“Made in the Sixties” – Combattere la malinconia degli anni sessanta con il blues travolgente di Mike Sponza

Cover_Made in the Sixties_b

Mike Sponza è uno dei bluesman italiani che maggiormente ha la sperimentazione nel sangue. Da oramai vent’anni gira l’Europa e l’Italia portando una miscellanea che fonde insieme il blues tradizionale con il soul ed il rock’n’roll. Da poco è uscito il suo ultimo disco intitolato Made in the sixties che ripercorre la storia di tutto il decennio con canzoni scritte in collaborazione con Pete Brown. Un progetto che ci ha incuriositi e, per questo motivo, siamo andati ad intervistare Mike per saperne di più…

Storia, politica, società e costume, tutto questo in un unico album. Come mai questo richiamo verso gli anni sessanta? Credi ci sia una voglia di tornare “indietro” a livello culturale, andando avanti con le tecnologie?

Non credo che ci sia una tendenza generale in questo senso, però sicuramente alcuni aspetti di quel periodo non sono mai passati di moda e testimoniano come sia stata una decade ricca di “instant classics” in tutti i campi dell’espressione umana. Alcuni di noi cercano di rivivere quelle sensazioni, forse a causa del vuoto spinto che la quotidianità propone in questi anni: allora ci si ispira a quella musica o a quei film, si recuperano elementi della moda e del design, ad esempio.

Il tuo è un blues molto orchestrale che, come è stato detto anche in altre interviste, ricorda le sonorità piene e ricche degli anni ottanta. Raccontaci un po’ delle scelte che hai fatto per ottenere questo disco “made in the ‘60”…

Già il fatto di evitare qualsiasi aiuto digitale, porta il suono verso atmosfere organiche e tangibili. Negli anni 80 non ascoltavo molto il pop del periodo, ero già un invasato del blues – però evidentemente quel suono è entrato nel mio DNA artistico.. c’erano molte cose di altissimo livello nella pop music degli eighties.

MIKE SPONZA_Foto di Matteo Prodan b

Sei italiano e lavori spesso con Stati Uniti e Gran Bretagna. Tra i tuoi ultimi dischi c’è un tributo alla latinità intitolato Ergo Sum. Qual è la risposta da parte degli anglosassoni per questa scelta “latineggiante” e che rapporto hai con la lingua inglese?

In Gran Bretagna e USA la risposta è stata travolgente – forse perché è un concept un po’ “esotico”, e la lingua latina viene riconosciuta come un plus culturale da quelle parti (mentre in Italia si tende a classificarla come una lingua morta…). Ho ricevuto delle bellissime email di apprezzamento dall’Università di Harvard e dalla Duke University. Una bella gratificazione per uno che aveva il 6 al liceo.

MIKE SPONZA_Foto di Matteo Prodan 2 b

Secondo te, nel panorama musicale italiano c’è ancora spazio per chi non ha l’X Factor ma ama “smanettare” con la musica creando alternative di qualità? E in quello internazionale?

Da quando esiste la musica ci sono sempre stati i fuoriclasse, i “one-hit wonder”, quelli che hanno costruito una carriera solida con gli anni, i mestieranti, i marchettari…L’importante è che questa ossessione onanistica degli ultimi anni per la ricerca di un “X-Factor” non diventi una scusa per continuare a usare giovani come carne da cannone dell’industria televisiva e discografica. Per quanto mi riguarda “fare musica” è un’altra cosa.

La copertina di Made in the Sixties ha una grande protagonista: una Porsche gialla che ha alle proprie spalle una storia. Ti andrebbe di raccontarci qualcosa di questa automobile?

Ad una certa età capita di voler avere intorno a sé degli oggetti della propria infanzia, ai quali da bambino non potevi accedere… Ho cercato per anni quella macchina, l’ho trovata per caso, sbagliando strada, in un’officina vicino a Trieste. Era appena arrivata per una riparazione, ho fatto la pazzia. È del 1967, e la uso ogni giorno come se fosse una vettura moderna. È la mia macchina del tempo.

MIKE SPONZA_Foto di Matteo Prodan 6 b

Sei reduce da diverse date in giro per i vari festival italiani. Che clima si respira, musicalmente e umanamente parlando, in Italia e nel resto del mondo?

“Reduce” è una parola che si associa alla guerra. E credimi, non c’è niente di più lontano dalla guerra che suonare la propria musica per un pubblico con una band di amici. Il clima che si respira ai miei concerti è di gran relax e voglia di divertirsi. Il mio obiettivo è di far star bene il pubblico, e di vedere i sorrisi in platea.

Per te questo disco che significato ha? Cosa vedi nel tuo futuro musicale?

È sicuramente un punto di svolta, dopo i tanti album che hanno avuto nel blues un filo logico costante. Ho voluto fare qualcosa di diverso, attingendo a tutta la musica che ho ascoltato nella mia vita: sicuramente ho aperto delle nuove finestre per il mio prossimo album, sul quale sto già lavorando. La collaborazione con un autore come Pete Brown è stata un momento importante ed un punto di partenza per nuove cose.

Mendes Biondo

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