Editoria&Arte – Tra scantinati e librerie per gli artisti del passato era una questione di Manifesto

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Qualche giorno fa mi sono ritrovato comodamente spiaggiato sul sofà di casa a chiacchierare con Elena del futuro dell’arte. Lei ha alle spalle una laurea in Scienze dei Beni Culturali e davanti a sé l’ottenimento di quella in Storia e Critica dell’Arte mentre io ho alle mie spalle una in Estetica e il costante sbattimento del giornalista. Così ci siamo chiesti: “cosa non funziona nel mondo dell’arte di oggi?”

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Apparentemente la risposta più comoda è: “nessuno compra arte e non ci si può fare nulla” o “il visitatore/compratore è troppo stupido per capire le opere”. Il problema, come al solito, si va a radicare sempre più in profondità rispetto a quanto possa sembrare. Proviamo a fare un salto indetro nel tempo e vediamo cosa, veramente, facevano gli artisti per promuoversi e per arrivare ai propri compratori. E quando parlo di artisti non voglio dire solamente quelli armati di tela e pennello, ma tutti quanti gravitassero nel mondo dell’arte e della cultura come poeti, scrittori, scultori, registi e compagnia cantante e ballante.

Gli artisti del passato recente, ovvero quelli delle avanguardie artistiche del Novecento per non tornare ai grandi Leonardo e Michelangelo che poco condividono con il nostro periodo a livello di diffusione culturale e “vendibilità”, si ritrovavano in café o in scantinati polverosi per fare una cosa che oggi è completamente scomparsa dal panorama artistico: scrivere manifesti.

Esatto, quello che avete letto. Scrivere manifesti che dovevano poi essere pubblicati su riviste o giornali era l’impiego principale di molta parte degli artisti di fine Ottocento ed inizio Novecento. Tutta questa fatica per sistematizzare la  loro idea creativa al solo fine di essere compresi più facilmente e di essere apprezzati meglio dal proprio pubblico.

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Pensiamo a chi del Manifesto ha fatto il proprio manifesto. I Futuristi scrissero manifesti su qualsiasi cosa possibile ed immaginabile. A partire da quello programmatico che venne pubblicato da Le Figaro fino a quello dedicato all’Aerodanza, alla Cucina, alla Poesia, alla Moda e così via. Esistevano quindi dei gruppi di artisti che si riunivano e lavoravano assieme per creare un progetto che fosse comune e comunitario, una visione che dicesse del proprio lavoro molto più di quanto lo facessero le loro opere.

Oggi, al contrario, l’artista si è chiuso nel suo studio, quando non direttamente nel suo scantinato, per creare qualcosa che ha il sapore stantio dell’Io che si ripete di volta in volta. L’arte è relegata ad un esercizio personale che poco ha a che fare con la partecipazione comune di un progetto, di una visione.

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Così ci si ritrova con un pubblico che resta attonito di fronte a lavori incomprensibili ed a compratori che sempre meno vorranno avvicinarsi a poesie, dipinti, sculture e così via perché si sentiranno stupidi nei confronti di quanto prodotto dall’artista in questione.

Non smetterò mai di credere nel potere della condivisione così come in quello dello studio per poter ottenere un grande prodotto artistico e culturale che valga seriamente la pena di essere preso in considerazione. Tra questi prodotti mi permetto di aggiungere anche il Manifesto artistico programmatico di una particolare disciplina o di un movimento – che RAMINGO! ha avuto l’onore di ospitare firmati da Giuseppe Rossi ed Asa Boxer e che speriamo di poter ospitare anche di altri artisti.

E la cosa peggiore che un artista possa fare, commentando anche gli ultimi fatti di cronaca letteraria italiana, è il pensare che il proprio collega sia un Nemico da battere in qualsiasi modo. L’arte non è fatta da cani da corsa o da combattimento, è fatta da persone che cercano, nel loro piccolo, di rendere questo posto un luogo migliore dove vivere.

Mendes Biondo

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