Speciale Cannibalismo – Saturno: Una bocca che divora

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In un disegno a sanguigna dei Capricci del 1797 circa, Goya rappresenta una figura colossale che divora degli uomini nettamente più piccoli per dimensione, allontanandosi completamente dall’opera di Rubens e dalle rappresentazioni allegoriche del Saturno in quanto Tempo e divinità alata. In questo disegno, infatti, vediamo un possibile bozzetto del dipinto finale realizzato nella Quinta del Sordo: le vittime uccise e divorate non compaiono con le fattezze fisiche di bambini e il cannibale abbandona la forma divina, assumendo un aspetto più ‘umano’.

Il soggetto rappresentato in questo disegno e quello dipinto nella Quinta si prestano a numerose interpretazioni: Saturno che divora i suoi figli potrebbe rappresentare una sinistra apologia della legge del padre che domina e annienta la prole per assicurarsi la superiorità; il pessimismo dell’artista e gli orrori delle guerre spagnole da lui denunciati possono far pensare ad un’allusione al governo di terrore di Ferdinando VII, il quale, una volta riottenuto il potere, con feroci repressioni e abusi, colpì ferocemente il popolo spagnolo, richiamando metaforicamente il gesto cannibale spietato e ingiusto di Saturno, entrambi i sovrani vengono così accomunati dalla smania di potere.

Il motivo del gigante divoratore di uomini acquista così un crogiuolo di significati: in relazione alla guerra come omicidio insensato della propria prole, all’Inquisizione e alla superstizione come elementi delle tenebre, la vecchiaia e la morte come il dio Crono in quanto Tempo, alla biografia dell’artista e al temperamento saturnino e melanconico di certi filosofi e artisti.

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Così scrive Dino Formaggio a proposito delle vicissitudini che hanno portato Goya a maturare le pitture nere:

Quanti inutili moti, quante vane lotte in questo misterioso affaccendarsi delle esistenze, e quante assurde passioni e disperazioni, quale soffocante dolore davanti agli interrogativi senza risposta. Goya è ancora una volta davanti al Nada, al nulla: ma giunto all’estremo limite delle terre note, già mezzo ingoiato dall’ombra senza fine, si drizza ancora come un torero per l’ultimo assalto, da solo agita – in mezzo all’Ottocento borghese che finirà con intappezzare tutte le facciate delle case con gli slogans della felicità e del progresso – i vessilli laceri e conturbanti delle popolari passioni e oppressioni. […] In Saturno, per la prima volta egli denuncia nella nostra cultura l’avvenuta estraneazione dell’uomo e dall’uomo, l’inizio della disumanizzazione dell’uomo contemporaneo.

Tuttavia, come sostiene Hughes, «è anche possibile che Goya non avesse in mente nulla di specificamente politico e che volesse invece solo dipingere un’immagine di violenza, l’irrazionale violenza maschile che chiama altra violenza». La questione è ancora aperta; ad ogni modo, Saturno è una bocca che divora.

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Il corpo della vittima deceduta che egli tiene stretto in mano è dilaniato e non se ne comprende la naturauomo o donnae questo poco importa, in quanto è di schiena e, siccome decapitato, privato dell’identità. Una carne che è divenuta oggetto da ingurgitare e, in questo caso, non per necessità nutritive. E, come afferma Paola Vincenzi nel suo saggio Appetiti mostruosi, quando il nutrirsi si separa dalla necessità di sostentamento e si lega a termini quali incorporare, assimilare,fagocitare ma anche divorare, maciullare, dilaniare, allora il mangiare devia in un atto degenerato, in cui l’azione dell’incorporare diventa immagine metaforica atta a esprimere un dominio sull’oggetto, un suo annullamento o una sua trasformazione in rifiuto; in questo senso il divorare diventa espressione manifesta di un atto di potere mosso da una bassa istintualità.

Il cannibalismo applicato al contesto letterario e artistico assume un significato plurimo, capace di suscitare grandi riflessioni e forti emozioni:

l’evocazione letteraria, così come la rappresentazione pittorica e persino teatrale dell’antropofagia, sono modalità estreme, dalla forte carica destabilizzante, attraverso cui disegnare grandi metafore universali, esprimere la malvagità umana, riflettere sul lato oscuro dell’individuo, attuare una denuncia sociale, parlare dell’indicibile, affrontare il tema del corpo e delle manipolazioni che lo trasformano.

