Speciale Cannibalismo – Come ‘l pan per fame si manduca

ugo1

Il cannibalismo è quel fenomeno che la coscienza dei popoli civili occidentali ha da sempre considerato come una deviazione aberrante della psiche umana, ridiscesa ad un grado inferiore di civiltà. Così, nella concezione occidentale, l’antropofagia si configura come un oscuro impulso della psiche capace di generare ripugnanza e orrore. Poiché si tratta di un fenomeno contrario all’educazione morale del sereno vivere in società e vincolato al concetto di omicidio e di morte, il cannibalismo viene annoverato tra i più grandi tabù. Tuttavia, in termini antropologici, si tratta di un comportamento di cui si riscontrano testimonianze a livello globale.

Mangiare l’altro significa abolire lo spazio che separa un uomo da un altro uomo, considerare l’altro come non-io e proiettarsi in una situazione in cui l’uno incorpora l’altro, trasformandone ed assimilandone la materia esterna in quanto carne e l’intima sua tensione vitale in quanto anima.

Essendo il cannibalismo un concetto capace di evocare piani metaforici e simbolici e di aprirsi a diversi significati, ha da sempre suscitato fascino e curiosità, trovando espressione nel mondo letterario, nel teatro, nel cinema e nelle arti figurative.

Attraverso una serie di articoli a cadenza settimanale, ci occuperemo della trasposizione in arte del fenomeno del cannibalismo con l’analisi di un selezionato novero di opere ed indagando, in termini estetici, artistici e sociali, l’approccio adottato dai diversi artisti sul tema.

Inizieremo dunque il nostro itinerario muovendo il primo passo dalla figura del conte Ugolino della Gherardesca come appare nella Commedia, ne seguiremo la vicenda letteraria e rivivremo lo stato emotivo che condusse il conte a sgranocchiare ferocemente il teschio dell’arcivescovo Ruggieri e ci interrogheremo sulla presunta antropofagia rivolta ai figli muovendoci attraverso l’analisi dei versi danteschi.

Una delle vicende più tragiche raccontate all’interno della Divina Commedia è quella di Ugolino, inserita a cavallo del trentaduesimo e del trentaquattresimo canto.

Nel nono cerchio infernale, le anime colpevoli consumano la loro pena cristallizzate in una distesa raggelata dal vento generato dallo sbattere d’ali di Lucifero.

I traditori, freddi e indifferenti al calore della carità divina in vita, nelle viscere dell’Inferno si ritrovano bloccati «insin là dove appar vergogna», ovvero fino al viso, «in perpetuo induriti dal gelo. […] Hanno il viso vòlto in giù: con la bocca attestano il freddo che li imprigiona, con gli occhi la disperazione che imprigionano nel cuore». Queste anime reiette sono «sovra tutte mal creata plebe», tanto spregevoli che Virgilio, nell’ottenere un passaggio fin nella ghiacciaia di Cocito dal gigante Anteo, lo prega di non disdegnare la sua richiesta:

mettine giù, e non ten venga schifo, /dove Cocito la freddura serra. /[…] però ti china e non torcer lo grifo.

Dante contempla i confini della landa ghiacciata, dove affiorano, numerosi, i volti dei dannati. Mentre «passeggia fra le teste», incontra due entità unite assieme, trovandosi, così, davanti ad uno spettacolo che «racchiude in sé l’espressione oltre naturale dell’immenso odio»:

[…] ch’io vidi due ghiacciati in una buca, /sì che l’un capo a l’altro era cappello; /e come ‘l pan per fame si manduca, /così ‘l sovran li denti a l’altro pose/ là ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca: non altrimenti Tidëo si rose / le tempie a Menalippo per disdegno, / che quei faceva il teschio e l’altre cose.

