Antonella Lolli

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Nata a Benevento il 3/11/1988 vive a Cassino (FR).

Ha vissuto a Padova, città paterna per dieci anni, sino al trasferimento ad Adelaide nel Sud dell’Australia, avvenuto nel 1998 e durato circa cinque mesi. Nel 2000, mi si trasferisce, con la famiglia, a Ferentino (FR), dove consegue la maturità presso il Liceo Classico Martino Filetico, nell’anno accademico 2006/2007.

Sin da piccola nutre la passione per la scrittura: a diciassette anni, partecipa al concorso letterario “8 Marzo”, tenutosi al Liceo Classico Tulliano di Arpino, aggiudicandosi il primo posto.

Durante l’anno accademico 2008/2009, dopo il trasferimento insieme alla mia famiglia a Cassino, si iscrive al corso triennale in Lettere moderne, presso l’Università della città, laureandosi nel Novembre 2011 riportando una votazione pari a 106/110. Nello stesso anno, si iscrive al Corso di Laurea Magistrale in Italianistica, presso l’Università degli Studi di Roma Tre, conseguendo la laurea nell’anno accademico 2013/2014, con la votazione di 110/110.

“Scrivere, per me, è un corpo a corpo con la vita; è la mia terapia, la mia gioia, ma anche il mio dolore.” (A. Lolli)

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Un grappolo di istanti eterni

Vuotaggine mentale. Dopo aver ricordato il passato legato a quell’uomo, non riesce più a pensare a nulla. Sente solo un grande istinto: quello di mettergli le mani addosso. Flavio gli si avvicina, piano.
– Walter, come stai?
Gli tende la mano, ma lui è impietrito e indietreggia, come se ad avvicinarsi sia stato un enorme e inquietante insetto nero, con i peli unti e maleodoranti.
– Dimmi solo che ci fai qui e cosa vuoi da mia madre.
Ilaria si è alzata dal divano e ha raggiunto il figlio, con aria preoccupata e affranta.
– Ti prego, Walter. È tuo padre, calmati.
Le parole della madre contribuiscono a farlo innervosire: quella comprensione, quel modo di fare, quella pietà verso chi le ha rovinato la vita sono come coltellate improvvise: non può sopportarle.
– Mamma, stai zitta per favore, non t’intromettere. È una questione tra me e lui.
Flavio si gratta la testa, socchiudendo gli occhi.
– Potresti rivolgerti in un altro modo, almeno a tua madre.
– Oh, senti da che pulpito viene la predica. E tu? Che in questi anni te ne sei fregato di lei, di noi? Tu credi di aver avuto rispetto per mia madre? È stata tra queste quattro mura, ha avuto deliri, crisi, ha preso psicofarmaci e tu? Sei mai venuto? Dì un po’!
Già: Flavio, una sera di dieci anni fa, ha abbandonato la sua famiglia per rincorrere il suo sogno di passione, con una tizia di quindic’anni più giovane di lui. Ora non riesce a parlare, davanti agli occhi grandi e scuri di suo figlio.
Senza dire una parola, Walter esce di casa e sbatte la porta. Entra in auto, accende il quadro, abbassa il freno a mano, ingrana la prima e parte, sgommando senza accorgersene.
Cos’è che gli dà veramente fastidio? Che lui sia piombato lì, con quella faccia serena, come se nulla fosse successo, o che pretenda sfacciatamente di entrare nella sua vita, con parole o atteggiamenti fastidiosi e vani? Mentre guida, Walter pensa che, probabilmente, gli facciano salire il sangue al cervello entrambe le cose. Non riesce e non può perdonare un uomo del genere. Ha rovinato l’esistenza di sua madre e, di conseguenza, anche la sua e quella dei suoi fratelli. Accende lo stereo e poi lo spegne, infastidito da Max Gazzé che, con il suo ultimo singolo, Sotto casa, gli ha fatto venire la nausea: una di quelle canzoni che le radio trasmettono insistentemente, fino a fartele detestare. Guida senza meta, superando i limiti. La velocità lo ha sempre aiutato a calmarsi, a ritrovare una sintonia tra le cose, a distendere i suoi pensieri in un ordine deciso e capito solo da lui. Ma oggi, nemmeno la velocità gli è amica. Sta percorrendo una di quelle strane stradine di campagna, suggestive e poco illuminate, in cui, con il finestrino un po’ abbassato, si sente solo il rumore delle foglie degli alberi, quasi secche e mosse dal vento e un penetrante odore di terriccio bagnato. Improvvisamente, vede qualcosa in fondo alla strada, che non sa ben definire. Sgrana gli occhi spaventato e frena di colpo, mentre sente il lungo sibilo degli pneumatici sull’asfalto umido.
– Cazzo!
Stava per ammazzare un cane. Non appena il cucciolo si getta velocemente attraverso la siepe della villetta lì accanto, Walter sospira, sollevato. Riparte, ma continua a non rispettare i limiti di velocità. È sicuro che, se avesse investito quella povera bestiola, ne avrebbe data la colpa a Flavio, a questo pensiero che lo perseguita, incessantemente. Abbassa di più il finestrino, prende una sigaretta direttamente con le labbra dal pacchetto poggiato proprio accanto al freno a mano e, con la stessa mano, afferra l’accendino. Ha bisogno di calmare i nervi. Abbassa un altro po’ il finestrino e, alla sua sinistra, nell’oscurità della sera, nota un bellissimo vigneto. Gli viene in mente quella domenica di tanti anni fa, quando erano andati tutti insieme in un agriturismo fuori città. Walter e i suoi fratelli erano felici. Sua madre aveva quella strana luce negli occhi nocciola, che brillavano come una costosissima carta di Natale. E Flavio era il loro eroe. Eroe per tre volte, cavaliere per una. Già, era il cavaliere di sua madre e l’eroe dei suoi tre figli. Beveva il vino buono del proprietario dell’agriturismo, suo padre. Portava il calice in alto, sorridendo tra le vigne. Ne dava un po’ anche a loro tre, ma solo un dito, perché erano piccoli. Si passa una mano tra i capelli mossi e un po’ lunghi e tira su con il naso, innervosito perché gli occhi gli si sono appannati di lacrime. Perché Flavio Morini aveva voluto rovinare tutto? Perché aveva gettato sua madre nel buio di una disperazione atroce? Perché aveva permesso che i suoi figli crescessero senza un padre? Perché ora è tornato? Quattro domande vagano per i meandri della sua mente confusa. Walter guida, preme sempre più il piede sull’acceleratore e, socchiudendo gli occhi, respira l’aria di fine ottobre: un po’ pungente, un po’ umida, un po’ triste. Un’aria terribilmente infelice.
– Domani, col sole, vedrò tutto in modo diverso.
Da qualche parte aveva letto che di notte, la tristezza che proviamo diventa più acuta. Già, forse è l’oscurità che ci porta ad essere così maledettamente depressi, che ci porta a vedere le cose sotto una luce che non c’è. Che debole, l’uomo. Temerario col sole, vile con la luna. Ma Walter crede che la luce del sole, negli ultimi diec’anni, non ci sia mai stata. Se l’è portata Flavio con sé.
È un attimo: un grappolo di secondi, istanti eterni, in cui hai il cuore in gola e pensi che quei battiti stiano per cessare per sempre. Una lunghissima suonata di clacson. Un rumore sordo e allo stesso tempo forte invade i timpani di Walter. Mentre tiene premuto il palmo della mano sul clacson, il rumore del sibilo degli pneumatici gli entra nel cervello, come una brutta canzone. Un’auto ad una velocità inaudita, poco prima della curva successiva, sul senso di marcia opposto, ha urtato la Yaris di Walter con violenza. Lui ha serrato gli occhi con forza, con tutta quella che ha. Una maledetta Punto bianca gli è andata addosso. Una maledetta Punto bianca non è rimasta sul suo senso di marcia. La Yaris ha inchiodato sul muro. Walter non ha tempo di pensare all’odore che gli sta invadendo le narici, un odore che sa di bruciato, di paura, di morte. Non riesce a parlare, né a respirare. Senza accorgersene, si abbandona e chiude gli occhi.
Walter, domani, non vedrà il sole.