Sebbene il Saturno, come sostiene Pierluigi De Vecchi, sembri risultare un’opera «meno […] spietata di certe tavole dei Disastri della guerra, dove la raffigurazione delle più efferate crudeltà commesse da esseri umani su loro simili assumeva forme del tutto realistiche», è innegabile il fatto che essa sia in grado di generare nello spettatore un sentimento di inquietudine che può spingersi fino al disgusto e alla repulsione; e che, assieme alle altre pitture nere della Quinta, doveva apparire sconcertante per il suo distacco dalle concezioni della bellezza e del sublime proprie dell’arte neoclassica e romantica.

Affermare che il Saturno che divora i suoi figli sia un soggetto che in pittura suscita disgusto non è errato, è bene dunque analizzarne gli elementi scatenanti.

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Benché il disgusto si trasmetta principalmente attraverso il tatto, l’odorato e il gusto, e quindi si leghi al concetto di contaminazione fisica, nell’opera Anatomia del disgusto di Miller si legge che «le espressioni facciali usate per esprimere sapori sgradevoli possono tranquillamente essere utilizzate per indicare il disgusto proveniente da qualunque altra fonte sensoriale»; dunque è possibile percepirlo in un’opera pittorica attraverso il senso visivo.

Di fatto, come attesta Rozzoni nel suo saggio Degustare con gli occhi/Gustare con gli occhi,

sulla tela l’occhio “sente” ciò che è a disposizione degli altri sensi in una situazione di normale regime percettivo e che è loro invece precluso nel rapporto visivo che contraddistingue l’incontro con il quadro.

L’atto compiuto dal Saturno è terrificante e il fruitore non può non provare una reazione. La vista attiva la nostra capacità immaginativa e nel momento in cui vediamo il dipinto nel suo insieme comprendiamo immediatamente che Crono ha già assassinato suo figlio e anche che ne ha consumato parte del corpo, mordendolo, masticandolo e ingoiandolo.

L’emozione che si scatena nel fruitore che si trova davanti a questo spettacolo non è la paura, poiché essa per natura conduce istintivamente alla fuga dettata dal primitivo istinto di sopravvivenza, siamo inoltre ben consapevoli che il quadro in sé non può nuocerci in alcun modo. In questo caso è più corretto affermare che si inorridisce, e che non si può far altro che rimanere passivi di fronte al Saturno.

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L’orrore che si prova di fronte a un dipinto o a uno spettacolo è infatti un’emozione tipica degli spettatori: di fatto, come afferma Miller, è la vista che elabora elementi quali la bruttezza, la deformità, le mutilazioni e gran parte di ciò che percepiamo come violenza e quindi la morte, le violazioni dell’involucro fisico, il sangue, le amputazioni e le violazioni socio-morali.

La tattica tirannica attuata da Crono è a tutti gli effetti quello che Chiara Camerani definisce un’azione di «cannibalismo aggressivo politico», per cui

divorare l’altro rappresenta la distruzione totale della minaccia che la persona costituisce, ma anche il suo pieno possesso. In alcune situazioni, il cannibalismo diventa una vera e propria arma contro i nemici, secondo il concetto di strategia di terrore.

Questo tipo di cannibalismo è legato necessariamente all’omicidio e all’intenzione di annientare completamente colui che è percepito come una minaccia, in un connubio di azioni che esprimono il male assoluto. La disumanità dell’atto genera doppiamente disgusto nell’osservatore, e questo provoca l’immediata associazione di un essere crudele al mostruosamente brutto. Miller analizza puntualmente il caso quando afferma che

sulle prime, il reo viene guardato con un misto di paura e ripugnanza, con il tipo più intenso di disgusto e orrore. Poi, un secondo disgusto si concentra sulla vittima degradata, sia essa sanguinante e sfigurata oppure moralmente annichilita dall’ignominia di essere stata così maltrattata. […] L’osservatore deve ora sentire acutamente la propria inadeguatezza di fronte a tanto male. Il disgusto diretto contro il trasgressore è sollecitato essenzialmente da ciò che riconosceremmo come un fallimento morale.

