Daniela Balestrero

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Daniela Balestrero nasce a Torino, in Piemonte nel 1960, si trasferisce da bambina a Fubine, un piccolo paese sulle colline del Monferrato, ora vive ad Alessandria, una cittadina sempre della pianura piemontese nel Nord d’Italia.
Appassionata fin da ragazza dei libri e del fascino che essi emanano, legge vari generi dalle opere di Shakespeare alle poesie di Prevert, da Pirandello alle favole di Andersen o dei fratelli Grimm, e qualche breve nozione di psicologia.
La passione della scrittura nasce da giovanissima, ma la timidezza permette di sviluppare questa passione solo in età adulta.
Le prime pubblicazioni, con racconti e poesie, risalgono al 2013 in altrettante Antologie.
Dal 2015 collabora con un giornale locale web scrivendo articoli di spettacolo e attualità.
Alcuni dei suoi scritti si possono trovare anche su il Blog di Ramingo.it.
Si considera una “narratrice di emozioni”, raccontando storie e sentimenti attraverso la “carta stampata”,cercando di far scaturire nel lettore tali sensazioni.
Le piace ascoltare musica e il fruscio dell’acqua di cascate e onde.
Ricca di speranze e di sogni vorrebbe poter trasformare questa passione in una professione e poterla sviluppare in diversi settori legati all’Arte in tutte le sue sfumature.


VIVI

La musica l’allegria
il pianto e la poesia
la danza e la nostalgia…

Magie di sogni lontani,
di essenze presenti
nell’arcobaleno dei sensi.

Non ti allontanare…ascolta.

La musica ti rasserena,
il pianto ti purifica,
la danza ti avvolge.

La vita ti prende,
lasciati rapire
fino all’ultimo respiro.


RIMPIANTI

Il cassetto del cuore
trabocca
di lettere ingiallite
di una giovinezza perduta.

Di pensieri contorti
di ricordi impolverati
di desideri sopiti
di un tempo passato
di una speranza mancata.

Richiuditi ora
non far rumore
tutto deve restare
nel cassetto del cuore.


DENTRO LA SCATOLA

La stanza impolverata chiedeva di essere aperta da molto molto tempo, ma Lavinia continuava a rimandare quel momento.
Lo scricchiolio della porta la fece sobbalzare, si era scordata di quel difettuccio che la impauriva fin da ragazzina, la aprì piano piano come se stesse entrando in un luogo segreto, di nascosto.
Di nascosto dalle emozioni dei suoi ricordi.
Era la casa delle vacanze ed era giunto il momento di una rinfrescata, pratica ed affettiva.
Smistando ricordi e oggetti,tra un sospiro e l’altro, scatole e scatoline venivano ora, controllate, scelte e ripulite con cura.
Parecchio sarebbe finito nella spazzatura, altro a qualche ente di beneficenza.
Il più era fatto, ancora uno scatolone ed un baule, poi si sarebbe complimentata con se stessa per il lavoro svolto.
Il baule decise di tenerlo per ultimo, era il suo preferito, voleva controllarlo con più calma, assaporando ogni chincaglieria il tempo le aveva conservato.
Una scatola di latta, sul fondo a fiorellini luccicava al sole di quel pomeriggio autunnale.
La raccolse con delicatezza come se avesse paura di romperla, quasi fosse di cristallo.
Un cristallo limpido, trasparente, fragile come i ricordi e le emozioni che racchiudeva.
Le sue mani la strinsero per un attimo, una scossa calda le attraversò la mano bruciandole le dita: davanti ai suoi occhi il viso sofferente di sua madre.
Lasciò cadere la scatola sul letto, chiuse gli occhi, ma il viso di lei continuava a fissarla.
Si guardò le dita, erano arrossate e dolenti.
Cercò di calmarsi, era solo immaginazione, pensò.
Tornò a guardare la scatola gettata sul letto.
La guardò meglio: era una comunissima scatola di latta.
La sua forma ricordava un misto fra i contenitori dei biscotti delle nonne e un piccolo scrigno.
Rosata come un tramonto, con piccoli disegni colorati che ricordavano a volte piccoli fiori a volte cuoricini.
Da piccola la chiamava “ la scatola delle sorprese”: ci nascondeva di tutto, spesso si dimenticava addirittura del contenuto, mentre la mamma e la nonna le lasciavano all’interno piccole sorprese, pietre colorate, caramelle o piccoli monili.
La sfiorò appena, un dolce brivido la pervase, un’emozione profonda di gioia come nel giorno che Aldo le confessava di amarla teneramente da tempo.
Era il suo passato, dolce e sofferente, racchiudeva le abitudini quotidiane, il profumo di viole, il dolore di sua madre, i primi amori.
Non aveva sbagliato a voler riordinare quella stanza, perché era un po’ come riordinare la sua vita.
Un tempo che non riusciva dimenticare e non riusciva ricostruire.
Le serviva un legame che diventasse presente e futuro, la sua vita racchiusa in una scatola che non la rendeva prigioniera ma partecipe di sentimenti contrapposti che non accettava.
La figlia Paoletta, girava per casa in shorts cortissimi e una camicia dal taglio maschile.
Non le era mai piaciuto quell’abbigliamento, ma stavolta sorrise e non disse nulla.
Appoggiò la scatola sopra la mensola, dava un tocco retrò alla cucina.
« Carina…ma è vuota!» esclamò Paoletta, rigirandola tra le mani.
« Non è vuota. C’è tutto il mio mondo lì dentro, quello che ora non c’è più.» stava per replicare Lavinia tutto d’un fiato. Ma non lo fece e si limitò ad un piccolo sorriso.
« Mamma, allora, posso prenderla io? Ci metto tutte le mie “gioie”» concluse la ragazza.
Lavinia conosceva bene le “gioie” della figlia quindicenne, bracciali di cuoio e metallo e ritagli di riviste con artisti rap e rock.
« Sì, certo » rispose con un filo di voce.
Infondo, lì le sue gioie c’erano già state!