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Lui ci vede il sole.

Guido ha tredic’anni. Cammina con andatura smargiassa e affonda le mani nelle tasche dei suoi jeans anni ’90, chiari e sdruciti. In questa posizione, appare sicuro di sé, imperturbabile, coraggioso. Chissà, però, cosa succede, in quelle tasche. Le dita saranno ben distese e rilassate? Oppure le mani, di tanto in tanto, continuando a stare nascoste, si stringono in pugni stretti, come per sfogare fisicamente, in silenzio, una tensione atroce, un disagio sociale, un’improvvisa voglia d’evadere? Nessuno, all’infuori di Guido, sa cosa stia accadendo in quelle tasche profonde. Non lo saprebbe nemmeno un insetto. Dopo una manciata di minuti, si accorge di provare un lieve dolore ai polsi a causa di quella posizione allora, per non far svanire la sua immagine di ‘uomo spavaldo e terribilmente sicuro di sé’, ne sfila una e la lascia cadere lungo il fianco, mentre l’altra resta in tasca. Raggiunge la piazza centrale del suo piccolo paese, punta una panchina, s’avvicina e vi si siede, con le gambe volutamente allargate, la testa spostata un po’ di lato e un mezzo sorriso. Si guarda intorno e, tristemente, s’accorge di conoscere almeno il settanta percento della gente che gli brulica attorno: l’ingegnere Torrisi, amico di suo nonno; Franco Cuocoli, suo compagno di classe; la signora Maria e… butta fuori l’aria e chiede a se stesso perché nessuno lo saluti. Perché nessuno fa caso a lui? Perché tutti ignorano Guido, come se fosse un albero, un lampione o una panchina?
– Buongiorno, signora Maria.
Agita una mano verso la donna che, con la borsetta sotto l’ascella e un foulard in testa legato sotto il mento, a passo svelto, è in procinto di entrare in chiesa. La signora Maria si gira verso Guido e, con aria assente e indifferente, ricambia il saluto con un debolissimo, quasi impercettibile cenno del capo. Spinge il corpo in avanti, poggia i gomiti sulle ginocchia e si porta la testa tra le mani; nei paesi piccoli, dove ci si conosce tutti, è frequente portare, agli occhi degli altri, un’etichetta per la vita. Un marchio, insomma, che si trasmette a figli, a nipoti, pronipoti. Guido analizza compiutamente i meandri della sua mente: cosa può aver portato il suo paese ad ignorarlo così? Forse puzza? Si porta il naso sotto le ascelle. Niente. Forse ha grandi pezzi di forfora tra i capelli neri? Si tocca la testa, ma sente solo una massa setosa e liscia, sotto i polpastrelli. Forse è la sua faccia, la sua espressione. Forse non si lava spesso i denti e la gente, un giorno, ha notato la chiostra dei denti giallo ocra ed è rimasta traumatizzata. Può essere. In fondo, non ha mai amato lavarsi i denti. Non bastano tredici anni a capire perché la gente non lo consideri? Andiamo: Guido sa che non può essere per i denti. A meno che qualcuno non abbia fatto caso al periodo in cui portava ancora l’apparecchio e, dopo aver mangiato la pizza rossa, gli capitava spesso di avere un campo di pomodori incastrati tra i denti metallici. Alza le spalle e annuisce a se stesso. Ma sì, sarà uno di questi motivi.
– A casa, mi farò una doccia, strofinerò bene i denti e tutto sarà normale.
Si alza dalla panchina più sollevato e sorride. D’un tratto, gli si avvicina Giuseppe, il suo compagno di banco. Gli occhi di Guido sono spalancati ed emanano una luce di euforia, timidezza, incredulità.
– Ciao, Guido.
Rimette le mani in tasca, per sentirsi sicuro.
– Ciao, Giuseppe.
Il compagno sposta il peso del corpo da un piede all’altro, sembra titubante, poi si decide.
– Senti, hai fatto gli esercizi di matematica? Ti sono usciti?
Guido, felice per l’importanza che gli viene data, annuisce e sorride ancora. È sicuro che Giuseppe stia per chiedergli di andare a casa sua, in modo tale che possa imparare da lui il metodo migliore per risolvere quegli esercizi che gli sono sembrati tanto facili; chissà, se faranno presto, potranno fare una partita a pallone, giocare a carte, o…
– Bene. Non è che domani puoi venire a scuola un po’ prima, così me li copio? Quella di matematica sta a prima ora e mi sa che m’interroga.
Uno schiaffo gli avrebbe fatto meno male.
– Sì. Okay.
– Guido! Quante volte ti ho detto che quando esci devi dirlo a me o ai nonni?
In un attimo, l’aria delusa che aveva preso vita sul suo volto scompare e lascia il posto alla gioia. Eccola, la sua giovane mamma. Alta, magra, con la voce arrochita dal fumo, due occhi lucidi e un po’ persi, guarniti da occhiaie di un verde-blu particolare. Eccolo, il suo sostegno, la sua felicità, il suo unico amore. La donna si china davanti a lui e, mentre gli tocca il viso dolcemente, con le mani che le tremano un po’, si scoprono sulle braccia semicoperte dal giubbino di pelle dei tatuaggi colorati, che danno l’idea di festa, di libertà, di allegria.
– Scusa, mamma.
La donna gli sorride. D’un tratto Giuseppe, rimasto lì immobile, cerca di non guardare quel viso. Sa già che, se lo guardasse, stanotte avrebbe gli incubi, com’è accaduto l’ultima volta: le mancano i due canini. I tatuaggi lo intimoriscono. La voce arrochita gli ricorda quella di una strega. E poi i suoi genitori gli hanno detto di evitare quella donna, perché ha avuto dei problemi, un tempo prendeva troppe medicine, fumava quelle sigarette che hanno quell’odore strano e faceva troppe punture sul braccio. E dopo quelle punture dormiva e sognava con gli occhi aperti. Giuseppe si fida dei suoi genitori. Si fida della signora Maria, che ha detto che la mamma di Guido è una forsennata che non va mai in chiesa, a chieder perdono a Dio per aver avuto un figlio senza padre.
– Io me ne devo andare, ciao!
Giuseppe, senza guardare in faccia Guido e sua madre, corre via velocemente.
Guido sospira, un po’ spaesato. Mentre stringe la mano di sua madre e s’incamminano verso casa, ha un moto d’illuminazione. Ma certo: lui non puzza. Non ha la forfora. Forse i denti gialli li ha, sì, ma non si ignora una persona per i suoi denti. Non sa come mai non l’abbia capito prima che il problema, per gli abitanti di quel paese, è il passato di sua madre. La gente, però, deve capire che sua madre non si fa più punture, fuma poche sigarette profumate e non prende più medicine. Perché l’ingegnere Torrisi, la signora Maria e i suoi compagni di classe non fanno caso a quanto sia bello il sorriso della sua mamma?
Continuando a camminare, si stacca da lei, infila le mani in tasca e le stringe in pugni ferrati. Vorrebbe che tutti guardassero senza pregiudizi il viso di sua madre.
Lui ci vede il sole.

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La signora dei sacchetti e dei piccioni.

