Speciale Cannibalismo – Itinerario su Saturno tra mitologia, simbologia e iconografia

goya tempo saturno

La figura divina di Saturno ha una genesi antichissima e complessa che risale ad antiche influenze orientali e che si sviluppa e si trasforma gradualmente fino ad arrivare alle antiche figure elleniche di Kronos, figlio di Urano, che Zeus aveva detronizzato e castrato, nonché alla mitologia della Roma arcaica, in cui il dio latino era il dio benevolo delle messi; per una questione etimologica del termine Crono (Κρόνος-Χρόνος), la divinità assunse ben presto l’identificazione con il Tempo; successivamente queste definizioni mitologiche vennero a mescolarsi con definizioni astronomiche e scientifiche.

Nella scena del mito descritto da Esiodo nella Teogonia, si narra che Urano (Cielo) generò, con la sua sposa Gea (Terra), diversi discendenti, figli terribili, i Titani, che vennero odiati dal genitore fin dall’inizio; così, appena ognuno di essi nacque, il Cielo li nascose tutti nei recessi della Terra e non lasciò che venissero alla luce del giorno. Gea, sentendosi oppressa, creò una grande roncola, che diede al più coraggioso dei suoi figli, Crono, con la quale falciò i genitali del padre. Da quel momento la falce divenne uno dei suoi attributi specifici, presente in numerose raffigurazioni iconografiche. Il seme di Urano, così disperso sulla Terra, generò le Erinni, i Giganti, le Ninfe e Afrodite, Eros e Himeros.

Così, il regno passò a Crono, figlio del Cielo e della Terra, e il mondo conobbe l’età dell’oro, ma la sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio: gli fu infatti predetto che il suo regno avrebbe avuto fine per mano di uno dei suoi figli. Ribellandosi alla profezia, il grande Crono decide di eliminare i pretendenti, o meglio assimilarli, per continuare a governare sul suo regno:

Rea poi, unitasi a Crono, partorì illustri figli[…]./ Ma questi li divorava il grande Crono, appena ciascuno/ dal ventre della sacra madre ai suoi ginocchi arrivava,/ e ciò escogitava perché nessuno degli illustri figli di Urano/ fra gli immortali avesse il potere regale.

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La profezia tuttavia si realizzò: Zeus si salvò grazie alla madre che fece divorare al marito una pietra avvolta con delle fasce al posto del figlio, il quale crebbe a Creta allevato dalle ninfe. Una volta cresciuto, Zeus mosse guerra al padre e vinse con l’aiuto dei Giganti e degli Ecatonchiri, facendo risputare al padre i figli che aveva trangugiato.

L’azione di Crono venne condannata da Zeus, il quale per primo, servendosi dello scellerato esempio paterno, destò nell’uomo il senso della giustizia e dell’ingiustizia, respingendo in quest’ultima categoria l’atto cannibale, infatti, come si legge nel libro di Franco Riva, La filosofia del cibo,

uno dei divieti fondamentali che istituisce la convivenza umana riguarda il cannibalismo dal momento che gli dèi, secondo Esiodo, vietano agli uomini di “divorarsi l’un l’altro” come fanno gli animali, perché tra loro “non esiste giustizia” […]. Esiodo descrive l’origine del mondo umano per capovolgimento, dicendo che cosa esso non è nel confronto con lo sbranarsi continuo del mondo animale.

Il cannibalismo dunque è indicato da Esiodo come atto tipicamente animalesco, ingiusto e dis-umano nei confronti del prossimo.

Nel libro Saturno e la melanconia. Studi di filosofia naturale, religione e arte, Klibansky, Panofsky e Saxl attuano un’analisi ricca e dettagliata della divinità in quanto figura mitica attraverso testi della letteratura antica quali la Teogonia e Le opere e i giorni di Esiodo, l’Iliade di Omero e l’Andromeda di Sofocle. Da questi studi ne consegue il ritratto di una divinità dalla natura ambivalente e contraddittoria.