Il capo dell’uno si trova riverso su quello dell’altro, formando una massa unica: colui che sta sopra conficca i denti nella parte posteriore del cranio di quello che sta sotto, formando una stretta copertura, come fosse un cappello. Dante, nonostante abbia già visto innumerevoli supplizi durante la sua traversata dell’Inferno, rimane stupefatto davanti a tale visione. Attratto, chiede a quest’anima violenta di raccontargli la sua storia, per conoscere il motivo dell’odio che la spinge a compiere un simile atto e promette di portare nel mondo dei vivi la sua testimonianza se le ragioni del suo odio siano giustificabili.

tumblr_lppuqpTRp51qggdq1

Il canto XXXIII si apre con uno dei versi più conosciuti dell’opera dantesca «la bocca sollevò dal fiero pasto», in cui per fiero si intende animalesco, ferino, perché «tutti i peccatori del nono cerchio sono – come si addice alla loro “matta bestialità” – simili ad animali» e nel momento in cui quella creatura vista da Dante azzanna il suo nemico, si mostra più simile ad una belva che non a un uomo.

L’anima che il poeta interroga scosta la bocca e l’asciuga con i capelli della sua vittima, che poco prima stava rodendo fino al midollo, e comincia a narrare il suo dramma. Essa si rivela essere quella del conte Ugolino della Gherardesca che presenta, assieme a lui, l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini.

Dei due peccatori, parla l’uomo che è stato tradito e la sua colpa entra come di traverso nella narrazione. Dante, infatti, alluderà al suo delitto solo alla fine, nell’invettiva contro Pisa dicendo che egli «aveva voce d’aver tradita te de le castella»; mentre il traditore, rifinito in tutta la sua malizia, rimane l’arcivescovo Ruggieri (Dopo che Ugolino divenne podestà di Pisa, la città dovette fare i conti con le nemiche Genova, Lucca e Firenze alleate tra loro. Ugolino decise di rompere tale coalizione comprando gli alleati di Genova: concesse quindi alcuni castelli pisani a Lucca e Firenze; questa mossa provocò accese reazioni a Pisa).

Lo stesso De Sanctis conferma che

il traditore c’è, ma non è Ugolino; è quella testa che gli sta sotto ai denti, che non dà un crollo, che non mette un grido, dove ogni espressione di vita è cancellata, l’ideale più perfetto dell’uomo pietrificato.

Anche Benedetto Croce, nel suo commento all’episodio, condivide questa opinione quando afferma che

Ugolino, quali che fossero le sue colpe e i suoi delitti è pur un uomo, e i suoi carnefici dimenticarono e calpestarono questa qualità di lui; ed ora egli sorge a buon diritto giudice dei giudici, punitore dei punitori, carnefice dei carnefici, e, in questo orrore sull’orrore, il torto suo scema o entra nell’ombra.

Interessante è inoltre notare quale sia la pena a cui è sottoposta l’anima dell’arcivescovo pisano, si tratta infatti dell’unico personaggio il cui castigo infernale viene completato e aggravato da un altro dannato:

il concetto della pena è la legge del taglione o il contrappasso, come direbbe Dante: Ruggiero diviene il fiero pasto di un uomo per opera sua morto di fame, lui e i figli. […] qui il disgusto è immediatamente trasformato nel sublime dell’orrore, perché l’esecutore della pena non è un istrumento astratto e indifferente di Dio, ma è lo stesso offeso che sazia nel suo nemico la fame dell’odio e della vendetta.

Al lettore quest’azione così feroce potrebbe sembrare un’espressione adeguata dell’odio del Conte; tuttavia, il disperato dolore di Ugolino non si sazia con la vendetta e diviene per Ruggieri un supplizio perpetuo, così come il fegato di Prometeo veniva costantemente divorato dall’aquila di Ugolino comincia a parlare, non per colmare la curiosità di Dante, ma perché mosso dall’idea che le sue parole possano aggravare l’infamia del nemico: la sua intenzione è, dunque, di difendere se stesso e accusare l’avversario. Egli narra la sua vicenda, ambientandola interamente nella torre in cui venne imprigionato.

Blake_Hell_33_Ugolino

Gli antecedenti della storia sono illustrati con rapidi tratti da Dante. Ugolino inoltre non chiarisce per quale ragione avvenne il suo arresto, volgendo l’attenzione ad un altro avvenimento.

[…] però quel che non puoi avere inteso, /cioè come la morte mia fu cruda, /udirai e saprai s’e’ m’ha offeso.