PAROLE DAL PASSATO

Il mare calmo si spegne lento in un’onda pigra e silenziosa, la spiaggia deserta offre la sabbia umida ai miei passi lenti: cerco di pensare o forse non voglio farlo, voglio solo guardare quel paesaggio come non ho fatto in passato.
Gli anni sono passati veloci, così in fretta che quasi non me ne sono accorta, gli “anta” non sono solo arrivati ma oltrepassati da un po’…
Mi sto accorgendo che dopo i quaranta tutte le decine finiscono in “anta”, forse è per proteggere all’infinito l’età delle donne che si sentono un po’ come me, dal cuore infinitamente giovane.
“L’età è quella che senti non quella che hai”, lo ha detto qualcuno di cui non ricordo neanche più il nome.
I ricordi restano anche se a volte non vorresti, ti cambiano, e spesso anche questo non lo vorresti.
L’onda mi bagna i piedi, mi fa affondare e subito cancella la mia orma, per nascondere il mio passaggio, qualcosa rotola sulle mie dita, una bottiglia corrosa dalla salsedine fa capolino accanto al tallone: la raccolgo intenzionata a gettarla nel primo cassonetto.
Un foglio al suo interno attira la mia attenzione, sorrido, il solito scherzo, banale e antico.
“Manco fossimo in un film o in un romanzetto rosa!”penso, mentre cerco di aprirlo facendo più attenzione possibile.
La scrittura è molto simile…alla mia.
A poco a poco ricordo, un gioco, uno stupido gioco fatto tanti tanti anni fa.
Appena sposata, a poco più vent’anni, quando vedi tutto rosa anche quando è grigio o rosso sangue…
Quando ho amato un uomo che non lo meritava, rinunciando ai miei sogni per lui.
Le mani mi tremano, con la punta delle dita cerco di far scivolare il foglio, per distruggerlo come si distrugge una prova della propria colpevolezza.
Continuo sentirmi colpevole di non aver salvato il mio matrimonio, di non averlo fatto durare all’infinito come avrebbe dovuto.
Una coppietta si tiene per mano, sento i brividi scivolarmi lungo la schiena…
Mi manca qualcuno da tenere per mano: forse non ne avrò più l’occasione o forse si, comunque non sarebbe più lo stesso.
La mia lettera è sbiadita dal tempo, dal mare, o dalle tante lacrime di allora e di oggi.
Le parole sono ormai illeggibili, e ne sorrido, quasi sollevata.
“Forse non è neppure la mia, mi sono sbagliata”…
Solo due parole risaltano, coperte in parte dalla mia mano, Ti Amo.
Sono cambiata, certamente, ma amo ancora tanto.
Non so chi, non so cosa: sicuramente i miei sogni, scrivere storie che facciano sognare chi sognare non riesce più.
Stringo ancora la bottiglia fra le braccia come per cullare un dolce amore addormentato fra le onde.
Risistemo il foglio e la getto in acqua…

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SEGNI

Fumo negli occhi

alcool nelle vene,

fantasmi del passato

incubo del presente.

Cerchi chi non c’è

in un desiderio

impossibile,

allontani

chi ti circonda

in un turbinio

di pensieri.

Emozioni che non

vorresti

Tutto così

lontano…

inciso dentro te.