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Infatti, se da un lato Crono era il sovrano dell’età dell’oro, ovvero dell’età in cui gli uomini vivevano nell’abbondanza, era il dio benevolo dell’agricoltura, per cui si celebravano feste annuali del raccolto, dall’altro era il dio cupo, detronizzato e solitario che si immaginava vivesse in esilio, come un sovrano degli inferi; egli dunque era sì il padre degli dèi e degli uomini, ma anche il divoratore dei figli, colui che mangiava carne viva ed esigeva sacrifici umani dai barbari, come un Moloch divoratore di tutto, dèi compresi. Difatti, nel testo si fa un ulteriore confronto Crono – Moloch: «Vediamo il dio mentre porta alle labbra il bimbo, mentre affonda i denti nel suo braccio, o dopo che ne ha già divorato la testa. Si osserva qui l’implacabile malvagità del dio, Moloch che divora i suoi figli […]».

In termini iconografici, il mitico Crono possedeva un aspetto ben definito: una vecchiaia triste o meditabonda, e caratteristiche negative che «potevano applicarsi, per analogia diretta, alla natura e al destino dell’uomo triste, di quello vecchio, di quello senza prole, del malevolo e così via».

Nel contesto artistico, la figura di Saturno-Crono assunse mano a mano degli attributi specifici legati agli episodi del mito che lo riguardano e ai suoi molteplici significati:

coll’andare del tempo si aggiunsero alcune scene: la castrazione del padre, il divoramento dei figli, l’assimilazione a Chronos, la duplice funzione della falce: arnese per la castrazione oltre che per l’agricoltura, ma poi anche falce della morte; Saturno come dio nefasto e, nel contempo, come personificazione della civiltà e della cultura. Questo contesto interpretativo condusse inoltre a una confusione tra Kronos, Chronos e Saturno nell’iconografia e nelle rappresentazioni che si susseguirono a partire dal basso Medioevo fino all’età moderna. […] Nell’ambito della caratteriologia […], Saturno rappresenta il tetro autunno della vita, la melanconia, la scoraggiata tensione verso l’irraggiungibile e inoltre la meditazione creativa.

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La scena rappresentata nell’opera di Goya, per la violenza cannibale esibita dal suo Saturno, non trova alcun precedente dal punto di vista artistico, tuttavia è possibile che l’artista si sia ispirato alla tela di Peter Paul Rubens del 1636, allora custodita nella Torre della Parada a Madrid, che ritrae lo stesso soggetto. Infatti, nel 1778 venne affidato a Goya l’incarico di incidere una serie di ritratti dipinti da Velàsquez e a questo scopo gli venne permesso di accedere alle collezioni reali. Così l’artista ebbe occasione di confrontarsi con altri grandi maestri, tra i quali Tiziano, Tintoretto,Veronese, Raffaello, van Dyck, Rembrant e Rubens.

Nell’opera di quest’ultimo,

il dio, vecchio, in piedi su una nuvola, rappresentato attraverso i simboli della falce e degli astri come sintesi delle divinità greche e romane Kronos, Chronos e Saturno, addenta il petto di uno dei figli per divorare il fanciullo urlante. Il dipinto […], che fa parte di una serie di rappresentazioni tratte dalle Metamorfosi di Ovidio, è una vigorosa trasposizione di un tema mitologico, che indietreggia di fronte alla crudeltà ma la inserisce nell’iconografia tradizionale, rappresentandola in maniera naturalistica e drammatica.

Rispetto a tale dipinto, Goya, come si legge in Case d’artista. Dal Rinascimento a oggi,

trasforma il racconto mitologico in una visione personale di terrore: non si limita a eliminare i connotati allegorici quali falce e astri, ma toglie alla scena qualsiasi riferimento alla realtà. Appena contornata da pochi toni grigi e bruni, la gigantesca figura rimane immersa nella notte; una luce opaca si concentra sul momento atroce: sulle mani che afferrano convulsamente la schiena insanguinata della vittima. Gli occhi sbarrati dallo stupore del proprio misfatto, il mostro sta per staccare, con le fauci spalancate, il braccio sinistro dal corpo mutilato e già privo della testa. Il Saturno di Goya non è più un titano che cerca di avere il predominio con la sua crudeltà, è diventato non circoscrivibile, che minaccia di divorare l’umanità, ben lontano dalla poesia di Ovidio.