Attraverso la vicinanza dei due versi, Ugolino affianca l’elemento storico, noto ai contemporanei di Dante, a ciò che è sconosciuto e che verrà da lui svelato: in questo modo, Historia e fabula vengono poste allo stesso livello di verosimiglianza.

Ugolino si racconta imprigionato nella torre della Muda, incerto sulla sorte che lo attende e rimane in questo stato fino a che un sogno angoscioso lo risveglia, rivelandogli un destino infelice.

[…] quand’io feci ‘l mal sonno /che del futuro mi squarciò ‘l velame. / Questi pareva a me maestro e donno, /cacciando il lupo e ‘l lupicini al monte /per che i Pisan veder Lucca non ponno. /Con cagne magre, studiose e conte /Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi /s’avea messi dinanzi da la fronte. /In piccol corso mi parieno stanchi /lo padre e’ figli e con l’agute scane/ mi parea lor veder fender li fianchi.

Il sogno è un velo dietro al quale si rivela la realtà, infatti, nel Medioevo «i sogni avvenuti all’alba erano generalmente ritenuti premonizioni di eventi che si sarebbero svolti realmente».

Inferno_Canto_33,_Gustave_Dorè_1

Grazie al pretesto della visione onirica, affiorano i due cardini tematici della tragedia: i figli e la famelicità. I suoi nemici politici gli appaiono in sogno come inseguitori crudeli, che cacciano il lupo e i lupicini: «l’occhio vede animali, ma l’anima sente confusamente che si tratta di sé e de’ suoi figliuoli, e quel lupo e quei lupicini si trasformano con vocabolario umano in padre e figli».

Quando fui desto innanzi alla dimane, /pianger sentì’ fra ‘l sonno i miei figliuoli /ch’eran meco, e dimandar del pane.

In questo momento di rivelazione, compaiono i «figliuoli», tutti e quattro così chiamati anche se, dalle fonti storiche, pare trattarsi di due figli e due nipoti, accomunati sotto lo stesso termine per estensione. Questi, ancora nel dormiveglia, piangono e domandano del pane. Il testo li presenta come simbolo d’innocenza dato che non conoscono le lotte politiche che riguardano il padre, né sanno per quale motivo si trovano rinchiusi in una torre.

A causa del sogno collettivo, quando «l’ora s’appressava che ‘l cibo ne solëa essere addotto», ovvero, mentre si avvicinava l’ora in cui solitamente veniva loro fornito il pasto, ciascuno cominciava a dubitare se gli avessero portato di che mangiare anche quel giorno oppure no.

Ugolino è consapevole di essere responsabile di quella situazione e, sentendo i colpi del martello che inchiodano definitivamente l’uscio della torre, volge lo sguardo sul viso dei suoi figli:

e io sentì’ chiavar l’uscio di sotto /a l’orribile torre; ond’io guardai / nel viso a’ mie’ figliuoli sanza far motto. / Io non piangea, sì dentro impetrai.

Egli sa che non vi è più possibilità di salvezza perciò non inganna i suoi figli con supposizioni fittizie e pietose e tace «sanza far motto». Questi ultimi piangono non perché comprendono la loro situazione ma perché vedono lo strano sguardo del padre e non riescono a decifrarlo.

Piangevan elli; e Anselmuccio mio /Disse: “Tu guardi sì padre! Che hai?”.

All’innocente e preoccupata domanda del giovane, Ugolino non risponde, sente il dovere di non mostrare il suo sgomento e non piange, richiudendosi in se stesso e assumendo un aspetto austero e inflessibile.

In quella notte, fattasi un po’ di luce, Ugolino vede i volti dei figli segnati dalla fame.

1209

L’impotenza e la disperazione spingono il Conte a compiere un gesto impetuoso «ambo le man per lo dolor mi morsi». I figli, impressionati da quel gesto, lo interpretano nel modo «più immediato e letterale», come atto dettato dal bisogno di sfamarsi e insieme lo accerchiano per pregarlo di accettare i loro corpi come nutrimento:

Padre, assai men ci fia doglia /se tu mangi di noi: tu ne vestisti /queste misere carni, e tu le spoglia.

