Speciale Cannibalismo – L’odio che deforma

Martini

È rilevante riconoscere che alle opere di maestri come Lucas Cranach e Dürer si rifacevano le prime opere dell’artista del Novecento italiano Alberto Martini, che consolida la propria educazione artistica nella sua più vera e durevole vocazione: l’illustrazione, questa sarà infatti la scelta che lo terrà definitivamente lontano da ogni movimento di avanguardia e lo legherà a un linguaggio figurativo ottocentesco, con profonde radici romantiche.

In occasione del concorso, bandito nel 1900, per l’edizione Alinari della Divina Commedia, momento di grande importanza per il confronto tra gli artisti novecenteschi con l’opera dantesca, partecipano alcuni dei maggiori artisti simbolisti, allora assai giovani.

«Si assiste a un fenomeno abbastanza scandaloso se si considera il ritrovato entusiasmo dantesco che affolla d’iniziative l’ambiente fiorentino in nome anche di una identità nazionale che va ricercando i propri archetipi; il Poeta, rispettato dalla più parte dei partecipanti come il vate indiscusso, ai cui versi con difficoltà si riesce a offrire un’immagine visiva credibile, viene al contrario “utilizzato” dai più giovani, cogliendo l’occasione della nuova Divina Commedia come una palestra, ricca ed affascinante, di esercitazioni e di sperimentazioni in cui affinare le nuove tecniche».

Tra i nomi più significativi di coloro che parteciparono all’iniziativa vi è anche quello di Alberto Martini che, impegnato dal 1900 al 1902, crea un primo nucleo di circa 22 illustrazioni. Il suo interesse per l’illustrazione della Commedia si intensificherà a tal punto che eseguirà altri 271 disegni a china nel 1922, nel 1936 e nel 1944.

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Le opere di Martini, conformi al suo gusto per l’onirico, il satanico e il surreale, dimostrano che il fulcro della sua ispirazione spaziava principalmente dalla letteratura del passato agli esseri spettrali e grotteschi derivanti dalla sua fantasia.

Così afferma l’artista in uno dei suoi scritti:

La penna è il bisturi dell’arte del disegno, è uno strumento acuto difficile come un violino. […] Durante periodi di tempo da trenta a quaranta giornate di lavoro febbrile e fecondo, la mia penna veloce disegna sicuramente le immagini tragiche e grottesche, veristiche e simboliche, mistiche e satiriche che si accendono plasticamente nel mio cervello. Sono generate da un acuto e spesso crudele spirito di osservazione. I miei disegni sono tracciati […] liberamente con immediatezza sincera, a momenti quasi in uno stato sonnambolico e taluni mi fanno piombare nel sonno. Ma chi li guarderà, se li vedrà, rimarrà sveglio forse più del consueto.

Egli dichiara così la sua predilezione per un linguaggio autonomo, di precisione quasi chirurgica e al tempo stesso febbrile e fecondo, capace di lasciare spazio all’immaginazione e al suo genio artistico, talvolta romantico o simbolico, talvolta macabro o surrealista, Martini dimostra di avere uno stile ricco e mutevole, che si confà al suo temperamento, egli « è per natura e vocazione il “reporter” della cronaca macabra, demoniaca, orrida, il medium dell’aldilà, il visionario regista del mondo dei morti. Per illustrare l’Inferno non doveva far altro che alzare il sipario sui mostri e sugli spettri che svolazzavano, come pipistrelli nel buio della notte, fra le pieghe più recondite della sua psiche di sognatore “nero” ».

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Martini sceglie, per una delle sue opere a china, i versi finali del XXXIII canto, in cui il Conte, dopo il suo racconto, riprende ferocemente a masticare la nuca del suo nemico.

L’Ugolino di Martini è imprigionato nella ghiacciaia infernale fino a metà busto, una libertà artistica che intensifica l’idea del personaggio come dominatore e predatore nei confronti della sua vittima. Egli, infatti, nel racconto dantesco non gode della stessa libertà di movimento perché intrappolato nel ghiaccio fino alle spalle. Le figure che compaiono da uno sfondo nero sono deformate in maniera espressionista, il Conte è disegnato con un volto terrificante: il profondo odio provato per il nemico si manifesta attraverso una brutale smorfia che traccia profonde rughe d’espressione. Il braccio e l’attaccatura della spalla sono innaturali e magri, forse per ricordare la natura della morte di Ugolino, oppure per la ricerca dell’‘orrorifico’ che caratterizza il linguaggio dell’artista. Martini viene definito da Marilena Pasquali «subdolo» perché

rispetta nell’impostazione generale e sul primo piano il tema assegnato, mentre negli angoli ove l’occhio può soffermarsi senza controllo e nelle figure di contorno, improvvisamente assunte a protagonisti, si abbandona ad una danza sfrenata, al ritmo incalzante delle sue contorsioni che lo conducono a esiti pre-surrealisti.

L’effetto di queste torsioni è inquietante, il braccio che forma una linea di forza termina nelle dita adunche che ghermiscono il capo dell’arcivescovo; il resto del disegno a china cattura poco lo sguardo dell’osservatore: gli occhi sbarrati e i denti stretti di Ugolino ne sono i protagonisti, questo perché «l’inclinazione per il minuzioso, per il particolare, ha spesso il sopravvento nell’arte di Alberto Martini. È un’anatomia da sala operatoria, da gabinetto di scienze naturali, da marmo di obitorio».

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Con Martini viene mostrato, con dettaglio quasi pornografico, il personaggio di Ugolino azzannare con foga la testa dell’arcivescovo Ruggieri. Questo permette di considerare l’evoluzione della sensibilità che gli artisti e il pubblico hanno maturato rispettivamente nel concepire e nel fruire la rappresentazione in campo figurativo nei confronti del cannibalismo dell’Ugolino dantesco. Più ci si avvicina al contemporaneo più l’elemento orrorifico all’interno dell’arte viene inteso non più come una realtà limitante del godimento visivo ma come nuova possibilità d’espressione.

Elena Bello

Bibliografia

D. Alighieri, Divina Commedia

C. Gizzi, Alberto Martini e Dante

C. Cresti e F. Solmi, …E nell’idolo suo si trasmutava: La Divina Commedia novamente illustrata da artisti italiani: Concorso Alinari 1900-1902

A. Martini, Scritti. La mia penna, in Alberto Martini: 1876-1954

A. Benvenuti, Alberto Martini: il fantastico in bianco e nero

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