Schiacciata con l’uva della Riviera Francese

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Tempo di preparazione: 2-3 ore
Tempo di cottura: 45 minuti

Ingredienti

Impasto
200 g farina di farro (tipo 1050 -> vedi link: https://dieberlinerinnen.wordpress.com/2014/05/17/le-farine-a-berlino/)
200 g farina di farro integrale
1 bustina lievito di birra
2 cucchiai zucchero di canna
120 ml acqua
70 ml latte di soia
10 ml olio extravergine di oliva

Farcitura
2 bei grappoli di uva rosata
8 – 10 cucchiai zucchero di canna
olio extravergine di oliva q.b.
50 g noci

Preparazione
Mescolare le farine con lo zucchero, un pizzico di sale integrale e il lievito. Aggiungere i liquidi mescolati insieme (acqua, olio e latte di soia) e impastare bene formando una palla liscia e poco appiccicosa, da lasciar riposare a temperatura ambiente e coperta da uno straccio per almeno un paio d’ore, finché il volume non sarà raddoppiato.
Dividere l’impasto in due parti uguali. Stenderne una parte su una teglia coperta di carta da forno, spennellare di olio e spolverizzare con lo zucchero, poi fare un primo strato con gli acini d’uva. Aggiungere tutte le noci (non consiglio di metterle sulla sommità della torta, cioè sul secondo strato, perché si brucerebbero). Stendere anche l’altra parte dell’impasto e adagiarlo sopra al primo, facendo aderire bene i bordi. Spennellare nuovamente di olio, spolverizzare di zucchero e decorare con gli acini rimasti. Infornare a 200 gradi per circa 45 minuti.

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Francis Scott Fitzgerald, ovvero: l’ultimo dei romantici. Impossibile non accostare i suoi scritti a qualcosa di pastoso e inebriante. Tuttavia, per quanto zucchero si aggiunga, niente riesce a cancellare l’impressione che la materia prima non sia concepita per essere dolce. C’è una croccantezza di fondo che chiede al lettore di venire masticata, e con cura; pena un’infelice digestione.

In Tenera è la notte, il suo romanzo più famoso dopo Il grande Gatsby, Fitzgerald conclude idealmente la rovinosa parabola tracciata dalla sua vita matrimoniale con Zelda, la musa, l’eroina, l’archetipo dominante della sua vita e della sua arte. È un romanzo di rivelazioni scomode e di tradimenti, primo tra tutti il tradimento di Scott nei confronti dell’intimità di Zelda, nei meandri della cui malattia mentale non si fa scrupolo di condurci. D’altra parte, l’intera vicenda non sarebbe mai stata ordita se Zelda non avesse tradito a sua volta Scott, alleviando le inevitabili frustrazioni del suo narcisismo con la passione per un aviatore francese che da quel momento in poi (almeno stando a ciò che ne dirà Ernest Hemingway) diventerà il demone nel cui spirito lo scrittore si affogherà di nuovo a ogni bicchiere.

E i bicchieri non mancano mai, e sono sempre colmi, nell’atrio di quella magnifica villa sul mare a St. Juan les Pins che oggi è un albergo ma che un tempo era l’incredibile dimora francese dei Diver, alter ego dei Fitzgerald, e dove si svolgevano feste per tutta la notte – bicchieri colmi di sospetto, di paura, di vergogna, e, in ultima istanza, del vuoto che verrà a divorarsi ogni cosa.

Quando penso a Scott e Zelda tra quelle mura da sogno che furono un incubo me li figuro sempre con un calice di vino tra le mani. Quel vino rosato che è tipico della Riviera francese e il cui sapore non è mai troppo dolce, seppur lontanissimo dal volgere all’amaro. Un vino leggero, che si lascia prosciugare con la fretta un po’ insicura di chi teme di essere colto in flagrante, e un po’ lo spera, e che si dissolve nell’aria per poi ricomparire nella luce balbettante del mattino, pronto a presentarti il conto, e con tanto di interessi.

Tutto questo per un romanzo intessuto di poesia e di psicoanalisi, due modi di guardare alla vita che fanno letteralmente a cazzotti, eppure trovano all’interno della storia un meraviglioso equilibrio, a dispetto di tutti i personaggi che l’affollano, come acini d’uva che si girano attorno, e incapaci di incontrarsi veramente.