La ‘Signora dei sacchetti e dei piccioni’ è morta. Non ne conosce il nome, ma la vedeva sempre, quasi ogni giorno. Berretto di lana e giacca anche in piena estate, i capelli argentati e arruffati, il sorriso vago, sereno, sincero. Se ne stava intere mattinate e primi pomeriggi lì, in Piazza L. albergando di panchina in panchina, stringendo tra le dita ruvide quei sacchetti pieni di chissà cosa. Tirava fuori dalle tasche briciole per i suoi piccioni. Aveva l’aria generosa. Sempre una parola da dire a chi le concedeva anche solo due minuti della sua giornata, con la ventiquattrore stretta tra le dita della mano destra e il cellulare nell’altra. Pare che il nipote l’abbia trovata nel suo piccolo giardino di fiori appassiti, a terra, con gli occhi chiari, vitrei e spalancati. In giro, si dice sia stato un shock per i cittadini. Tutti con l’espressione addolorata e le sopracciglia contratte in un’espressione di sbigottimento e dolore.
– Hai sentito? È incredibile, solo la settimana scorsa l’ho vista in piazza, mentre sorrideva a due piccioni che litigavano per una mollica di pane…
In lavanderia, la proprietaria in carne, con i capelli colorati di un rosso fuoco, un trucco pesante e le sopracciglia tatuate, parla ad una cliente della ‘Signora dei sacchetti e dei piccioni’ con una voce talmente strozzata, che sembra rotta dal dolore.
– … Ci ho chiacchierato, sembrava stesse bene. Che ci vogliamo fa, signò? Il Signore ci porta via quando decide lui. Povera vecchietta. Era tanto buona!
Chiara queste cose le ha sentite. E una sensazione di nausea le ha pervaso lo stomaco. Perché quando muore qualcuno, tutti vogliono gridare al mondo che era buono, che gli erano amico, che la sua morte devasta e addolora? La morte è un mistero. Tutti a rendersi protagonisti di questo mistero. Tutti attori del più scadente spettacolo teatrale, solo per apparire, per avere una parte, un qualsiasi ruolo in una vicenda di cui tutti parleranno. Ricorda molto bene la proprietaria della lavanderia. Passava in piazza, con le buste della spesa; quando ‘La signora dei sacchetti e dei piccioni’ le sorrideva, cercava di parlarle e sembrava volesse raccontarle qualcosa, la tipa sbruffava e parlava tra sé e sé, lamentandosi.
– ‘Ste persone pensano che abbiamo tempo per le loro chiacchiere. Ogni volta che passo qui, sempre la stessa storia.
‘La signora dei sacchetti e dei piccioni’ aveva un nome, ma Chiara non lo conosce. Preferisce chiamarla così. C’è chi pensa che, probabilmente, quella signora mancherà solo ai suoi piccioni. In giro, si sente dire che la sua vita era triste e vuota. Ma che ne sa, la gente? Sempre troppo impegnata a parlare di sé stessa, delle sue esperienze, dei suoi problemi; a inventare la vita degli altri. a romanzare l’esistenza passata di chi ora non c’è più. La vita della ‘Signora dei sacchetti e dei piccioni’ era semplice, serena, soddisfacente. Era una vita libera. Lontana dalle piccole schiavitù quotidiane. Lei era pacifica e sapeva godere delle piccole cose di ogni giorno: il rumore e il profumo della pioggia, i fili d’erba che ti solleticano la schiena quando ti ci stendi, i merli in amore, la pigna che maneggi e che ti annerisce le dita, gli eserciti di pratoline che ognuno nota con un sorriso e che ognuno sa che non deve cogliere, anche se ne ha voglia.
C’è chi si cela dietro le proprie oziosità pomeridiane, fregandosene dei rapporti con gli altri, della vita sociale; e c’è, invece, chi vaga per la città, in cerca di amici, conoscenti, in cerca di qualcuno che possa prenderlo per mano e trascinarlo fuori dal temutissimo tunnel della solitudine, dell’indifferenza. Chiara non può sapere a quale categoria la ‘Signora dei sacchetti e dei piccioni’ appartenesse; può solo immaginarlo e, secondo lei, non era in cerca di nessuno. Stava bene con se stessa, sorrideva agli altri, parlava loro non per instaurare un rapporto, ma perché amava la vita, regalava un sorriso, un saluto o una semplice parola e non voleva nulla in cambio.
In Paradiso esiste il pane? Chissà: ora starà continuando a sorridere da una nuvola, lanciando briciole ai piccioni della piazza. Guarderà con pietà la proprietaria della lavanderia, che ora finge di averla conosciuta e averle dato retta. No, ‘La signora dei sacchetti e dei piccioni’ non è arrabbiata con lei. Le fa solo tenerezza.

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Tra baratro e cielo

Le gocce di pioggia colano dal finestrino dell’auto come lacrime. Il tassista, che con una mano si gratta energicamente la nuca scura e con l’altra gira il volante per svoltare a destra, si lamenta del tempaccio, sbruffando. Io non rispondo. Mi limito a distendere le labbra in quello che dovrebbe sembrare un sorriso. Ma so che non lo sembra. So che non lo è.
– Siamo arrivati –
Mi dice il prezzo della corsa, gli do i soldi e scendo, senza salutare. La pioggia mi bagna i capelli e questo mi piace terribilmente. A passo lento, mi avvicino all’entrata. Vorrei ritardare il più possibile l’appuntamento con il dottore, vorrei che fosse stato concordato per domani, dopodomani, un mese. Anzi, vorrei che non fosse mai stato fissato. Mi riparo sotto la tettoia, accanto all’ingresso principale e do un’occhiata all’orologio: sarei dovuta salire già sette minuti fa. Scrollo le spalle e accendo la mia Marlboro light, pensando che qualche minuto di ritardo non abbia mai fatto male a nessuno. Aspiro il fumo come per saziarmene e, straordinariamente, non mi metto a pensare a quello che mi aspetta; mi guardo intorno e il giardinetto di fronte a me, bagnato ma rigoglioso, mi regala un’insolita, forse agognata vitalità. Sorrido. Questa volta, riesco quasi a vedere me stessa dal di fuori: la chiostra dei denti è in piena evidenza, il mio viso è luminoso, raggiante, gli occhi sono limpidi e sembrano tranquilli.
Fingi di sentirti bene, ma sei una fottuta perdente.
Quella voce.
Deglutisco e, in un attimo, non riesco più a vedere il mio sorriso. Sento solo che i miei occhi sono sgranati, come se fossi in una stanza e qualcuno, improvvisamente, avesse spento tutte le luci, lasciandomi in balia del buio più nero.
Grida. Grida, Sirya! So che vuoi farlo. Che muori dalla voglia di gridare.
Mi porto una mano alla testa, come se avessi appena ricevuto una martellata. Getto la sigaretta nemmeno a metà, la strofino con la suola delle ballerine e, respirando compiutamente, entro in ospedale. Spaesata, mi guardo intorno, in cerca della reception; non appena l’ho individuata, mi avvicino.
– Buongiorno. Ho un appuntamento col dottor Liguori. –
La segretaria, capello corto e rosso, mezza età, aria stanca, odiosa e repressa, mi fissa in modo davvero poco professionale, come se si aspettasse qualcosa da me.
– Lei è? –
Oh, certo. Il nome.
– Sirya Misani.-
Controlla al suo computer e, mentre lo fa, l’aria professionale sembra esserle tornata, mentre quella odiosa e repressa non l’ha lasciata un attimo.
– Quarto piano, studio 56 –
Decido di non ringraziarla. Mi volto e premo entrambe le mani sul petto, come se potessi fermare i battiti convulsi del cuore. Una terribile agitazione s’impadronisce del mio respiro, che non riesce a diventare regolare.
– Stanza 56. –
Sono davanti alla porta, che è di quel celeste tipico degli ospedali. Prima di bussare, tento ancora una volta di fare un respiro compiuto. Niente da fare. Do tre colpi a pugno chiuso e un ‘avanti’ lontano e cortese mi spinge ad abbassare la maniglia.