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AMICA SOLITUDINE

Le giornate per Lino erano meste e malinconiche, un susseguirsi di ore tutte uguali, scandite dalle varie movenze giornaliere, un tran tran che ormai conosceva bene.

Il suo appartamentino, in fila con tanti altri, si affacciava al sole per buona parte del giorno, ma quel sole ormai non riscaldava a sufficienza il suo cuore e la sua mente.

Solo da molto tempo non aveva più cercato compagnia di nessun genere, e la solitudine ahimè, aveva preso possesso della sua vita.

Avrebbe sì, voluto qualcuno con cui scambiare qualche parola, ascoltare musica, fare una passeggiata, ma tutti erano troppo occupati o lontani.

Pregava.

Aveva imparato a farlo negli ultimi tempi, proprio lui che non era stato così tanto credente…

Lo faceva a modo suo, parlando a un Dio a cui non sapeva dare un nome ben preciso e a cui si rivolgeva come ad un amico.

Un caro amico a cui si racconta la giornata, a volte bella a volte brutta.

A volte solo noiosa.

Guardava spesso il telefono in attesa di uno squillo, nella speranza che qualcuno sbagliasse numero, ma si accorgesse che lui c’era, che Lino era lì ed avrebbe risposto con tutta la gentilezza e la gioia che aveva in corpo.

Guardava spesso anche dalla finestra, i pochi passi di un vialetto che conduceva alla sua porta, delicatamente ornata di fiori o decorazioni per le varie ricorrenze annuali.

Ma sembrava che tutti si fossero scordati di lui, persino il postino ultimamente non suonava più al suo campanello e la pochissima corrispondenza veniva lasciata sotto lo zerbino.

Quella sera, una come tante, Lino si accomodò sulla poltrona, tra le mani il quotidiano del giorno, un forte temporale lo tenne sveglio a lungo, poi esausto, si coricò.

I fulmini rischiaravano la stanza, Lino cercava di assopirsi tra bagliori e tuoni.

Il telefono iniziò a squillare, squillare…una, due, tre volte…

“Pronto…” pronunciò Lino con il cuore a mille,”pronto…”

Una voce femminile incominciò a parlare, prima timidamente, poi con voce sempre più sicura.

Parlarono del più e del meno, delle cose che amavano e che odiavano, come fratelli, come amici.

Senza dire il loro nome, mentre il temporale via via si spegneva e lasciava il posto ad una coloratissima alba.

Le loro voci si fecero sempre più fievoli e lontane, finché Lino appoggiò il ricevitore restando per alcuni istanti a fissarlo, incredulo.

Si era fatto giorno e non se ne era neppure accorto!

Lino fece una rapida doccia, bevve un caffè ed iniziò la sua giornata, il pensiero rivolto a quella telefonata e solo ora si rendeva conto che di quella donna non conosceva neppure il nome, tanto meno il motivo di quella chiamata.

Finì le commissioni e passò a comprare il giornale, un crocchio di persone stavano commentando il temporale della sera prima.

“Da un po’ non faceva un temporale così forte!…”

“Hai ragione Gino, pensa che infondo alla strada ha staccato alcuni cavi della linea telefonica e per tutta la notte siamo restati senza la possibilità di comunicare…” disse un suo vicino di casa.

“Meno male che i tecnici sono già intervenuti…” replicò un altro.

Si voltò, una squadra di operai stava lavorando ad una centralina a pochi metri da lì.

Si ammutolì.

Quasi strappò il giornale dalle mani dell’edicolante lasciando sulla mensolina portamonete alcuni spiccioli.

Di fretta si chiuse in casa: non aveva sognato, era tutto vero…almeno così gli era sembrato.

Che stesse impazzendo?

No. Non ci voleva pensare.

Ma allora… chi era quella donna?

Si era immaginato tutto?

I giorni a seguire passarono lenti e normali.

Le notti silenti e malinconiche.

Aveva preso l’abitudine di assopirsi in poltrona, vicino al telefono che tornò ad essere taciturno.

Fino a quella notte in cui il campanello della sua porta parve resuscitare all’improvviso facendolo sobbalzare dalla poltrona.

Si alzò di scatto, aprì la porta con il batticuore, ma oltre la soglia non c’era anima viva, solo una tenera brezza gli scompigliò i capelli.

Guardò attorno pensando a qualche piccolo monello trasferitosi di recente nel quartiere.

Non si sarebbe arrabbiato, anzi, una tazza di thè e qualche biscotto avrebbe risolto il problema.

Il nulla.

Passò una mano sulla fronte e richiuse la porta.