È un completo rovesciamento dei ruoli: è la prole a preoccuparsi del genitore e non viceversa, in una situazione in cui orrendo e sublime si incontrano. Il sacrificio dei figli fa riferimento al sacrificio di Cristo, specie quando, nel quarto giorno, si assiste all’invocazione del morente Gaddo, il figlio maggiore «Padre mio, ché non mi aiuti?», una citazione che ricalca le ultime parole di Cristo in croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

È un dato di fatto che nel suo complesso il discorso del Conte muova verso citazioni bibliche, a partire da quel «dimandar del pane» dei figli durante il dormiveglia, che a sua volta rimanda all’invocazione del Padre Nostro. Un ulteriore elemento è l’espressione «porre a tal croce» usata al v.87 per designare la morte dei figli di Ugolino, che richiama direttamente la rappresentazione della morte in croce di Gesù.

I figli offrono la loro vita per salvare il padre, questo sacrificio non altererà in alcun modo l’esito finale: è, nella migliore delle ipotesi, un modo provvisorio di rinviare l’agonia fisica dettata dalla fame.

Ugolino arriva così a rappresentare simbolicamente la divinità del Padre; il sacrificio dei figli, in analogia con quello di Cristo porta ad un rafforzamento del potere autoritario della figura paterna.

A questa interpretazione religiosa e simbolica del sacrificio, condivisa da diversi critici, tra cui lo stesso Boitani, si contrappone quella realistica e cruda che ne fa De Sanctis:

quel loro offrirsi in pasto al padre non è già sublime sacrificio dell’amor filiale, sentimento troppo virile ne’ teneri petti; è un’offerta trasformata immediatamente in una preghiera, come di cosa desiderata e invocata: Uccidici! Tronca la nostra agonia!

Una visione, quella del critico campano, che viene rafforzata dall’espressione «misere carni» che, estenuate, sentono il penetrare della morte.

L’Ugolino dantesco comprende di non poter compiere alcun gesto né dire alcuna parola perché potrebbe nuovamente essere frainteso. Si impone allora di stare calmo, «ritorna statua», nell’atteggiamento di chi sa aspettare, per non rendere i figli ancor più tristi e inquieti.

Fussli , Il conte Ugolino nella torre con i figli (1806) incisione. Zurigo, Kunsthaus

Tra il quarto e il sesto giorno, Ugolino vede morire la sua prole a causa della denutrizione.

Davanti allo spettacolo della morte, l’anima esausta di Ugolino, che fino a questo punto ha tenuto a freno le passioni, esplode tutta insieme in uno sfogo di dolore: per due giorni brancola sui cadaveri dei suoi figli e grida chiamando i loro nomi.

[…] ond’io mi diedi,/ già cieco, a brancolar sovra ciascuno, /e due dì li chiamai, poi che fur morti. /Poscia, più che ‘l dolor, poté il digiuno.

Con il verso finale, Dante crea un campo d’incertezza che apre la strada a diverse esegesi, in quanto, come sostiene De Sanctis,

l’immaginazione del lettore è percossa, spoltrita, costretta a lavorare e non si fissa in alcuna realtà, e fantastica su quelle ultime ore dell’umana degradazione. Al di sopra di queste impressioni vaghe e perplesse rimangono quei quattro innocenti stesi a terra, e i loro nomi ripetuti per tre dì nella sorda caverna da una voce che non sai più se sia d’uomo o di belva.

Secondo la prima interpretazione, il digiuno avrebbe avuto la meglio sui sentimenti, spingendo il padre a nutrirsi delle carni dei figli deceduti, l’altra teoria sostiene che più che di dolore il Conte sia morto per inedia, visione questa che ben si confà alla catena di drammaticità e pateticità del racconto.

Working Title/Artist: Ugolino and His SonsDepartment: ESDACulture/Period/Location: HB/TOA Date Code: Working Date: ca. 1860-61, executed in marble 1865-67 photography by mma, Digital File DP247545.tif retouched by film and media (jnc) 4_21_11