***

Liguori mi accompagna alla porta. Mi stringe la mano sorridendomi e strizzandomi l’occhio.
– Andrà tutto bene, non si preoccupi. –
Mi passo la mano rimasta libera tra i capelli, lottando con me stessa per non eccedere, per non gridare che so benissimo che sia tutto un complotto. Mia madre e Liguori. Mia madre e questo dottorino dal camice bianco e immacolato, dall’aria fottutamente rassicurante.
Mi lascia la mano. Continua a sorridermi.
– A martedì. –
Annuisco, cercando di non incrociare i suoi occhi indagatori, invadenti. La sanno lunga, quegl’occhi lì.
Al piano di sotto, la segretaria è intenta a spalmarsi una buona quantità di rossetto rosso scarlatto: piega le labbra con destrezza, le protende davanti al piccolo specchietto tondo e, dopo uno sguardo compiaciuto rivolto alla sua immagine, resta a fissarmi. Mentre mi sistemo il foulard al collo, la guardo, irritata.
Anche lei lo sa. Tutti sanno che sei una perdente. Tutti sanno che sei pazza. Te l’ha detto anche il dottore. Il dottore che complotta con tua madre. E la segretaria sa di quel complotto. Per questo ti guarda così. Sirya…
Un blocco improvviso al petto m’impedisce di respirare. Snodo il foulard appena sistemato e lo metto in borsa. La hall mi sta stretta. La segretaria continua a fissarmi e vorrei gridarle di lasciarmi in pace, di non attraversarmi con quello sguardo che mi deturpa, che mi violenta. Quel rossetto… quel rossetto troppo vistoso, troppo rosso, che sembra sangue. Improvvisamente, le pareti bianche della hall iniziano a diventare rosse. Sangue ovunque, dello stesso rosso di quel rossetto. Strizzo gli occhi, li chiudo, poi li sgrano.
Sangue.
Ancora quel sangue. Alzo la testa: dalle sette lampade al neon attaccate al soffitto, sgorga una cascata rossa. Mi sposto verso destra per salvarmi e cado addosso a qualcuno.
– Signorina. Si sente bene? –
Deglutisco la saliva in eccesso, mi ricompongo e mi accorgo che i muri sono tornati puliti. Le lampade al neon emanano la loro luce forte e bianca. Fisso quella signora sulla settantina, elegante, apparentemente benestante, fine, con lo sguardo tra l’incredulo e il preoccupato e le perle – sicuramente vere – al collo.
– Scusi. Ho avuto un mancamento. Sto bene. –
La signora sospira e mi sorride, salutandomi con un elegante cenno della testa.
La guardo allontanarsi e noto che tutti mi fissano. Dio. Devo aver attirato l’attenzione cadendo addosso a quella donna.
Vattene. Corri via. Anche camminare sulla corsia di un’autostrada sarebbe meglio che stare qui dentro. Tutti ti guardano, perché tutti sanno chi sei.
Vorrei dire a quella voce di sparire per sempre. Già, tutto è iniziato da qui.

***

Un sibilo di vento. Un fruscio di foglie. Il rumore del mare. E poi quella voce. Sempre la stessa, sempre lo stesso timbro, sempre le stesse parole. La prima volta che l’ho sentita, ero in cucina.
Mia madre preparava una torta e piangeva, perché mio padre se n’era andato con un’altra più giovane, più fresca, più avvenente. Già, gli uomini sono così.
– Se solo tu non l’avessi fatto arrabbiare, se solo ti fossi comportata meglio! Sai quanto teneva alla scuola. Sai quanto sarebbe stato orgoglioso di te, se ti fossi messa a studiare seriamente, senza pensare a festini, discoteche e minigonne! – Continuava a piangere – Se solo fossi stata una figlia diversa, ora sarebbe qui. – In quel momento, pensavo che mia madre fosse terribilmente ingiusta. Avevo la superbia e la ribellione tipiche dei quindicenni. Ricacciai indietro le lacrime e, con la mia faccia tosta, le risposi a tono.
– Adesso sarebbe colpa mia se ti ha lasciato, vero? Dipendeva da me, dal mio andamento scolastico il vostro rapporto di coppia? È così? –
La guardavo fissa negli occhi. In quel momento, provavo odio. Repulsione. Voglia di gridare. Rabbia. Tutto questo mescolato a un dolore lancinante al petto.
– Chi me l’ha fatto fare a metterti al mondo… Gesù! I figli danno solo problemi. Ah, se tornassi indietro! –
Forse non era sua intenzione, ma mia madre mi ferì, quella sera. Le sue parole scavavano nella mia anima facendomi male.
Ucciditi. Esci ora, vai in mezzo alla strada, buttati su un’automobile in corsa. Non servi a nessuno.
Ecco la voce. Mi risuonava nei timpani stordendomi tutta. Era la voce della verità. La voce del dolore. La voce di qualcuno che mi voleva bene, che vedeva la sofferenza prima di me e che cercava di salvaguardarmi, o porre rimedio. Nei secondi immediatamente successivi alla frase di mia madre, io credetti che quella fosse la cosa giusta da fare. Ero come ipnotizzata e sentivo che avrei fatto tutto ciò che la voce mi avesse chiesto. Perché era la voce di un qualcuno che mi voleva bene. Magari era la voce di un angelo. O di Dio.
Avevo accantonato quest’episodio, quella voce, anche perché non l’avevo più sentita. Non sapevo che quello sarebbe stato l’inizio di un calvario.
Col passare degli anni, la mia situazione peggiorò. Se a quindic’anni uscivo anche troppo e mi divertivo, a venti stavo serrata in casa. Non sopportavo nessuno. Ero sicura che tutti quelli che mi circondavano sapessero cosa pensassi, cosa provassi. Mi sentivo viscida e nuda, sotto lo sguardo indagatore della gente. Non scendevo nemmeno più a fare la spesa. Mi sentivo osservata dalla cassiera, dai clienti, da chiunque. Sempre sotto i riflettori, sempre col dito puntato. Ero sicura che i vicini parlassero male di me. Che complottassero qualcosa per farmi del male. Fu questo il periodo in cui ebbi la prima allucinazione visiva. Ero a casa, ancora con mia madre. Stava convincendomi ad uscire, ad accettare l’invito di un’ex compagna di classe, ma io ero irremovibile. All’inizio, cercai di stare calma, poi scoppiai. Che ne sapeva lei, della cattiveria che c’era là fuori? Come poteva minimamente immaginare cosa la gente pensasse di me? Quanta ipocrisia, quanta falsità? Non poteva saperlo, perché lei faceva parte di quel complotto, perché lei era come loro. Mia madre mi guardava con severità mista a compassione. Improvvisamente, vidi migliaia di scarafaggi attraversarle il viso, scendendo giù agli arti, sino a ricoprire tutto il corpo. Strizzai gli occhi e poi li sgranai. Quegli scarafaggi neri erano ancora lì. Corsi verso di lei, tentai di scrollarle di dosso gli orrendi insetti, ma non venivano via. Mia madre mi sembrò un mostro. Gridai. Mi accasciai. Avvicinai il petto alle ginocchia e mi strinsi le gambe, poggiandovi sopra la fronte. Volevo nascondere le mie lacrime. Ma volevo anche nascondere il fatto che io avessi paura. Paura di mia madre. Paura di ciò che vedevo.
Viscida. Tua madre è viscida. È uno scarafaggio.
Stavolta, la voce mi si presentò con un rumore strano, come se si fosse frantumato un vaso di cristallo. Mi fischiavano le orecchie e chiusi gli occhi. Quando mi risvegliai, mi ritrovai a letto, con mia madre vicina, che dormiva con la bocca spalancata. Doveva essere notte fonda.

***

Sono malata.
L’ha detto il dottorino col camice bianco immacolato e con gli occhi indagatori.
Sono gravemente malata.
– Prima te ne fai una ragione e prima guarirai. – Così ha detto Liguori.
Mia madre. Lo scarafaggio gigante e viscido che avevo visto. La scaricatrice di colpe. La donna sola e repressa, che ha riposto tutte le sue energie, tutta la sua vita nelle mani vuote di un uomo che l’ha scaricata, come un’auto da rottamare. È stata lei a contattare il dottorino. Dopo la mia ultima allucinazione, che non sto qui a spiegare, ha fatto una ‘telefonata veloce’ ad un suo conoscente dottore. Mi ha preso un appuntamento. Mia madre fa parte del complotto, ne sono sicura. Sta studiando, insieme agli altri, il modo più veloce – forse indolore, in fondo sono sempre sua figlia – per farmi del male. Il dottor Liguori, che si porta a letto mia madre e che l’abbandonerà, prima mi sorrideva perché sa del complotto. La segretaria mi fissava perché ne fa parte anche lei. E ne fa parte anche la settantenne con cui mi sono scontrata: non è stato un fottuto caso, no. La riccona con le perle al collo è venuta di proposito verso di me, per scrutarmi gli occhi, come il dottorino, come la segretaria. Voleva vedere di che colore fossero gli occhi di una che deve perire inevitabilmente. Voleva vedere se conservassi ancora la luce dell’innocenza. Voleva godere, la vecchia. Godere del mio dolore, della mia fragilità, della mia diversità. Tutti vogliono godere nel vedermi affondare.

