Pizza di farro “Middlesex” alle due farine

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Tempo di preparazione: 3-4 ore
Tempo di cottura: 20 minuti

Ingredienti per due persone

Impasto

150 g di farina di farro (tipo 1050 -> vedi link: https://dieberlinerinnen.wordpress.com/2014/05/17/le-farine-a-berlino/)
150 g di farina di farro integrale
1 pizzico di sale integrale
1 cucchiaino di zucchero di canna
¾ bustina di lievito di birra in polvere
100 ml d’acqua del rubinetto
60 ml di latte di soia
10 ml di olio extravergine d’oliva

Farcitura

due mestoli di passata di pomodoro biologica
formaggio vegan a piacere
1 peperone giallo
1 peperone rosso
1 cucchiaio di olive kalamata
1 cipolla di Tropea
peperoncino in fiocchi
olio piccante
origano

Preparazione

In una ciotola capiente versare le farine, il sale, lo zucchero e il lievito di birra. Mescolare bene usando una frusta o una forchetta. A parte unire l’acqua, il latte e l’olio e versare piano il composto così formato al centro della ciotola, iniziando ad amalgamare il tutto con la punta delle dita. Impastare bene con le mani fino a ottenere una palla compatta, liscia e poco appiccicosa (all’occorrenza è possibile aggiungere un altro po’ di acqua o di farina). Lasciare l’impasto nella ciotola, coperto con un canovaccio, per almeno un paio d’ore.
Quando sarà ben lievitato, dividere l’impasto in due palle di uguali dimensioni, adagiarle ciascuna su una teglia rotonda coperta di carta da forno e stendere la pasta partendo dal centro. Coprire di nuovo e lasciar lievitare per un’altra ora circa.
Accendere il forno a 200/220 gradi. Coprire la pasta con un mestolo di passata di pomodoro, aggiungere un filo di olio piccante, una spolverata di origano e di peperoncino in fiocchi e sistemare il tutto nel forno già caldo. A metà cottura, cioè dopo circa dieci minuti, estrarre rapidamente dal forno e aggiungere tutti gli altri ingredienti, cominciando col formaggio vegan. Servire accompagnata da una buona birra greca ghiacciata.

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Jeffrey Eugenides è uno scrittore statunitense che in sé accoglie e riunisce l’eredità genetica e culturale di greci, inglesi e irlandesi. Della sua vita privata si conosce ben poco ma è lecito supporre che abbia attinto ai racconti dei nonni paterni per plasmare le immaginifiche vicende di due immigrati greci approdati in America all’inizio degli anni Venti, per sfuggire alla guerra contro i turchi – la quale avrebbe alterato la struttura e la morfologia di un intero paese e, non secondariamente, quella di un gruppo di esseri umani.
La fuga di salvezza e d’amore dei due fratelli-sposi Eleutherios e Desdemona è infatti la vicenda che mette in moto Middlesex, una storia di “geni impazziti” e di attrazioni che ricadono ogni volta su se stesse, iniziata in un paesino dell’Asia minore dove non c’era molta scelta di chi innamorarsi, proseguita nell’alienante Detroit di Henry Ford e infine destinata a culminare nella figura di Calliope Stephanides, nata femmina nel 1960 e riscopertasi uomo nel 1974.
Nella sua condizione di pseudoermafrodita Calliope sembra incarnare la sublimazione del tentativo inconscio di fondere i due aspetti maschile e femminile del medesimo sangue perpetrato dalla sua famiglia per ben due generazioni, forse nel disperato tentativo di mantenersi aggrappati a un’identità sempre più fragile e globalizzata.
E proprio la lotta per la liberazione della propria identità spinge Calliope, ormai divenuta Cal, a fuggire di casa per potere essere ciò che in realtà è sempre stato, attraverso numerose insidie, incomprensioni e solitudini, verso un amore giapponese in Europa.
Si tratta di un romanzo che dev’essere lasciato “lievitare”, come una buona pasta per la pizza. Per via del numero di pagine, che si aggira attorno a seicento, qualcuno lo ha definito “il classico mattone letterario” – e in effetti occorre armarsi di pazienza, preparare la base fin dal primo pomeriggio e poi sedersi ad aspettare, lasciarsi affascinare dal suo svolgimento naturale, prima che arrivi il momento di metterlo nel forno e procedere rapidi verso il finale. Le due nature di Calliope sono come due farine che si incontrano e armonizzano nell’impasto ancora crudo, ma poi, in fase di cottura, il gusto di quella integrale è destinato a prevalere.
Questa pizza vegana mi è parsa una trasposizione perfetta di Calliope Stephanides in cucina. Perché tutti noi conosciamo la pizza come una ricetta italiana, indissolubilmente legata a un complemento di mozzarella filante. Ma cosa accadrebbe se lei si sentisse diversa?