Probabilmente Dante ha voluto, fin dall’inizio del canto, coltivare nella mente dei lettori il seme del sospetto; qui entra in azione l’ingegno del poeta, che, attraverso l’abilità imitativa, racconta velatamente un fatto atroce, affascinando i fruitori attraverso quella che Jean Baptiste Du Bos chiamerà nelle sue Riflessioni critiche sulla poesia e sulla pittura «passione artificiale». In questo modo il lettore, protetto dallo schermo del mezzo poetico, assiste in piena sicurezza e con un certo diletto, all’orrore di un padre che cerca disperatamente di sopravvivere all’inedia cibandosi della carne dei propri figli deceduti. Questo perché, per quanto truculente, le rappresentazioni artistiche – purché contengano qualcosa di insolito e grandioso – se riescono a emozionare  sono da considerarsi seducenti per l’anima nostra, proprio perché cosciente del fatto che le passioni da esse generate non ci offendono in alcun modo ma sembrano toccarci  piacevolmente. Quest’emozione possiede quindi un fascino che induce a ricercarla, un’attrattiva tale per cui «si accorre in massa per vedere uno dei più raccapriccianti spettacoli che gli uomini possano guardare; intendo dire il supplizio di un altro uomo che subisce il rigore della legge sul patibolo e che muore a causa di orribili tormenti».

Allo stesso modo, «se noi inoltre consultiamo l’intimo nostro sentimento, mercé del quale gustiamo le bellezze dell’arte, massimamente della poesia, quanto più di estetica bellezza troveremo nell’interpretare le parole del divino poeta, come una velata indicazione e un fuggitivo cenno, quasi contro voglia estorto di un fatto atroce, che egli vada tentennone tra il dirlo e il tacerlo!».

Qui sta l’azione del genio di Dante che

essendosi proposto di far dire ad Ugolino, che egli mangiò delle carni dei già morti suoi figli, ad ottenere più vivace effetto, si avvisò di farglielo dire con espressione sì incompleta, che di per sé ai più non basti a concepire la piena sua significazione, se non si confronta e col precedente racconto di Ugolino stesso, e con gli atteggiamenti con cui egli comincia, e con quelli coi quali compie le sue parole; e in fine con tutto ciò che il poeta contorna la tremenda sua narrazione.

D’altro canto, il rischio di esporre l’episodio della tecnofagia di Ugolino in maniera esplicita sarebbe stato quello di trasmettere al lettore un senso di nausea e di far sì che l’orrore  dominasse la scena, senza più concedere spazio alla compassione.

Ugolino, dopo aver raccontato la sua storia e il motivo del suo trapasso, riprende ad azzannare e dilaniare la testa dell’arcivescovo quasi per istinto, come farebbe un animale, in un furore che lo stesso Dante descrive come ‘canino’:

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti / riprese ‘l teschio misero co’ denti /che fuoro all’osso, come d’un can, forti.

Termina, così, il racconto di Ugolino e si scatena nel lettore quel senso di orrore che ha aperto il canto dantesco, arricchito però da una sorta di sentimento misto tra compassione e diletto.

Il lettore ora riconosce chiaramente come motivazione dell’atto cannibalico l’intenzione di infliggere al colpevole il massimo smacco, trattandolo da bestia e sfogando l’ira contro di lui anche dopo la sua morte.

Può essere interessante confrontare ora il caso di Ugolino – non per quanto concerne il presunto cannibalismo nei riguardi dei figli, poiché dettato da un bisogno fisiologico di nutrimento e non mosso alla ricerca di una qualche voluttà del gesto, ma quello ai danni dell’arcivescovo Ruggieri – con l’opera Cannibalismo di Ewald Volhard, minuzioso repertorio sugli usi antropofagi basato su testimonianze dirette di esploratori, missionari ed etnologi.

Stradano_Inferno_Canto_33_A

Il testo permette di riconoscere e delineare il cannibalismo di Ugolino in una specifica categoria, ovvero nel cannibalismo giuridico, in cui «possono coagire contro il nemico vendetta, rabbia, crudeltà e disprezzo, per condurlo al suo totale e ignominioso annientamento mediante la divorazione». Questo tipo di cannibalismo è da considerarsi una categoria a parte rispetto ad altre modalità, perché in questa forma «le passioni del soggetto agente e la necessità di punizione dell’oggetto sembrano dare una spiegazione talmente evidente del fatto, da scoprire quasi del tutto il contenuto rituale del cannibalismo giuridico come azione simbolica».