***

Sono seduta sulla panchina del giardinetto. Piove ancora. Ho i capelli bagnati appiccicati al viso. Il trucco mi cola dagli occhi e, anche se non mi vedo, so che le mie guance sono attraversate da irregolari strisce nere di mascara.
Dio, quant’è pavida, la gente. La strada dopo il giardinetto è completamente deserta e questo solo perché piove a dirotto. Amo i giorni di pioggia anche per questo. Io e la panchina. Io e il cielo d’acciaio. Io e la pioggia che mi lava, che mi purifica.
Io e quella voce.
Ecco, ora sono etichettata come ‘malata’. Ma so che non è vero. So bene di non esserlo. Vogliono convincermi che io sia pazza, tutti. Liguori per primo, dato che si porta a letto mia madre e sa che io non approvo.

Schizofrenia paranoide. Così l’ha chiamata il dottorino.

***

Un germoglio. Mi sento così. Una neonata già adulta.
Sono passati cinque anni e mezzo da quel giorno di pioggia, dalla panchina, dal camice di Liguori, da quel giardino bagnato ma rigoglioso. In questo tempo, ho cercato di curarmi, senza riserve. Con l’aiuto di Liguori, ho preso il controllo della mia condizione. Ma non è solo grazie al dottorino; da qualche anno, è arrivato Luca ed è fantastico. È la mia roccia ed io sono l’onda irruenta che sbatte contro di essa. Luca mi sostiene. Non mi giudica. Mi aiuta a non farmi del male. Fa sì che i miei petali non appassiscano troppo in fretta. A volte ci riesce, altre no. Ci sono giorni bui e tristi. Giorni in cui quella voce mi parla, m’insulta, mi incita a fare cose oscene. Poi ci sono giorni di sole. Giorni in cui sono felice quando cammino sull’erba, quando mi chino, accarezzo una pratolina e resisto alla tentazione di coglierla, permettendo ad essa di vivere la sua breve vita, di lacrimare brina all’alba, di farsi solleticare dalle zampette di un’ape laboriosa. In questi giorni, sono felice senza un perché. O forse il motivo esiste: sono viva. Posso svegliarmi ogni giorno, pensare una cosa e farla. Posso prendermi cura del mio corpo, senza avere allucinazioni; della mia mente, senza pensare che ci siano complotti in corso contro di me; del mio cuore, senza aver paura di soffrire.
Passeggio per la stanza, infilo le mani nelle tasche dei pantaloni, guardo le mie ballerine bianche e mi viene in mente il camice del dottore, dello stesso colore. E pensare che, qualche tempo fa, ero convinta che mia madre avesse una storia con Liguori, che loro due, insieme, stessero complottando per farmi sprofondare, coinvolgendo la segretaria, la signora elegante, tutti. Scuoto la testa, mentre le mie labbra si distendono in un sorriso triste. A volte, mi chiedo come sia arrivata a questo. Mi chiedo perché la mia mente abbia intrapreso la strada misteriosa, tortuosa e oscura della schizofrenia. Mi dico che sia ingiusto che la mia giovane vita sia macchiata da tutto questo. I miei anni migliori saranno sempre legati alle allucinazioni, alle voci, alle paure. Liguori mi disse che tutto risiede nei traumi infantili che ho avuto, nella mia fragilità. Il dottore è lui e credo che, tutto sommato, ci sia un fondo di verità, in ciò che ha detto.
Mi getto sul letto. La posizione supina è quella che preferisco: guardo il soffitto che sembra lontano da me, ma poi mi accorgo che non lo sia poi così tanto. Così come non è mai stata distante da me la voglia di lottare per guarire. Niente è lontano da noi, se lo vogliamo.
Sospiro. Mi porto una mano alla fronte e accarezzo i capelli. Scendo più giù, passo per il collo, sino ad arrivare alla pancia. Alzo la maglietta e mi accarezzo il ventre, dolcemente.
– Piccola, che fai qui? Non mi hai sentito rientrare? –
Alzo il busto di scatto, spaventata. Incredibile come i pensieri possano impossessarsi di qualcuno, sino a fargli perdere la cognizione della realtà. Luca mi sorride serafico e avanza verso di me, con le mani affondate nei suoi soliti jeans chiari.
– No, non ti ho sentito. Stavo pensando. –
Si siede al bordo del letto. Dio, cosa darei per far sì che il suo sorriso resti sempre così luminoso e rassicurante. Se potessi, lo berrei, per averlo sempre dentro di me.
– A cosa? –
Tremo all’idea di parlargli. Non posso sapere come reagirà. Basterebbe anche un suo sguardo a deturparmi l’anima, a farmi sprofondare nell’abisso più oscuro dell’universo. Non rispondo. Con una mano, prendo una ciocca a caso dei miei capelli e abbasso la testa, come se dovessi esaminarla scientificamente.
– Ehi… –
Quando lo guardo, noto che il suo volto si è appassito, come un fiore con i petali chiusi. Cerco di rassicurarlo con gli occhi, ma so che il mio sorriso non è autentico e odora di paura.
– Luca, io… –
La mia mano è ancora sotto la maglia, come qualche minuto fa, prima che arrivasse lui. Non l’ho spostata di un millimetro ed ora, a contatto con la mia pelle, inizia a sudare.
– Aspetto un bambino –
Ci sono cose che rimarranno dentro di noi per tutta la vita. Sono sicura che ricorderò per sempre gli occhi di Luca, dopo questa frase: spalancati, increduli, timidi, euforici, felici, smaniosi. E tutte queste emozioni hanno attraversato i suoi grandi occhi scuri in un secondo. Mi fissa con la stessa espressione di pochi istanti fa.
– Dimmi che sei sicura. Dimmelo –
Mi prende le mani e me le stringe forte, quasi senza accorgersene.
– Sono sicura. Ho un ritardo di dieci giorni e… stamattina ho fatto il test. Prima di dirtelo, volevo esserne sicura, magari avrei dovuto… Luca, sei felice? Cosa ne pensi, io… io non so se sei felice, se lo vuoi, questo bambino… io non so se tu … –
Mi bacia all’improvviso, mentre nelle nostre bocche si diffonde un sapore innocente, timido, salato: il sapore delle lacrime.
– Oh, Sirya… oggi è il giorno più bello della mia vita –
Le mie lacrime continuano a scendere. Lacrime di gioia, di entusiasmo, di eccitazione. Lacrime di futura, giovane mamma, che vengono dissolte dai pollici di Luca, che mi tiene il viso tra le mani.
– Non potevi farmi un regalo più bello. Ma perché avevi paura di dirmelo? Hai sempre saputo che io ti amo, che voglio stare con te tutta la vita, che… –
Questa volta, sono io che lo bacio all’improvviso. Magari, il bambino in arrivo avrà la sua forza, la sua generosità, il suo coraggio. Magari avrà i suoi occhi. Non lo so, non posso saperlo. So solo che mi sento felice.
– Vieni con me – .
Luca mi prende la mano e, dolcemente, mi fa alzare dal letto, per portarmi sul balcone della nostra camera, che dà sul mare. Mi sfiora il ventre ancora piatto e sorride, incredulo. Non so che ore siano ma, dato che il sole sta sprofondando lentamente nel mare, dev’essere il tramonto. Una luce viva, ma allo stesso tempo tenue circonda ogni cosa. Luca si mette dietro di me, cingendomi i fianchi e poggiando il mento sulla mia spalla. La brezza tiepida ci avvolge completamente e noi ci facciamo avvolgere, in silenzio. Tempo fa, consideravo i silenzi come un qualcosa di negativo, di sospettoso, di oscuro. Ora è diverso. Questo non è silenzio. È serenità, pace, libertà, speranza.
– Sarà un bambino felice. Avrà la tua forza . –
– E la tua bontà, la generosità, l’altruismo che tu… –
Mi fa voltare di scatto e mi soffoca le parole, con un forte bacio sulle labbra. Poi ci avviciniamo alla ringhiera. Guardo l’acqua più lontana del mare, ma non mi spingo sino all’orizzonte; alzo la testa verso il pezzo di cielo sopra di noi. Tutto ciò di cui ho bisogno, in questo momento, è qui: Luca e il bambino. Non mi serve guardare lontano.

