La snervante vita di uno scrittore esordiente #2 – Datemi un titolo e vi solleverò il mondo

Lonfo 2a

Segue dalla puntata precedente

Fedro Lonfo ha bisogno quasi sicuramente di un titolo per il suo libro. Non ci si può mica presentare da un editore e piazzargli sulla scrivania un voluminoso fascicolo di 389 pagine, scritte in corpo 9, carattere Times New Roman, giustificate con interlinea 0.5 («sa, non volevo che il testo apparisse troppo lungo»), uno di quei romanzi che, a volerlo impaginare come si deve, ne uscirebbero quattro volumi da 300 pagine con un piccolo libello in omaggio da regalare a quelli che acquistano le prime dieci copie.

Ovviamente qualsiasi editore avrebbe scosso la testa e fatto finire tutta quella boscaglia svedese destrutturata all’interno di un cestino d’alluminio senza nemmeno preoccuparsi di sfogliarla più del dovuto. Tanto sa già di che parla e sa anche che nessuno sarebbe così folle, parenti e amici stretti a parte, da acquistare un pippotto simile.

Ma tutto questo aspetto, l’impaginazione intendo, è un’altra storia che vi racconterò più avanti.

Ora è il titolo che ci interessa: il biglietto da visita del libro.

Fedro Lonfo è un tipo semplice, uno che l’italiano lo ha sempre visto come una sorta di totem da ficcare in un museo e spolverare solo quando bisogna fare i grossi con gli amici. Non è un caso che a Papozze, i suoi compaesani lo chiamino “l’intelettualo”. Dovete scusarli, sono campagnoli rovigotti, non esattamente dei luminari della Crusca, e di questo ci soffre il nostro autore, soffre di essere un incompreso e per questo motivo cerca un titolo che si avvicini al volgo il più possibile. Sapete, qualcosa che lo renda partecipe del suo grande sforzo intellettuale, qualcosa di semplice e al contempo complicato, perché non sia mai che un suo libro salti fuori con un titolo che possa essere tacciato di estrema semplicità. Non è mica un campagnolo di Papozze, lui. È l’intellettuale della bassa veneta, il letterato del Po.

A prescindere dal fatto che lui il fiume non lo sopporta proprio e che nella sua casa, a parte tutti i libri di Sveva Casati Modignani, Paulo Cohelo, qualche Fabio Volo, una vecchia edizione dei Fiori del Male di Baudelaire – che fa sempre comodo avere tra i libri -, un erbario dedicato ai fiori della bassa Val Brembana e uno stradario di Cesano Boscone, ci sia ben poco di letterario, lui sente comunque questa esigenza, questa smania, che lo porta a sviluppare un titolo degno delle sue opere.

Lonfo 2b

Così si mette seduto alla scrivania, apre il suo portatile, controlla la pagina Facebook e segretamente spera di trovare la risposta al suo pressante quesito ma tutto ciò che gli appare sono video di gattini, cricetini, cagnolini, benemeriti cretini, cantanti, politici che tirano moccoli su altri politici, foto di gnocche stratosferiche che attraggono la sua attenzione più del dovuto ma che deve amaramente abbandonare all’ennesimo colpo di rotella del mouse. D’altronde, non può mica intitolare il suo romanzo tra il sentimentale e l’autobiografico, con un quarto abbondante di romanzo di formazione e una fetta consistente di approfondimento, con un pizzico di erotismo, una secchiata di ironia di altri tempi, due manciate di storia, una presa di saggistica artistica e otto etti di facezie varie: «Viva la gnocca!».

La tentazione è tanta, forse più da parte nostra che da parte sua, ma è necessario per lui che la sua creatività vada a depositarsi su titoli di maggior effetto per quanto il suddetto non fosse certo di poco impatto.

Così rimane ancora a grattarsi il mento per un quarto d’ora abbondante mentre si intrattiene con altri animaletti sullo schermo fintanto che non rimane folgorato e fa l’unica cosa che un uomo di mezza età, con istinti artistici ed inclinazioni letterarie potrebbe fare: pubblica una foto dai colori patinati e chiassosi con su scritto a lettere cubitali “BUONGIORNO”.

Tutto soddisfatto richiude il computer portatile e si dirige in cucina a prepararsi un caffé, perché è risaputo che gli scrittori e gli intellettuali tirano avanti a forza di tazze di caffé. Sarà quel liquido scuro e dal sapore amaro a dargli la giusta ispirazione. Difatti gli viene. E corre in bagno.

Lonfo 2d

Diversi Gigabyte di materia grigia vengono scaricati in pochi secondi. E un’altra folgorazione lo coglie. Intitolare il suo libro «Liberazione».

Ma anche quel titolo viene scartato perché, se da un lato i suoi amici figli di ex partigiani ne sarebbero estasiati, quelli dell’altra sponda non lo apprezzerebbero molto. D’altronde che ci volete mai fare? Si tratta di povera gente del rovigotto, mica di luminari della scienza di Londra e lui non si può compromettere così tanto. Anche perché, ad essere sinceri, «Liberazione» con il suo libro non avrebbe avuto molto senso.

Di che parla la storia? Questo non lo sa bene nemmeno lui, visto che deve ancora ritoccarla e rifinire alcuni punti affinché diventi il suo più grande capolavoro, ma è sicuro che la libertà non ha molto a che fare con la storia che lui ha scritto.

Fedro Lonfo parla di schiavitù ed oppressione, di desiderio di espansione mozzato e soffocato, di voglia e di non voglia, di una gioventù che è diventata anziana tutta in un colpo e di una vecchiaia che non rinuncia ad essere giovanile. Insomma Fedro Lonfo non parla proprio di niente.

Ma che succede? Non ve ne siete resi conto? Il suo sguardo si illumina e nei suoi occhi arriva il baluginio perverso dell’idea cretina. Sì sì, è proprio cretina.

Preso da delle convulsioni spastiche, cerca di aprire il cassetto della scrivania alla ricerca del taccuino dello scrittore, quella raccolta sparuta di fogli sulla quale appunta tutte le idee geniali che gli vengono. Piglia la penna, toglie il tappo e tié. Eccoti il titolo: «Il fluire costante della ghiaia grossa in una clessidra di cristallo fino».

Lonfo 2c

È talmente compiaciuto che si stringerebbe la mano da solo!

Ma un libro come quello, con un titolo come quello, non può certo essere caduco di sotto titolo. E allora eccovi qua anche il sottotitolo: «Storia sul ritardo costante delle incompensioni amorose».

Solo a questo punto Fedro Lonfo si sente sufficientemente pronto per iniziare a scrivere la lettera che accompagnerà la sua opera migliore e la farà finire nelle mani dell’editore più importante che le sponde italiche abbiano mai conosciuto.

La Gattacci & Volponi di Cesano Boscone.

Mendes Biondo

Segue nella prossima puntata…

 

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