Speciale Cannibalismo – Salvador Dalì tra paranoia e piacere per il cibo

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Alla fine degli anni ’20 del Novecento, il giovane pittore Salvador Dalì entra a far parte del gruppo surrealista e, abbracciando le teorie di Andrè Breton, propone un utilizzo artistico della visione onirica. Come si conviene dal Manifesto del Surrealismo scritto da Andrè Breton nel 1924, fulcro della poetica surrealista corrisponde all’ideazione di un sistema spontaneo che consente alle immagini provenienti dall’inconscio di emergere liberamente e di essere trascritte fenomenologicamente dall’artista.

Tuttavia Dalì non si limita a questo, decidendo di immergersi sempre più a fondo in un’indagine della propria creatività al fine di sottomettere l’inconscio alla conoscenza razionale. È lo stesso Dalì ad affermare in Diario di un genio che «Dalì, da razionalista assoluto, voleva conoscere tutto dell’irrazionale, non per tirarne fuori un nuovo repertorio letterario e umano, ma viceversa per ridurre e sottomettere questo irrazionale di cui andava alla conquista». A questo scopo egli, sin dai primi anni ’30, perfeziona l’automatismo di Breton creando un nuovo sistema del tutto originale chiamato “paranoico-critico”; la definizione che ne da Nicosia in Dalì, Vita d’artista è una delle più chiare: si tratta di un «metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull’associazione interpretativa critica dei fenomeni deliranti». Attraverso questo metodo sperimentale fondato sulle teorie freudiane (ci si riferisce qui al primo studio sistematico sull’argomento onirico e sulla produzione di immagini psichiche caratterizzata da percezioni ed emozioni che si svolgono in maniera irreale o illogica durante il sonno, fase dominata dall’inconscio, ovvero al testo intitolato L’interpretazione dei sogni di S. Freud pubblicato nel 1900. In questo testo, come anche in Tre saggi sulla sessualità in cui si afferma l’importanza primaria delle pulsioni dell’uomo dalla nascita fino alla vita adulta, sarà il desiderio umano, incluso quello sessuale infantile, ad essere indicato come la molla segreta della produzione onirica) e sul processo di associazioni mentali, Dalì concentra la sua attenzione sui meccanismi interni delle sue personali esperienze paranoiche e ossessive: le degenerazioni mentali, dal voyeurismo alle perversioni, dai ricordi infantili alla sessualità latente o dirompente, dal disgusto della morte alla gelosia di se stessi, si trasformano così per l’artista in preziose fonti creatrici.

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L’arte diventa pertanto un vero e proprio strumento di cronaca psico-patologica in cui l’inconscio si traveste in immagini di tipo simbolico e ciò rende possibile il delinearsi di un linguaggio artistico definito.

Dalì attraverso il suo linguaggio artistico sviluppa degli oggetti originati dalle sue fantasie diurne. L’oggetto concepito non viene poi rappresentato secondo un’idealizzazione, ma rielaborato secondo un processo di appropriazione della realtà: questa viene percepita, vissuta e canalizzata sulla tela attraverso il filtro razionalista del metodo paranoico-critico daliniano. In questo modo si origina una spinta creativa che permette la trasmutazione delle forme. Così, il desiderio carnale o alimentare assume un compito deformante che permette di cogliere il reale e di ricostruirlo sulla tela paranoicamente, fornendo una nuova rappresentazione della riappropriazione della stessa. Questa nuova iconografia mostra un corpus inconfondibile di oggetti-feticcio che, collocati in spazi metafisici e ambienti desertici, rivela le visioni ossessive del pittore, in lotta tra la pulsione di morte e la pulsione sessuale.

Nella sua ricerca pittorica Dalì crea la sua personale poetica del morbido e del duro offrendo una dimensione che rimanda sia alla tattilità sia alla sessualità, evidenziando, come indica Nicosia nel suo testo, «le due antitetiche proprietà della materia come metafora dell’impulso sessuale, morbido e duro allo stesso tempo, simbolo di continua morte e resurrezione».