———————————————————————————————————————————————

Una pianta cattiva, che non muore mai.

Pisciare per strada: non c’è nulla di più accomodante. Sì, anche TUTTI quegl’omini ligi al dovere, con ventiquattrore, giacca e cravatta spostata di sghembo dal vento, dopobarba di marca e aria superiore lo farebbero volentieri, ma si contengono. Reprimono le loro voglie, i desideri, la loro natura per mantenere una patetica maschera sociale.

TUTTI, sì. Ma lui no.

Dopo aver urinato addosso a un muro, in un giardinetto poco distante da un bar, Davide cammina per il Corso. Mani grandi, chiuse in pugni ferrati, come se fosse sempre pronto a difendersi, anche solo da uno sguardo troppo invadente, passi lenti e andatura smargiassa. La barba grigia gli sfiora la catenina d’oro che ha al collo. Gli occhi azzurri da marinaio portano con sé tracce tiepide e cristalline di un tramonto di fine settembre. I ricci, spettinati di proposito, gli danno un’aria misteriosa. Nel piccolo paese di Tricarico, Davide è conosciuto da tutti, grandi e piccini. Ma solo gli adulti sanno la sua storia. I piccoli non possono sapere: secondo la mentalità del luogo, ne andrebbe della loro crescita, potrebbero subire dei traumi, farsi strane idee, venire a conoscenza di cose che andrebbero cancellate dall’universo, se solo si potesse. O, peggio, potrebbero diventare come lui.

Quando passeggia per la strada, a testa bassa e perso nei suoi pensieri, i compaesani lo guardano, mostrandogli la chiostra dei denti in un sorriso artificiale, fasullo.

– Ciao, Davide! Questa volta hai provato il vino della cantina di Carlo? –

Uno dei suoi vizi è il vino. Preferibilmente rosso. Dieci anni fa, faceva attenzione alla provenienza, agli anni; era capace di testare se un vino fosse ben invecchiato solo dall’aroma. Adesso, le cose sono cambiate: Davide beve qualunque tipo di vino, anche il più scadente. Beve per dimenticare? Forse. Ma tutti sanno che morirà sepolto dalla sua memoria, dal suo dolore, da una parte di sé che ha perduto. Per sempre.

Era una di quelle persone in cui ci si poteva smarrire solo a sentirla parlare. Davide fu subito rapito dalla voce nasale, ma allo stesso tempo lieve; dai grandi occhi, profondi e misteriosi come due dirupi scuri; dai gesti, dalle mani, dal suo cuore incostante, come la luna. Già: aveva un cuore coraggioso e pavido, dolce e refrattario, malinconico e gioioso, che Davide non poteva fare a meno di amare. Se n’era invaghito e si era avvinghiato ad esso, come un’ape che, dopo tante ricerche, trova il fiore adatto a sé. Vivendo nello stesso paese, si conoscevano sin da piccoli; giochi infantili, libri in prestito, stupidi litigi, riappacificazioni scherzose. Si venne a creare un forte legame, tra loro: accenni di piccole gelosie, vivo interesse di ciò che riguardava l’altro, voglia di stare insieme, sino a quel giorno. Avevano diciassette anni e se ne stavano seduti al muretto della Torre Saracena – luogo poco frequentato – a fumare; badavano bene a nascondersi, anche se fumavano sigarette. In quel piccolo borgo, due ragazzi minorenni che fumavano venivano etichettati come ‘maleducati’, addirittura ‘drogati’ e, chiunque li avesse visti, sarebbe andato dalle rispettive famiglie a spifferare l’accaduto, come se si fosse trattato di un abominio, di un oltraggio al buonsenso.

– Ecco uno dei tanti crucci di vivere in un paesello come questo.

Davide aspirò il fumo come per saziarsene, poi gettò le sue perle azzurre in quelle scure, al suo fianco.

– Non mi sento libero. Venire qui giù, alla Torre, per fumare una semplice sigaretta. Presto me ne fregherò di tutto e di tutti. Fuggirò da qui. Fumerò per strada.

– Anch’io provo la stessa cosa. Mi manca l’aria. Dio, che sfortuna esser nati qui. Eppure, i vecchi sembrano felici. Prova a spostarli dalla loro terra… morirebbero.

Davide gettò il mozzicone.

– Ma come fanno? Dio, come fanno? Io mi sento spento.

Davide guardò la grande vallata al di sotto del muretto: immensa, verde. Gli accadeva spesso di esser rapito dai suoi pensieri, di estraniarsi per raggiungere una dimensione più soddisfacente, libera. Improvvisamente, sentì un singhiozzo, al suo fianco. Si girò di scatto e si accorse che non avrebbe mai voluto veder nascere da quegl’occhioni scuri delle lacrime così grandi e luminose.

– Ehi. Piangi?

Nessuna risposta. Il senso d’impotenza sembrava attanagliargli la gola. Tutto avrebbe sopportato, ma non di vedere le sue lacrime. La reazione fu improvvisa e istintiva: prese quel viso tra le mani grandi e baciò le labbra salate e umide di acqua di luce.

Tommaso si scostò di colpo, toccandosi le labbra e tirando su col naso. I suoi occhi erano sgranati: due palle spaventate, smarrite, fragili.

– Che fai? Davide, tu… come hai potuto?

Si alzò velocemente e, con un braccio schiacciato sulle labbra, corse via, lasciando Davide lì sul muretto, a mordicchiarsi le labbra nervosamente. Sapevano di sale.

Perché Tommaso aveva pianto? Probabilmente, perché si sentiva soffocato, in manette, giudicato, additato. Era figlio di uno degli avvocati più brillanti della regione; una famiglia agiata, perbenista, benestante… ma lui si sentiva diverso: non voleva diventare avvocato, come suo padre. Voleva andarsene, viaggiare, partire. Passarono dei mesi prima che accettasse di rivedere Davide. Era palese: si amavano, entrambi. Davide, però, era più forte, pronto ad affrontare tutto e tutti pur di stare con lui; Tommaso, al contrario, era terribilmente fragile. Temeva che, prima o poi, tutti scoprissero il loro amore e, al solo pensiero, scoppiava in lacrime.

– Se solo lo desiderassi, raggiungerei gli abissi dell’oceano per prenderti la pietra più bella e rara. Se solo stessi più tranquillo, Tom… se solo avessi un po’ più di pazienza, potremmo fuggire da qui. Andare in una città più libera. O magari… o magari all’estero.

Erano parole sincere, sentite. Dovevano servire a tranquillizzarlo, a donargli un po’ di forza. Ogni volta che le sentiva, gli occhi scuri e malinconici di Tommaso, che tanto lo avevano fatto innamorare, si spalancavano, emanando una luce fortissima. Speranza. Sogno. Gioia.

– Me lo prometti? Giuramelo, Davide. Devi giurarmelo, perché io…

Lo fissava spaventato, speranzoso, con le folte sopracciglia alzate e un respiro affannoso. All’ombra della Torre Saracena, Davide gli portava la testa al petto e lo stringeva, respirando i suoi capelli scuri. Erano profumati, soffici; aveva la sensazione che persino quei capelli fossero fragili, come i suoi occhi, come il suo cuore.

