Le ambiguità poetiche di Karen Weiser per Ugly Duckling Presse

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La Ugly Duckling Presse non delude nelle scelte delle opere da pubblicare, né nella forma che queste assumono di volta in volta. Nel pacco che ricevetti diverso tempo fa – a breve arriveranno anche altre recensioni sui loro titoli – mi lasciai affascinare dalle poesie contenute in Or, The Ambiguities di Karen Weiser. Già a partire dal titolo, in origine sottotitolo dell’opera di Hermann Melville intitolata Pierre, è possibile capire il carattere di ciò che stiamo tenendo in mano.

Or, The Ambiguities è un libro ambiguo in tutto e per tutto, perché voi lo aprite e pensate di trovarvi davanti ad una raccolta di poesie, una di quelle che tiene le parole tranquille e incasellate una dopo l’altra come se si trattasse di formichine in processione, una di quelle dove le lettere servono solo a comporre qualcosa che vada letto. Invece no. Il lavoro di Karen Weiser va oltre a ciò che può essere la poesia che si legge, che si declama. Queste poesie si devono guardare, scrutare con la perizia di cartografi, cercare il loro senso nascosto in un altrove che l’oggetto libro già di per sé fornisce.

Quattro parti fondamentali costituiscono la raccolta, quattro cantoni della Terra, quattro punti cardinali: Nord, South, East, West. Il viaggio della Weiser parte dalle lande ghiacciate del Mondo, e ne riprende una simbologia quanto mai raffinata quale quella della ferrovia. Le poesie si snocciolano sulle pagine del primo capitolo come fossero la struttura portante di un binario, con le putrelle delle rotaio che scorrono ai lati e danno un senso a delle sdrucciolate traversine dove le lettere si perdono costantemente nel mezzo per riapparire dall’altro lato con un’altra storia. Una storia parallela a quella abbandonata poco prima ma che non ne tocca le vicende.

Lasciate le fredde terre del Nord si atterra nel caldo Sud dove la struttura della poesia muta radicalmente. Ora diventa canzone, senza l’ausilio della rima, ma la forma delle parole si irregimenta in qualcosa di più consono ad essere declamato, ad essere detto ad un pubblico che ascolta e vuole gioire della parola raccontata. Anche la tematica di fondo, ovvero il viaggio e la morte che ne è iniziatrice, in questo capitolo assume il sapore delle composizioni che i poeti sudamericani hanno lasciato alla storia della letteratura mondiale.

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Si volta la pagina e subito siamo nel profondo Est, dove tutto deve ricercare l’essenza più intima delle cose, dove non servono troppe parole, dove il poeta può permettersi di soggiornare sotto le chiome di un ciliegio o di un pruno per riflettere sull’esistenza e di conseguenza anche le poesie seguono il sentire dell’Est. I versi sono asciutti, ridotti all’essenzialità senza trasformarsi per questo in un esercizio di Haiku. In quattro o cinque versi si racchiude la solitudine e l’identità della poetessa.

Un breve salto nel bianco e ci troviamo dall’altra parte del Mondo, l’Ovest lontano e al contempo vicino, l’ambiguità della sua posizione nei confronti dell’Est, così come il Nord vive in costante lontana vicinanza con il Sud, si traduce nella forma che le poesie assumono nella loro impaginazione. Sono le manette (Darbies) che troviamo come titolo del capitolo oppure sono piccole uova di Colombo? È della semplicità con cui è stata scoperta l’America – come la storia del celebre detto dimostra – oppure della sua complessità sociale e politica che costringe gli abitanti dello Stato a stelle e strisce a dover affrontare costantemente il disagio dell’altro?

La risposta a tutte le domande che mi sono posto, e spero, vi porrete anche voi leggendolo trovano risposta nelle poesie di Or, The Ambiguities. O forse no.

Mendes Biondo
(Giornalista)

Il libro è acquistabile al link http://www.uglyducklingpresse.org/catalog/browse/item/?pubID=1000009

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