Rubens Saturno che divora suo figlio 1636

Nel dipinto di Rubens il virtuosismo tecnico salva lo spettatore dalla sensazione di disgusto provocata dal tema pittorico: lo sguardo del vecchio dio è rivolto al bambino, che sta mordendo con ferocia, mentre quest’ultimo sofferente ha il viso rivolto allo spettatore ma gli occhi che strabuzzano verso destra; in questo modo non vi è un coinvolgimento diretto con l’assassino, ma una compassionevole vicinanza alla vittima inerme. Al contrario, nel Saturno di Goya, lo sguardo del mostro cannibale punta dritto allo spettatore, non lasciandogli alcuna via di fuga.

Una delle chiavi di lettura più accreditate dai critici indica il Saturno di Goya come simbolo del binomio tra forza distruttrice e melanconia. Secondo questa teoria, Saturno, in quanto tempo che passa e che divora la vita istante dopo istante, si riflette nel pessimismo dell’artista, isolato, sordo e oramai giunto alla tarda vecchiaia.

Ciononostante, questa lettura potrebbe sviare dal significato intrinseco dell’opera. Il Saturno, infatti, così come appare rappresentato nell’opera di Rubens, rimanda, più che alla pittura della Quinta, alle opere di Goya La Verità, il Tempo e la Storia, oppure alla tela Le vecchie e il Tempo.

Nel primo dipinto, e dal rispettivo bozzetto preparatorio, assieme alla personificazione della Verità e della Storia, è raffigurato il personaggio di Saturno-Crono. La vecchia e canuta divinità alata è qui un’allegoria del Tempo che passa: egli infatti possiede una clessidra come elemento simbolico.

Uno degli elementi dominanti è la luce che irrompe dall’angolo superiore sinistro e che si riflette sulle ali di Crono disturbando le creature notturne che si nascondono nell’oscurità alle sue spalle: gufi e pipistrelli sono così costretti a fuggire in un volo frenetico. Gufi e pipistrelli sono spesso rappresentati nelle opere di Goya con connotazioni negative, in quanto animali che agiscono nelle tenebre e accompagnano personaggi malevoli come le streghe; si veda ad esempio Scena d’esorcismo e il Sabba, due dipinti del 1797-’98 e la famosa incisione Il sonno della ragione genera mostri, in cui i ‘mostri’ sono definiti da Paola Rapelli come «uno stormo di pipistrelli [che] si annuncia dal fondo: gli uccelli prendono pian piano forma, diventando sempre più grossi, plastici, minacciosi e anche deformati. Sono simbolo di lussuria e sozzura».

Nel bozzetto è dunque possibile cogliere un lato benevolo della divinità.

Ne Le vecchie e il Tempo, Saturno appare ancora una volta in quanto allegoria del tempo che passa, concetto che si avvicina alla teoria della Natura schopenhaueriana, che genera i propri figli per poi divorarli. Tuttavia, il dio questa volta tiene in mano, anziché la falce, una scopa, elemento iconografico spesso ricorrente nelle opere goyane che trattano soggetti legati alla stregoneria.

Quest’ultima, molto diffusa in tutte le provincie, era considerata da Goya, così come anche dagli illuministi, una superstizione nefasta, ma anche forma di espressione popolare, esacerbata dall’esasperata repressione dell’Inquisizione. Goya, nonostante avesse dipinto scene con intenti satirici sul tema della stregoneria, ne subì infatti un certo fascino.

Elena Bello

Bibliografia:

R. Klibansky, E. Panofsky e F. Saxl, Saturno e la melanconia. Studi di filosofia naturale, religione e arte

Esiodo, Teogonia

F. Riva, La filosofia del cibo

E.M. Moormann e W. Uitterhoeve, Miti e personaggi del mondo classico

P. Nizon, Goya & Paul Nizon

R. Hughes, Goya

E. Huttinger, Case d’artista. Dal Rinascimento a oggi

M. Mazzocut-Mis, Il senso del limite. Il dolore, l’eccesso, l’osceno

P. Rapelli, I geni dell’arte. Goya

A.E.P. Sánchez, E.A. Sayre, Goya y el espìritu de la ilustraciòn

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