– Te lo giuro. Saremo felici.

Davide e Tommaso crebbero. Passarono otto anni. Due uomini uniti più che mai, ma terribilmente diversi. Senza Davide, Tommaso era perduto. Per tutto il giorno, non usciva di casa, attendendo il tramonto per andare alla Torre, ad aspettarlo. Oramai, era diventato sua unica fonte di svago, d’amore, di parole. Il suo mondo. Davide, al contrario, aveva trovato lavoro come contabile, presso un commercialista del paese; trascorreva le giornate in ufficio e, quando staccava, andava spedito alla Torre, con l’unico desiderio di vedere Tommaso. Lo scorgeva da lontano, gli sorrideva, alzava la mano e lo raggiungeva. Lui lo accoglieva con un caldo abbraccio e si faceva raccontare come fosse andata la sua giornata.

Una sera, tuttavia, Tommaso aveva una strana luce negli occhi. Dopo essersi fatto raccontare come fosse andata al lavoro, sprofondò in un silenzio irreale. Davide, fumando, lo fissava.

– E tu? Che hai fatto, oggi?

Tommaso sospirò rumorosamente.

– Cosa vuoi che abbia fatto? Io…

S’interruppe con uno sforzo, mentre il petto gli sussultava e il respiro si faceva irregolare.

– Tom, che hai?

Gettò la sigaretta e gli passò una mano attorno alla vita.

– Ho che mi sono stancato. Trascorro i giorni sempre uguali. Vivo nel futuro, in un futuro imprecisato, legato a quando ti rivedrò. Tu invece hai un lavoro, ti distrai. Io sto impazzendo, Davide. Aiutami.

A quelle parole, Davide deglutì le sue emozioni. Tra loro due, il più forte era lui. Non doveva cedere, non adesso.

– Ehi. Tante volte ti ho detto di trovarti un lavoretto, qualsiasi cosa che possa tenerti occupato, durante il giorno.

Tommaso si alzò di scatto dal muretto.

– Non capisci che non mi piace ‘sta gente? Che non mi sento me stesso, che non ne posso più, che voglio andarmene? Me l’avevi promesso. Avevi detto che saremmo andati via. Sei un bugiardo.

Tommaso scoppiò in lacrime e si girò di spalle, appoggiandosi al muro di pietra della Torre. Davide era senza parole. Non sapeva cosa dire, come agire. Dopo una manciata di secondi, gli si avvicinò lentamente. Gli cinse la vita e, dolcemente, lo fece girare. Poggiò la fronte sopra la sua, fredda e sudata e lo baciò appassionatamente. Il bacio era lungo, travolgente, salato. Ogni volta, capitava che si perdessero nel loro mondo, fatto di libertà, magia, profumo, volo, liberazione. Era una dimensione magnifica, in cui le paure di Tommaso si dissolvevano improvvisamente, come zucchero nell’acqua.

– Ehi! Dio del cielo! Ma tu sei il figlio dell’avvocato Marotta!

La dimensione di Davide e Tommaso, il loro castello incantato e perfetto crollò come se colpito da un violentissimo sisma. Si staccarono all’unisono. Nella penombra, entrambi riconobbero Guido Innocenzi, proprietario del forno del paese e la moglie, rimasta con entrambe le mani premute sulla bocca sicuramente spalancata.

– Guido, non è come pensi.

Il fornaio diede vita a una risatina sarcastica, mentre la moglie aveva trasferito le mani dalla bocca ai fianchi.

– Non è come penso? –

Scosse il capo velocemente, prese la moglie per il braccio e lasciò quel posto, borbottando chissà cosa, lungo il cammino.

Davide si portò le mani alle tempie, strizzò gli occhi, piegò le labbra e diede un debole calcio ad un ramoscello di pianta selvatica, nato ai piedi della Torre. Tommaso si portò una mano al cuore, ansimando.

– No, no, no! E adesso? Andrà dritto da mio padre, glielo dirà! Ho finito di vivere!

Si gettò addosso a Davide e gli ricoprì il petto di deboli pugni. Lui lo teneva per le braccia, cercando di calmarlo.

– Ascolta, Tommaso. Può darsi che non dica nulla, che lo tenga per sé, che…

Davide si bloccò all’improvviso. Sapeva di dire cavolate, sapeva che presto il paese avrebbe scoperto di loro.

Passarono due settimane, senza vedersi. Ogni sera, dopo il lavoro, Davide andava alla Torre, nella speranza di rivedere Tommaso che, puntualmente, non si faceva trovare. Trascorreva tutti i giorni chiuso in camera, nella certezza che suo padre fosse venuto a sapere della sua storia, del suo segreto, che egli avrebbe voluto custodire come la cosa più preziosa e, allo stesso tempo, pericolosa.

In effetti, l’avvocato Marotta aveva saputo tutto. Il fornaio l’aveva detto al tabaccaio; il tabaccaio l’aveva riferito, tra una risata sprezzante e l’altra, alla proprietaria della lavanderia; questa, con gli occhi sgranati e lucidi, l’aveva detto alla sagrestana e, pian piano, tutto il paese venne a sapere di Davide e di Tommaso. Marotta si chiuse in camera per tre lunghi giorni, facendosi portare, dalla moglie silenziosa e sottomessa, il cibo due volte al giorno. Avvolto nella sua vestaglia a righe blu e rosse, con le mani intrecciate dietro la schiena, passeggiava su e giù per la stanza, dando vita a lunghi sospiri: ragionava sul da farsi. Ripeteva a se stesso che suo figlio era malato, che sarebbe stato meglio allontanarlo dalla sua casa, dal paese, da tutto, altrimenti avrebbe perso clienti, sarebbe entrato in rovina, nessuno più avrebbe accettato i suoi inviti, a causa della presenza di Tommaso, in casa. Esisteva una comunità, simile a quella in cui si mettono i drogati, per quelli come Tommaso? Se lo chiedeva ogni notte, quando, ad occhi spalancati e spaventati, credeva di vedere ombre attorno a lui. Si dimenava e accendeva la piccola abat-jour, senza preoccuparsi di svegliare la povera moglie.

– Quel ragazzaccio! Se solo Tommaso non l’avesse conosciuto! Sono sicuro che sarebbe rimasto normale, perché lui è nato normale.

La donna aprì gli occhi, portandosi una mano alla fronte e intonando un patetico birignao lamentoso.

– Dovrai parlarci, Corrado! Non lo puoi evitare per sempre. Deve capire che può guarire.

L’avvocato balzò in piedi, indossò la vestaglia poggiata sulla poltroncina ai piedi del letto e raggiunse la camera del figlio. Quando spalancò la porta, Tommaso non dormiva: era seduto sul davanzale della finestra, con le ginocchia nude strette al petto e un’aria oppressa. Guardava fuori e chissà a cosa pensava.

– Dobbiamo parlare.

Tommaso si voltò e lottò a lungo con se stesso, per non scoppiare in lacrime. Sapeva che quel giorno, prima o poi, sarebbe arrivato.

– Scegli, Tommaso: o starai chiuso in camera per il resto della tua vita, o cambi città, studi Giurisprudenza, ti sposi, metti su famiglia e nessuno più ricorderà la tua storia.

Avrebbe gridato volentieri. Avrebbe bruciato tutto lo sfarzo di casa Marotta, se solo ne avesse avuto il coraggio.

– Papà, hai detto abbastanza. Lasciami solo. –

L’avvocato aprì la porta, sentendosi improvvisamente più leggero e pensando che suo figlio avesse capito e che il resto della notte gli sarebbe servito a ragionare, a prender atto della sua malattia.