La sua preoccupazione aumentò il giorno successivo quando l’elettricista passò a controllare i campanelli…

I vecchi dubbi tornarono più tenaci di prima, ma non gli importava, ora sapeva che qualcuno pensava a lui, angelo o demone, poco importava.

Non era solo.

E gli squilli notturni divennero suoi amici…

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CON I MIEI OCCHI

Intorno tutto tranquillo, almeno così mi pare, dalla vista che ho dalla mia altezza, che tanto alta non è, ma rappresenta buona parte del mio orgoglio.

Un poco sopra la sessantina di centimetri circa, comprese le orecchie che tengo sempre ben dritte… ops, scusate, non mi sono presentato: sono Elfo, un pastore tedesco, nell’adempimento del suo compito, del suo piacevole e onorevole “compito”di cane-guida per non vedenti, così mi definiscono, è la mia “qualifica”, dicono: per me è semplicemente accompagnare il mio amico-padrone nella sua vita quotidiana ed offrirgli quello che lui ha poco o nulla: gli occhi.

Alla seconda fermata scendiamo lentamente dall’autobus, sono fortunato, gli posso stare accanto, ma so che devo restare buono buono, in silenzio ed abbaiare per comunicare con Delio: lui riconosce, ormai, tutti i toni dei miei guaiti, come io intuisco dalla sua voce i suoi stati d’animo.

Siamo arrivati: oggi passeggiata ai giardini e gelato.

Si sente la primavera nell’aria.

Terza panchina a sinistra, eccola, un solo guaito e Delio si ferma, « É libera? » chiede.

Credo di capire…un altro piccolo guaito, lo conferma, « Bene sediamoci ».

Lo accompagno vicino vicino, in modo che possa toccare il ferro freddo dello schienale, poi mi accovaccio ai suoi piedi.

L’aria mi accarezzava il pelo, seduto a terra con le zampe allungate, assaporavo quell’inizio di primavera, il via vai di persone che si muovevano senza fare caso a me, mentre io le guardavo senza un interesse particolare, mantenendo fra me e loro una certa distanza di “sicurezza”.

Una distanza dovuta alle mie caratteristiche e alle nostre diversità che uniscono, ma ci differenziano per natura.

Abbiamo bisogno uno dell’altro, ma anche no, possiamo vivere distinti, rispettosi uno del mondo dell’altro.

Una bambina si ferma e mi accarezza, resto in silenzio, un mio guaito potrebbe allarmare Dario, ma lui sente il suo profumo e bisbiglia.

« Piccola o grande…» chiede.

Non capisco le sue parole, ma il tono della sua voce è debole, quasi malinconica, mi avvicino di più alle sue gambe e lui allunga la mano per farmi una carezza che scivola nell’aria: ho capito…ci penso io…

Alzo le zampe e le appoggio sulle sue gambe.

Lui affonda dolcemente le dita sul mio pelo…ora, penso, sorrida.

«..Se non ci fossi tu…»

É l’ora del gelato, due abbai brevi e decisi, e la voce del ragazzo della gelateria aldilà della strada: « Arrivo! Il solito Dario?»

Il solito Michele, « Stracciatella per me e una ciotola d’acqua fresca per Elfo! »

Man mano, le panchine si svuotano, il sole non è più caldo come prima, Delio si alza, si torna a casa.

Dopo pochi passi, mi fermo, siamo alla fermata dell’autobus, ma Delio tira deciso il mio guinzaglio.

« Andiamo!» ordina.

Tento di protestare con un leggero guaito, « Passeggiata, torniamo a piedi » risponde.

Intuisco che devo dare il meglio di me, tutta la mia attenzione in quel breve tragitto, ma almeno posso fermarmi a fare pipì…al platano del semaforo…

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Noi

Fragili
come vetro incandescente
orgasmi lenti
tra le nuvole
e le onde all’orizzonte.

Aria immobile
tra scogli impietriti
come
un cuore vuoto
ed inerte.

La notte si sveglia
con uno sbadiglio
di sole:
vetro trasparente
dove è racchiusa
la tua anima
solitaria.

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L’AMICA DEL CUORE

Milena era seduta al tavolino di quel bar già da parecchi minuti e non aveva ancora ordinato nulla, per fortuna i proprietari erano suoi amici e non c’era molta confusione, così da lasciarla tranquilla a guardare dall’ampia vetrata, sorridendole di tanto in tanto.

Tranquilla…si fa per dire!

Gli impercettibili ammiccamenti di chi le passava accanto parevano sottolineare la sua inutile attesa, forse di un uomo che non sarebbe mai arrivato.

Lei non se ne curò, mostrando un’indifferenza che non aveva.