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La carne umana di per sé non ha nulla di disgustoso, ma quando viene dissociata dalla totalità del corpo e considerata come un alimento cambia la percezione che ne abbiamo ed essa, proprio perché appartenuta a qualcuno, diventa stomachevole.

È sempre Miller a dirci che «oggetti repellenti al tatto possono farci ritrarre inorriditi alla semplice vista; in modo analogo guardare qualcuno che mangia roba putrescente, carne umana o escrementi, produce intense sensazioni empatiche».

Non è il fatto che Saturno stia mangiando quel corpo che genera la reazione di disgusto, ma il fatto che lo stia facendo in modo realistico e non simbolico. L’arte visiva offre innumerevoli espedienti per rappresentare l’atto cannibale in maniera più o meno censurata. Probabilmente, se Goya avesse dipinto Saturno nell’atto di ingoiare suo figlio per intero, senza danneggiargli e aprirgli i tessuti proprio come avrebbe fatto un serpente con la sua preda allora tutto sarebbe apparso meno disgustoso perché meno verosimile e quindi lontano dalla possibilità del reale.

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L’altro elemento che provoca disgusto è il corpo mutilato e sanguinante che Saturno tiene in mano. Goya, dipingendo l’orrore della morte, ha realizzato un cadavere repellente, che non permette alcuna vicinanza compassionevole da parte del fruitore, il quale non è predisposto né certamente intenzionato a immedesimarsi in un corpo gravemente danneggiato dalla mutilazione, infatti,

poche cose sono più allarmanti e disgustose della nostra divisibilità. Si consideri il motivo dell’orrore di mani, orecchie, teste mozzate, e occhi cavati. […] L’orrore della morte è dovuto in parte anche dal fatto che essa comporta una frattura tra corpo e anima e quindi, attraverso la putrefazione, dell’integrità del corpo. (Miller)

Gli elementi che più destano nel fruitore un moto di ribrezzo e orrore sono le nere fauci spalancate di Saturno che inghiottono brandelli di carne sanguinolenta e il cadavere che esibisce i muscoli, il grasso bianco e il sangue cremisi, dove i colpi del pennello insistono maggiormente.

I limiti della protezione epidermica sono stati squarciati (la pelle ha infatti il compito di difendere il corpo dall’esterno e suggella all’interno ossa, sangue e organi molli, sgradevoli da vedere e odorare, rivoltanti e contaminanti da toccare), così è possibile adocchiare il viscidume interiore.

È sempre Miller ad affermare che

i tessuti interni, i liquidi e le escrezioni del corpo sono benigne alla fruizione solo se rimangono al proprio posto all’interno del corpo, quando ad esempio, il sangue è nelle vene e non ci è dato averne visione.

È tuttavia vero che, a dispetto di tutto, non possiamo sottrarci ad uno degli aspetti più paradossali di ciò che è disgustoso: esso attrae oltre che respingere. Il disgustoso ha il suo fascino; esercita una seduzione che si manifesta quando non riusciamo a distogliere lo sguardo da un incidente sanguinoso o nell’attrattiva che suscitano su di noi spettacoli orrorifici.

È ancora Miller, nella sua analisi, a rivelarci il perché: «per quanto il disgusto ripugni, esso suscita il nostro interesse e si impone alla nostra attenzione. Scopriamo che ci risulta difficile non sbirciare una seconda volta, oppure ci accorgiamo che i nostri occhi involontariamente danno una seconda occhiata proprio alle cose che provocano il nostro disgusto».

Elena Bello

Bibliografia

E. Huttinger, Case d’artista. Dal Rinascimento a oggi

D. Formaggio, Goya

R. Hughes, Goya

P.Vincenzi, Appetiti mostruosi in Dal gusto al disgusto. L’estetica del pasto, a cura di M. Mazzocut-mis

P. De Vecchi, Rappresentazione, allegoria e simbolo nell’opera di Francisco Goya,

W.I. Miller, Anatomia del disgusto

C. Rozzoni, Degustare con gli occhi/Gustare con gli occhi in Dal gusto al disgusto. L’estetica del pasto

C. Camerani, Cannibali. Le pratiche proibite dell’antropofagia

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