Tommaso riprese a guardare le stelle. Schiavo delle parole di suo padre, dell’indifferenza di sua madre, degli sguardi sprezzanti della società, di cui non aveva ancora testato l’amara potenza, si sentiva soffocare. Le lacrime gli rigavano il viso e morivano sulla sua barbetta scura e incolta, alla quale non badava ormai da giorni, rapito dai suoi pensieri. Sì, in quel momento, avrebbe avuto bisogno di Davide, dei suoi occhi da marinaio, della sua voce rassicurante, delle braccia che lo stringevano e che dissolvevano ogni sua paura. Ma lui non c’era. Chissà cosa stava facendo, a quell’ora della notte? Pensava come lui? Si struggeva, piangeva? Tommaso era sicuro che stesse facendo qualunque cosa possibile, fuorché pensare ad una loro possibile fuga. Quante volte glielo aveva ripetuto? Davide temporeggiava.

Un peso al petto gl’impediva di fare un respiro compiuto. S’asciugò col palmo della mano quella che egli decise dovesse essere l’ultima lacrima di quella nottata terribile. Aveva in mente qualcosa, qualcosa che avrebbe, finalmente, posto fine alle sue sofferenze. E questo qualcosa lo avrebbe portato via per sempre dai pregiudizi, dalla mentalità gretta e meschina di un paese trincerato dietro le sue ancestrali idee.

Ha bevuto troppo e, adesso, deve fare ancora pipì. Davide, questa volta, decide di cambiare muro. Il bello di non esser schiavi della civiltà è proprio questo. Si regge la cerniera dei pantaloni e posa lo sguardo su un muro di pietra, su cui sono nati, casualmente, pochi fiorellini rosa chiaro. Mentre è di spalle, c’è qualcuno che, con l’aria di chi sia abituato a quella vista, si limita ad una veloce alzata di spalle, per poi proseguire lungo la strada; qualcun altro, invece, con un’aria di fastidio, scuote il capo, lamentandosi a voce alta. Davide se ne frega. Anzi: più crea fastidio, imbarazzo, ribrezzo, più è soddisfatto. Quando i ragazzini lo prendono in giro, lui si sente bene. Vuole soffrire, vuole punirsi per ciò che non ha fatto. Non merita di vivere, lo sa, l’ha sempre saputo.

Ha sessant’anni suonati, due euro in tasca – che tra qualche minuto gli serviranno per acquistare altro vino – e un cuore che straripa di ricordi. Piccoli flashback di cui è vittima ogni giorno. Digressioni spietate, a volte dolci, alimentate dal suo perenne senso di colpa, che cerca ogni giorno di annegare nell’alcool. Si tira su la zip e, dopo un colpo di tosse violento, sputa a terra del catarro, rumorosamente. Affonda le mani nelle tasche e cammina lentamente. Mentre è per strada, sente gli occhi di chi passa trapassargli l’anima, ma lui si sforza di non curarsene, non guarda nessuno. Si ferma all’alimentari e compra il vino rosso più economico che ci sia; una parte di lui prova una gran tristezza nel toccare quel cartone rosso, con sopra raffigurato un grappolo d’uva. Accontentarsi di un pessimo vino, quando una volta gustava quello fatto da suo nonno, in campagna; ingollare quel liquido colorato e scadente, quando anni fa, al suo compleanno, Tommaso gli regalava una bottiglia di Negramaro e lo bevevano assieme, tra un bacio e l’altro.

Ansimante, come ogni sera, al tramonto, arriva alla Torre saracena. Mentre scende le scale, fa un altro sorso e si pulisce le labbra con il polso. Si è alzato il vento e la sua camicia svolazza ripetutamente, ma Davide non sente freddo. Giunge al muretto e si siede su quello che era il suo posto di sempre, come se Tommaso fosse lì, accanto a lui. Quel posto è inviolabile, tanto che fa attenzione a poggiare il cartone di vino sulla parte opposta.

Trentacinque anni fa. Una cantina scura. Odore di formaggio stagionato, salsicce e umidità. Quel terribile giorno vive in Davide come una pianta cattiva, che non muore mai.

– No, non è possibile, che dici, Guido!

Non credeva a quelle dicerie. Si sa: il vocio di un paese è sempre esagerato, subdolo, pomposo.

– Credimi che è vero, Davide. Mi dispiace, lo ha fatto, senti, io…

Non lo fece terminare. Abbandonò violentemente per strada le buste della spesa che stringeva tra le mani e corse. Davide non corse mai più così veloce, come quel giorno. Era vero. Era tutto fottutamente vero. Arrivato presso la casa di Tommaso, una folla di persone occupava il giardino. Le grida di una donna sconvolgevano tutti. Davide si fece strada tra la gente, non curandosi di chi lo teneva per le braccia, nel tentativo di fermarlo. Non sa come riuscì ad entrare in quella cantina. Tommaso era appeso al soffitto, con una corda al collo, accanto ai formaggi e alle salsicce. Quegl’occhioni neri erano spalancati, vitrei, ancora spaventati. Il cuore gli si fermò per una manciata di secondi. No, esso non batte forte, in queste situazioni, come molti credono. Cessa i suoi battiti come se fosse in procinto di farti morire.

Le grida erano della madre di Tommaso: se ne stava in ginocchio, davanti al corpo del figlio. L’avvocato Marotta era impassibile, dritto, con i pugni chiusi; appena vide Davide, lanciò un grido terribile e gli si scagliò contro.

– Bastardo! È colpa tua. Cosa hai fatto a mio figlio, eh? Io ti ammazzo!

Davide era assente. Si fece strattonare da quel padre divorato dalla rabbia e dal dolore.

Le sue perle chiare, per l’ultima volta, in quelle scure del suo amore esanime.

Da quel maledetto giorno, la sua vita è cambiata. Andarsene da Tricarico? Partire? Sarebbe stata l’unica via facile che Davide avrebbe potuto intraprendere; l’unico modo per salvarsi, per ricominciare. Ma non lo fece. Non volle. Aveva temporeggiato, non aveva accolto le preghiere di Tommaso, quando gli chiedeva di fuggire via da tutto. E decise che non lo avrebbe mai più fatto. Sarebbe morto lì, in quel borgo che tanto detestava e in cui, tuttavia, si ostinava a restare; avrebbe sopportato gli sguardi indagatori dei compaesani, gli indici puntati contro di lui; avrebbe accolto il gesto dei genitori che, vedendolo per strada con i loro bimbi, avrebbero cambiato direzione.

Ha perso parte della ragione. Lo sentiva che stava impazzendo e non ha fatto nulla per evitarlo. Sì, forse Davide voleva impazzire, per punirsi. Una volta credeva di essere più forte di Tommaso; a distanza di anni, ha capito che lui è solo un vigliacco. Il suo amore ha avuto il coraggio di compiere il gesto più estremo e rivoluzionario che ci sia. Lui sarebbe capace di farlo? Mentre ci pensa, scuote il capo, mentre le labbra si distendono in un sorriso sarcastico, irrorato d’odio verso se stesso. No, lui non riuscirebbe ad uccidersi. Sarebbe persino troppo facile. Lui vuole soffrire, per Tommaso. Vuole che tutti lo evitino, perché è considerato ‘Il matto di Tricarico’. Vuole compiere gesti incivili, al solo scopo di turbare una società che, per la sua gretta meschinità, ha portato alla disperazione più nera un ragazzo già fragile, che non si sentiva accettato.

Cosa ha regalato a Davide, la vita? Un perenne velo di malinconia, che offusca i suoi occhi azzurri, rendendoli opachi: due vetri sporchi, impolverati di passato. Una storia alle spalle che fa male al cuore. Il rimorso di non aver fatto nulla per cambiare vita, quand’era in tempo. La lacerante convinzione che Tommaso aveva ragione, che s’impazzisce a stare in un paese superstizioso, poco aperto alla libertà, all’amore, in tutte le sue forme.

Beve l’ultimo sorso di vino, stringe tra le mani il cartone, sino a deformarlo e lo getta nella vallata, sotto il muretto della Torre.

Davide inquina. Davide beve. Davide piscia per strada. Davide puzza. Davide è gay. Davide è un matto. Davide è alienato. Davide è amore e dolore.

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