Silence – dai crocefissi (passati) alle bombe (future), una lezione sul conflitto culturale

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«Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone del futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il “Giappone” è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande Paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile, io non intendo parlare.» Yukio Mishima.

Come tutti i film di elevata qualità, anzi, come tutte le opere vere della Settima Arte, “Silence” di Martin Scorsese si presta a una lettura a più livelli, sotto svariate prospettive, luci, punti di vista, interpretazioni. Qualcosa più che semplice opinione, qualcosa meno – forse – che pura verità fattuale. Nulla da dire sugli attori: Liam Neeson, Andrew Garfield, Adam Driver, per cominciare; un Neeson forse sottoutilizzato e troppo sacrificato come presenza nella storia. La palma va assolutamente a Issei Ogata, nei panni  dell'”inquisitore”, il perfido samurai Inoue-sama. Ogata è magistrale nelle reazioni e nel rendere la consistenza di una crudeltà vestita di seta, l’aspetto omicida del bushido. A lui il nostro “Best actor”, di molto superiore alla prestazione di Neeson. A livello dei “padri” Rodrigues e Garrpe (Garfield e Driver), per pari abilità, il problematico e emblematico Kichijiro, interpretato dal bravissimo Yosuke Kubozuka. Un 9-10 al cast principale e secondario a tutti gli effetti.

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La narrazione procede senza sbavature, forse c’è qualche lievissimo stop fra una sequenza e l’altra, fra i capitoli/scene della vicenda, ma i movimenti di macchina sono all’altezza del “mito” Scorsese, così come ambientazioni, costumi e infine fotografia (Rodrigo Prieto), da piena candidatura all’Oscar. Unico appunto del tutto personale è da muoversi alla scena immediatamente precedente la cattura di Rodrigues, quando il sacerdote si specchia nella polla del torente, rivedendo, in sovrimpressione, il volto del Cristo dipinto da (mi pare) El Greco. Troppi diranno che è una splendida scena; lo sarebbe se “Silence” fosse un film sulla santità visionaria, sul sacro allucinato, alla Jodorowski per intendersi; ma non lo è; anzi, questa concessione all’onirico/delirante stona decisamente con la narrazione viscerale, carnale, cruda e verista di Scorsese. Fuori posto, del tutto, nonostante le traversie del protagonista. Poteva esserci più di un modo elegante per mostrare il parallelo.

Esaurito l’aspetto filmico mi preme semmai passare ai temi socioculturali sollevati dalla pellicola e dal momento in cui è uscita sugli schermi.

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A dirla sinteticamente, vedere questo film (e la “verità” storica che filtra da esso e dal romanzo che è all’origine della sceneggiatura – il romanzo *Chinmoku*/”Silenzio” dello scrittore nipponico e cristiano Shosaku Endo) fa capire perfettamente perché siano servite due bombe atomiche, e relativi bombardamenti, per piegare la nazione nipponica e incrinare, se non spezzare, il sistema di valori che la reggeva. “Silence” di Scorsese illustra lo sforzo di un popolo e del suo governo per contrastare la colonizzazione etnico/razziale, ma soprattutto religiosa e culturale dell’arcipelago del Sol Levante. Non c’è dubbio che il regime Tokugawa sia felicemente riuscito a mantenere l’integrità nazionale del Giappone e la sua coesione politica, la sua etica nazionale. Come fa lucidamente notare nella finzione filmica il crudele Inoue, e in parte conferma lo spezzato Padre Ferreira, si trattava effettivamente di respingere le seduzioni di un’amante sterile e pericolosa. Molto pericolosa: la religione dell’Occidente cristiano e sudeuropeo (ma anche europeo *tout court*). Il prezzo da pagare e far pagare è stato chiaramente il terrore della persecuzione e della tortura, metodo, rammentiamo, abbondantemente adeguato e in linea coi tempi e con le usanze di ciascuno, se è vero che mentre i daimyo torturavano i gesuiti, Spagnoli e Portoghesi, i padroni di casa della Compagnia di Gesù, facevano torturare gli amerindi “rei” di combattere per il riscatto nazionale e etnico contro l’invasore, come più tardi accadde ai ultimi sovrani Inca in Perù. Se i Gesuiti ebbero buon gioco a mediare e si tennero a distanza dai più fanatici Domenicani e Francescani (inquisitori di prima linea), nondimeno brigarono su un piano più elevato, politico, per preparare la colonizzazione delle terre non cristianizzate. In questo il calcolo politico dei Tokugawa aveva visto lungo e aveva visto bene: ogni concessione fatta ai missionari era il cavallo di Troia per la conquista e sottomissione agli Europei. I Cinesi non compresero che troppo tardi tutto ciò, e ne pagarono pegno per tutto l’Ottocento, fino al XX secolo iniziato. Nessun paese europeo evitò il ricorso al terrore e alla tortura per espandersi, propagandare e proteggere la fede cristiana, cattolica o protestante che fosse. La differenza è che in Giappone i missionari e gli esploratori europei incontrarono pane per i loro denti! Lo stato feudale Tokugawa fu l’unico regime a non cadere sotto la conquista europea. Solo con l’apertura commerciale forzata con gli USA (all’epoca del Commodoro Perry) vi fu un cedimento, con il crollo dello shogunato Tokugawa, tuttavia compensato dalla manovra di autoadeguamento forzato dello Stato nipponico, costretto a evolversi per competere alla pari con le potenze industrializzate e occidentali. Il Giappone aveva imparato la lezione dei colonialisti e aveva capito come muoversi per evitare di essere “mangiato”.

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Non solo, *Silence* ci illustra una banale, naturale e immutabile verità: la forza fa diritto. Il poter imporre ciò che si vuole, o per persuasione o minaccia, fa la differenza. Non una paglia si muove in moto opposto a questo principio. Al di là di ogni consolazione di comodo, come il falso problema della libertà di coscienza individuale, poco cambia se il crocefisso che chiude il film rappresenta la resistenza personale a una costrizione; certamente i cristiani e gli occidentali la vedranno così, ma chi ha qualche dimestichezza con la cultura e l’etica asiatica e giapponese, è la prassi sociale, la condotta collettiva che fa la differenza. I solerti funzionari del film non si curano delle opinioni del singolo contadino, si preoccupano che la facciata sociale tenga e che, pubblicamente, si calpesti pure ogni Cristo in giro e non ci si faccia beccare se se ne hanno in casa; ben poco essi stimano la coscienza del singolo. Loro, i samurai, lo spirito nazionale vince se vince l’apparenza sociale e pubblica. Che trionfa in effetti, dal matrimonio con una donna giapponese e dal mettersi al servizio dello shogunato come ispettori e spie all’essere pubblicamente seppelliti da buddhisti e non da cristiani. Il “far vedere” che si è obbedienti al governo conta molto di più dei singoli tormenti personali. Così il finale si presta a una duplice lettura, la consolante bugia della “resistenza al potere” e – a parer nostro – la pratica realtà del potere che conforma: una sorta di manuale da seguire in caso di conflitto/scontro di civiltà. La lezione? Vince il più forte a imporsi. Prima i Tokugawa con la tortura del pozzo. Poi gli Americani con le bombe. Sempre. Possiamo solo scegliere con chi stare, il resto è paura e sangue.

Furio Detti

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