Pasticcio Speziato dell’Amante Cinese

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Tempo di preparazione: ca 40 minuti, compresa cottura del riso
Tempo di cottura: 20 minuti (in forno)

Ingredienti per due persone

100 g di riso venere nero
200 g di riso arborio
1 cipolla rossa
2 zucchine
1 carota
2 cucchiaini di curry
1 pezzetto di zenzero fresco
1 panetto di tofu al naturale o formaggio vegan
olio extravergine d’oliva
1 cucchiaino di sale integrale
pepe nero a piacere
lievito alimentare q.b.
pangrattato q.b.

Preparazione

Non so voi, ma io quando invento un nuovo piatto penso spesso di trovarmi nella cucina di Masterchef, con gli occhi dei giudici sempre puntati addosso. Ne sento le incitazioni e intuisco i loro possibili commenti. Ora, immaginando di avere lo chef Barbieri alle calcagna che ci ricorda di disporre di soli sessanta minuti per la preparazione, dovremo cominciare subito a lessare il riso venere, che ha bisogno di 35 minuti per una cottura al dente. Nel frattempo metteremo a cuocere separatamente il riso arborio per il tempo indicato sulla confezione, aggiungendo nell’acqua di cottura un cucchiaino di sale grosso integrale. Fatto questo, dovremmo avere tutto il tempo necessario a dedicarci alle verdure: cipolla rossa, carota e zucchine devono essere tagliate a pezzettoni piuttosto grossolani e messe ad appassire in una padella di ceramica con un cucchiaio d’olio e un filo d’acqua calda. A poco più di metà strada del nostro Invention Test dovremmo avere entrambe le tipologie di riso già lessate, scolate e passate sotto l’acqua fredda per fermarne la cottura. Inoltre, le verdure dovrebbero risultare già morbide (ma non troppo) così che possiamo aggiungervi lo zenzero grattugiato, il pepe e il curry nelle quantità indicate. Avremo anche previamente acceso il forno a 200 gradi e, presa una teglia rotonda, meglio se con la cerniera, l’avremo unta e cosparsa di pangrattato (io uso quello di mais). A questo punto possiamo mescolare i due tipi di riso alle verdure e con l’insieme andremo a comporre un primo strato sul fondo della teglia. Aggiungiamo il tofu tagliato a pezzettoni e concludiamo con il secondo e ultimo strato, sulla cui sommità spargeremo una grattugiata di lievito alimentare e poi dell’altro pangrattato, necessario a formare la crosta. Inforniamo per i restanti venti minuti della prova, prepariamo un letto di lattuga cosparso di bacche di goji e semi di girasole, e gongoliamo in attesa di una sicura vittoria.

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Nel 1984 Marguerite Duras ha scritto un libro e sette anni dopo lo ha riscritto. La storia è la stessa, solo la narrazione cambia. Nella prima versione del libro, L’amante, la Duras racconta la sua adolescenza nell’Indocina francese sul finire degli anni Venti con calore autobiografico; nella seconda, L’amante della Cina del Nord, lo stile diventa quello di una sceneggiatura cinematografica (proprio in quell’anno usciva il film di Jean-Jacques Annaud, basato però perlopiù sulla prima versione). Il motivo di questa scelta singolare è spiegato dalla stessa autrice: poco dopo la pubblicazione de L’amante, l’uomo senza nome conosciuto nei libri solo come il Cinese (l’amante del titolo, appunto), venne a mancare.

«Non avevo mai immaginato che il Cinese sarebbe morto, e con lui il suo corpo, la sua pelle, il suo sesso, le sue mani.» – Introduzione a L’Amante della Cina del Nord.

Come ogni scrittrice (per gli scrittori maschi la questione è un po’ diversa), Marguerite Duras sente il bisogno di ricreare, attraverso la propria opera, quegli aspetti di se stessa che la vita le ha sottratto. Comparsa in natura per dare la vita, una donna sente di essere chiamata proprio a questo: impedire a ciò che conta di morire veramente.

Non è tanto l’amante, la persona fisica, a dover essere immortale, ma l’autenticità del sentimento che ha unito a lui la ragazzina bianca, così lontana nel mondo materiale quanto vicina nel medesimo sentire. Sul finire dei suoi giorni la Duras deve essersi come sentita in dovere di riscattare quell’antico sentimento, rimasto sempre un po’ sordo nella prima versione, soffocato dalle grida di una tragedia familiare. Se ne L’amante l’autrice voleva forse convincerci (e convincersi) di avere intrapreso quella relazione spinta unicamente dalla propria condizione di miseria e dalla tentazione di prostituirsi per soldi, la seconda versione del romanzo getta invece una luce inequivocabile e violenta sull’improvvisa fioritura di un desiderio innarrestabile, come le piene del Mekong, e che, impossibilitato a riversarsi sull’oggetto dell’amore, finisce col travolgere un po’ quello che gli pare.

Una versione culinaria di questa intricata vicenda letteraria non poteva che prevedere il riso come ingrediente principale. Per l’ambientazione che le fa da sfondo, prima di tutto. Poiché scrive la stessa Duras: «Dagli otto ai diciassette anni ho visto, vicino a Vinh-Long, il sole tramontare fra le risaie.» Rientrata in Francia in seguito agli eventi che, tra le altre cose, portarono alla rottura della relazione col Cinese, non si sarebbe mai abituata ai sapori occidentali.

Ho scelto un pasticcio, a indicare che la prima cottura, in padella, non è sufficiente per cogliere l’essenza della storia: si dovrà cuocere tutto di nuovo, nel forno, tenendo presente che il giorno seguente, dopo avere riscaldato la pietanza, il gusto complessivo sarà ancora un po’ diverso.

In questa ricetta due diverse tipologie di riso si mescolano tra loro: il riso venere, dal colore scuro, e quello arborio, che invece è bianco, simboleggiano l’unione degli amanti, appartenenti a razze diverse e destinati a trattamenti differenti, per quanto uniti dalla stessa materia di fondo. Nel mescolare i due tipi di riso tra loro si scoprirà che uno ha la tendenza a prevalere sull’altro: se sia colei che narra la storia o colui senza il quale non ci sarebbe niente da narrare è decisione che spetta prendere al palato individuale.

Infine, il sapore esotico, pieno, caldo e leggermente piccante conferito dalle spezie vi porterà in un luogo dove i tramonti non sono mai nascosti dai tetti dei palazzi o dalle cime dei monti, dove tutto, perfino quelle cose di cui non si può parlare, si svolge impudico alla luce del sole. Soltanto i sentimenti rimangono oscuri.