Volhard riporta un esempio simile documentato nelle Marquesas, nella Nuova Zelanda e in alcune isole di Tonga, dove, ancora nel Novecento, il divoramento avveniva per rabbia e per punire un assassino o un nemico particolarmente aborrito:

si è conservato un carattere di ebbrezza nell’uccidere […] e che forse è da considerarsi espressione d’impulsiva avidità di vendetta. Quando uno ha trovato il suo nemico, gli si precipita addosso come una tigre per berne il sangue ancora caldo, e divorarne la carne ancora palpitante, come questa vittima, forse, ebbe a fare in precedenza con suo padre, i suoi figli o amici. Facendo così scuote l’aria per tre volte con un urlo orribile.

Nondimeno è bene ricordare che l’attitudine a cibarsi di carne umana non era conosciuta solo dalle popolazioni dell’Oceano Pacifico ma ne viene segnalata la presenza anche nel Medioevo europeo.

A dare ulteriore notizia del fatto è Angelica A. Montanari che nel suo articolo intitolato Mangiare il nemico. Pratiche e discorsi di antropofagia nelle città italiane del tardo medioevo scrive:

Le cronache, dal XIV al XVI secolo, riportano infatti, tra le pratiche di scempio del cadavere caratteristiche delle rivolte urbane, alcuni episodi di cannibalismo che sono da mettere in  relazione non tanto con le numerose attestazioni di antropofagia nutrizionale del periodo, ma piuttosto con l’uso di pratiche aggressive e di violazione dell’integrità corporea, frequenti nell’ambito bassomedievale e penisulare.

Ugolino, non avendo limite al suo dolore e nel rigore del perfetto male, si pone con la sua antropofagia al di là dell’umanità, trasformando il suo dolor in furor.

I riferimenti sacri non mancano neppure in quest’ultima terribile immagine al punto che «su questo specchio concavo di ghiaccio sembra volitare l’orrore assoluto della Cena. E masticando carne (e sangue) dell’arcivescovo Ruggieri come pane (e vino), Ugolino sembra officiare per l’eternità, pazzo d’odio, la parodia animalesca del sacramento eucaristico». Così, la vicenda di Ugolino, segnata da un’eterna fame, «genera terrore perché è una storia di inferno in vita, una autentica tragedia del Male raccontata – supremo peccato demoniaco – come se fosse storia sacra».

De Sanctis descrive la tragedia paterna di Ugolino come «un crescendo che ti conduce dal patetico allo strazio, e dallo strazio sino alla disperazione, alla morte dell’anima, alla degradazione umana». Il critico, sempre riferendosi al canto di Ugolino, ne sottolinea la modernità dichiarando che «appunto perché questo è di tutti gli schizzi danteschi il più graduato e sviluppato, è anche il più popolare e moderno. […] Quel non so che di troppo concentrato e fisso e abbozzato, che è il carattere di tutte le concezioni dantesche, qui si fonde, mostrandoti contrasti e gradazioni, che ti aprono alla vista le grandi profondità del cuore umano».

 

Elena Bello

Riferimenti bibliografici

D. Alighieri, Divina Commedia

V. Sermonti, L’inferno di Dante

M. Marini, Tenzone n.14

F. De Sanctis, Nuovi saggi critici

P. Boitani, Il tragico e il sublime nella letteratura medievale

B. Croce, La poesia di Dante

J.B. Du Bos, Riflessioni critiche sulla poesia e sulla pittura

L. Zerbinati, Il Conte Ugolino ossia commento istorico, esegetico, estetico del canto XXXIII dell’Inferno di Dante

E. Volhard, Cannibalismo

A.A. Montanari, Mangiare il nemico. Pratiche e discorsi di antropofagia nelle città italiane del tardo medioevo

A.A. Montanari, Il fiero pasto

Un pensiero su “Speciale Cannibalismo – Come ‘l pan per fame si manduca

  1. ricettedacoinquiline ha detto:

    Fantastica idea! In effetti il cannibalismo in alcune cultura indica proprio il voler acquisire le abilità della persona uccisa: in alcune addirittura si mangiano alcuni organi dei genitori che contenevano le abilità nelle quali eccellevano.
    Ma quanto è meraviglioso l’Inferno dantesco? 😀

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...