Dall’estetica morfologica del morbido e del duro, Dalì elabora una personale concezione estetica del bello associato al “commestibile”, egli infatti afferma in La mia vita segreta:

[…] mi proposi di escludere tutto quel che mi apparisse indefinibile, che mancasse di “contorni”, che non ammettesse una “legge”, che non si potesse “mangiare” (era, quest’ultima, la mia espressione prediletta).

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Da questo concetto di bellezza il pittore offre una chiave di lettura per la comprensione degli elementi iconografici diffusi in tutto il suo operato artistico. Quindi, attraverso l’uso di un sofisticato arsenale di elementi dal carattere simbolico, il pittore catalano utilizza le forme per costruire la sua personale visione per cui «tutto divenne “commestibile” o “non commestibile”».

Dalì attribuisce così grande importanza al cibo dal punto di vista estetico e filosofico: la morfologia dei cibi e la gelatinosità lo affascinavano. Nei suoi stessi scritti e dipinti gli oggetti, di consistenza dura per natura, finiscono per assumere gonfiore e mollezza, talvolta sembrano colanti della loro stessa materia oppure sembrano trascendere dalla forza di gravità. Si pensi ad esempio ai suoi celebri orologi molli presenti nel dipinto Persistenza della memoria del 1931, per cui

tutto sembra essere iniziato da un formaggio “in decomposizione”, da un oggetto commestibile, divenuto metafora dell’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere, nella soggettiva percezione umana, assume una diversa connotazione “interna”, che segue solo la logica dello stato d’animo e della memoria. In vari dipinti di questi anni appaiono elementi commestibili con un’evidente funzione simbolica, spesso erotica. (F. Nicosia)

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Nei suoi testi, Salvador Dalì collega ogni oggetto a ricordi, sentimenti, aneddoti e fantasie personali, frutto di una lucida analisi dei bisogni primari dell’individuo, ovvero il cibo e il sesso. Gli elementi così concepiti divengono il tramite, secondo gusto, consistenza, colore e forma, attraverso il quale Dalì unisce l’inorganico all’organico nutritivo. Questo permette al pittore di esprimere la propria immaginazione erotico-artistica rendendo bello e quindi commestibile l’oggetto del desiderio.

Per comprendere al meglio il legame tra il bisogno alimentare e il bisogno sessuale è necessario fare un passo indietro e considerare uno dei più importanti testi di psicanalisi scritto da Sigmund Freud, ovvero i Tre saggi sulla sessualità, che Dalì sicuramente conosceva molto bene. Il testo fa infatti riferimento alla disposizione «perversa polimorfa» del bambino, caratterizzato da una sessualità infantile fisiologicamente perversa. L’interesse si rivolge perciò alla vita sessuale del bambino, perché, afferma Freud, «la presunta costituzione, contenente i germi di tutte le perversioni, sarà dimostrabile soltanto nel bambino, anche se in esso tutte le pulsioni possono presentarsi solo con modesta intensità».

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Tra le prime esperienze che portano l’uomo al piacere del soddisfacimento, la prima e la più importante attività del bambino corrisponde al poppare dal seno materno, in questa fase il piacere orale di suzione e il piacere dovuto all’appagamento della fame si combinano, infatti

le labbra del bambino si sono comportate come una zona erogena, e la stimolazione dovuta all’afflusso del latte caldo è stata indubbiamente l’origine della sensazione di piacere. Da principio, il soddisfacimento della zona erogena è senz’altro associata al soddisfacimento del bisogno di nutrizione. L’attività sessuale si appoggia in primo luogo a una delle funzioni che servono alla conservazione della vita, e solo in seguito se ne rende indipendente. Chi vede un bambino abbandonare ormai sazio il seno, e piombare nel sonno con le guance arrossate e con un sorriso beato, dovrà dire che questa immagine rimane esemplare anche in seguito quale espressione del soddisfacimento sessuale. Ora, il bisogno di ripetere il soddisfacimento sessuale si separa dall’assunzione di cibo; tale separazione è inevitabile quando spuntano i denti e il nutrimento non viene più esclusivamente succhiato bensì masticato.

