 Lenòr, dopo anni di sofferenze, riuscì ad ottenere il divorzio, simbolo di una nuova e libera vita. Andò a vivere da sola e, prima di rado e poi spesso, era solita invitare i suoi amici intellettuali, dando vita ad un vero e proprio salotto letterario, dal quale nacque il progetto che, in realtà, aveva sempre a cuore: liberare un popolo oppresso; seminare cultura, perché la libertà è strettamente correlata ad essa; combattere, lottare non con le armi, ma con i libri, con la penna, con le idee. Toccanti le parole d’apertura al primo numero del Monitore: “Siam liberi, infine, ed è giunto anche per noi il giorno in cui possiamo pronunciare i sacri nomi di libertà e uguaglianza”.

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Queste magnifiche parole erano rivolte a tutto il popolo, anche a quei lazzari napoletani che, chiusi nelle loro convinzioni, sicuri che il loro pensiero fosse quello giusto, rifiutavano ogni approccio, ogni insegnamento alla cultura; rifiutavano di iniziare una nuova vita. Emblematico, a tal proposito, l’incontro tra Lauberg – politico, rivoluzionario e amico di Lenòr – e un lazzaro napoletano, presente nel famoso romanzo di Enzo Striano, Il resto di niente:

– Amico (…) lavoriamo per darvi la libertà.
– La libertà? – fece il lazzaro
(…) Cavalie’, tu vuoi da’ la libertà a me? Tu si’ cchiù libero de me? Cavalie’, mo te ‘mparo na cosa: Napoli sai de chi è? Primma de san Gennaro, poi de lo rre, e poi è d’ ‘a mia.
(…)
– Ma tu chi sei! – sbottò Lauberg, irritato (…) – Che vita fai!
– Chisto è lo male vostro. Vi credete liberi, padroni, ma di che? De la famme? De la monnezza? Lo rre, li signure, li prievete se spartono la grascia e vuie tenite li ppanza azzeccate co’ li rine.

Questo tratto di dialogo permettere di comprendere come i lazzari concepissero l’operato di Lenòr e dei suoi compagni. Un cambiamento, irrorato di miglioramento, accolto con rabbia, stupore e, a volte, anche con piena e amara indifferenza.
Il sogno della Repubblica Napoletana fu soffocato e fallì, inesorabilmente.

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Il 20 Agosto 1799, i piedi di donna di Lenòr che, minuscoli, anni prima, avevano toccato per la prima volta il suolo napoletano, s’avviavano, delusi ma coraggiosi, verso il patibolo a Piazza Mercato. Moriva, in questo terribile giorno, la donna che aveva portato un vento d’aria nuova. La donna che aveva lottato per la libertà e che si era sacrificata in tutto e per tutto per farne sentire il profumo anche agli altri, ai prigionieri. Una donna che aveva avuto il coraggio di dare un calcio alla sua vita repressa profanando, con il divorzio, quelli che erano i canoni del suo tempo: moglie paziente, che soffre in silenzio, che patisce.
Eleonora de Fonseca Pimentel morì sola. Ma tremendamente libera.

Antonella Lolli

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