Freud individua così nel comportamento del neonato l’operare di un potente dispositivo legato all’appetito, che lo spinge ad aprirsi e a chiudersi verso il mondo in funzione delle esperienze di piacere e dispiacere, e dell’emergenza dei bisogni, che sono somatici e psichici allo stesso tempo. La prima pulsione e organizzazione sessuale pre-genitale dell’uomo è la cosiddetta fase «orale o, come anche potremmo dire, cannibalica», in cui, è sempre Freud ad affermarlo, «la meta sessuale consiste nell’incorporazione dell’oggetto». Allo stesso modo il cannibalismo risponde ai due grandi desideri del pittore: quello alimentare e quello carnale che diventano gli elementi cardine della sua pittura.

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Freud sostiene più volte nel suo testo lo stretto legame tra soddisfacimento alimentare e sessuale, così, «il fatto che nell’uomo e nell’animale esistono dei bisogni sessuali si esprime in biologia supponendo che esista una “pulsione sessuale”. In ciò si procede per analogia con la pulsione dell’assunzione di cibo, la fame». Alla meta sessuale normale è quindi associato «un soddisfacimento paragonabile al senso di sazietà che subentra alla fame», in comune con l’atto sessuale, l’atto nutritivo ha una natura pervasiva che assorbe completamente l’individuo, non si tratta solo di un’esigenza fisiologica, ma anche di un’azione che dà piacere e che accontenta i sensi. Anche Chiara Camerani afferma che «sessualità e alimentazione hanno in comune il “modello di gestione” che si muove su un asse controllo/abbandono, e trascina con sé un’infinita gamma di sensazioni diverse: piacere, soddisfazione, colpa, solitudine, passione, ecc.. Cibo e sesso […] ci tranquillizzano, sopperiscono alle mancanze, al senso di vuoto».

Dalì stesso afferma la sua vicinanza alla teoria freudiana sostenendo che il suo è un «surrealismo illusorio di perverso polimorfo» e ancora ne sottolinea l’importanza quando omaggia il padre della psicanalisi:

Ringrazio ancora Sigmund Freud e proclamo più forte che mai le sue grandi verità. Io, Dalì, immerso in una costante introspezione e in una analisi meticolosa dei miei più piccoli pensieri.

I motori principali che muovono la macchina creatrice di Dalì si rivelano essere il cibo, la libidine e la morte; di questo egli ne è totalmente consapevole quando scrive che «l’erotismo dev’essere, per me, sordido, l’estetismo divino, la morte meravigliosa».

Il pittore, inoltre, è così concorde con ciò che sostiene Freud che egli stesso si sente un perverso polimorfo, sensibile ed incline al concetto simbolico di cannibalismo erotico: «il polimorfo perverso che ero stato durante la mia adolescenza raggiunse lo zenit dell’isteria: le mie mascelle triturarono Gala […]».

Ecco dunque comparire esplicitamente il tema del cannibalismo, che Dalì interpreta e spiega con precisione: «la necessità di inghiottire […] più che ad un bisogno nutritivo, corrisponde ad un bisogno compulsivo d’ordine affettivo e morale. Si inghiotte per identificarsi totalmente nel modo più assoluto con l’essere amato».

Elena Bello

Bibliografia:

F. Nicosia, Dalì. Vita d’artista, Giunti, Milano 2010, p. 44.

S. Freud, Tre saggi sulla sessualità

C. Camerani, Cannibali. Le pratiche proibite dell’antropofagia

S. Dalì, Diario di un genio

S. Dalì, La mia vita segreta

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