In realtà era arrivata con troppo anticipo, ma l’emozione di rivedere Paola era tanta.

Quanti anni erano passati da quei lontani banchi di scuola, forse 35 o 40…

A quell’epoca non pensavano al domani, ma ora all’ombra della cinquantina, era tutta un’altra cosa.

Paola era la ragazza irraggiungibile: sicura di sé, bella, spigliata, “più avanti”…

Insomma, la più ricercata dai ragazzi e la più odiata dalle ragazze.

E Milena non faceva eccezione.

Non rispondeva al genere di amicizia che Paola cercava, non poteva tenere il suo ritmo, ma fu proprio questo ad avvicinarle, lentamente, inesorabilmente, come una calamita.

Un richiamo che Paola aveva fatto suo, ma che Milena ancora ignorava.

Incominciarono a parlare dei loro problemi di adolescenti, delle difficoltà in famiglia, Milena la sentiva vicina, simile a lei, così che la sua impossibilità di fare nuove esperienze e la sua ingenuità si alleggerirono.

Fu lei ad aiutarla con il suo primo ragazzo dandole i primi rudimentali consigli.

Paola l’esperta, Paola la leader ora appariva una ragazzina qualsiasi: ma era davvero così?

Dopo tanto tempo, ora sarebbe entrata dalla porta che Milena fissava incessantemente.

Aveva ritrovato per caso, alcuni giorni prima, un vecchio numero di telefono, ripensò a Paola e al modo che si erano separate.

Alla rabbia che aveva provato in quei momenti nel vedere Riccardo, il suo Riccardo abbracciarla sorridendo mentre parlavano di lei e della sua ingenuità.

Si domandò perché non avesse gettato quel biglietto tanto tempo fa.

Non lo fece allora e non lo fece adesso.

Sorrise e compose il numero, sicura che nessuno avrebbe risposto.

Pronto…?” pronunciò una voce interrogativa.

Paola?! C’è Paola? “ balbettò Milena, quasi colta di sorpresa.

Sono io” confermò una voce più decisa.

Sono Milena…ti ricordi di me? É passato così tanto tempo. Scusa non volevo disturbarti”, o forse sì, lo voleva ma non se ne rendeva conto e sperava che lei fosse disponibile.

Ora, come un tempo.

Milena…a sì…ora ricordo. Ciao.”

Ti va se ci incontrassimo? Un caffè, se vuoi”disse in fretta prima che lei aggiungesse altro o riagganciasse.

Certo, va bene sabato alle 16?”

Benissimo, a sabato, allora, ciao.”

Non credeva di averlo fatto davvero, ma ora era lì, a riprendersi la sua rivincita, a ridare senso alla sua amarezza.

La vide entrare meno sicura di un tempo, con qualche chilo in più, un foulard colorato le avvolgeva il capo.

Si guardarono l’un l’altra per cercare ciò che il tempo aveva cambiato su di loro.

La tazzina era quasi vuota quando si decisero a parlare, di cose banali e scontate.

Frasi fatte, mezzi sorrisi, alcuni convenevoli.

Decisero di rivedersi.

Gli incontri continuarono, regolari, semplici, a poco a poco la complicità di un tempo si fece largo rientrando nei loro discorsi sempre meno formali.

Tutto stava tornando come allora, quasi, con 39 anni di ritardo.

Paola non era più quella di un tempo, il destino si era preso la sua rivincita, lasciando a Milena solo malinconia.

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COME UNA RONDINE

Ali vibranti
Becco tremante

Sul bordo della vita
Aspetto.

Il mio momento
Aspetto.

Il richiamo delle compagne
Aspetto.

Lo stormo mi passa accanto
Veloce e disinvolto

Senza notarmi
Senza volermi

Come rondine impaurita
Volerò da sola

Stavolta
Non aspetto più.

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IL “PAESAGGIO CON LE LANTERNE”

La mano di Adele si muoveva in modo frenetico ed armonioso, la mina della matita lasciava segni decisi e lievi come vivesse di vita propria.
Adele era il suo prolungamento.
Come una medium, faceva da “tramite” creando schizzi di figure e paesaggi sorti dal nulla, essi prendevano vita sorgendo dalla carta, impadronendosi della realtà diventandone parte.
I suoi disegni si trovavano ovunque: un’abitudine per lei, un talento per altri.
Aveva perfino tentato di allontanare questo istinto, ma il richiamo era sempre più forte, assomigliando ad un’ossessione che riempiva la sua mente, le sue giornate.
Poi si era arresa…
Arresa alla dolce sensazione di trasmettere e vivere emozioni attraverso i suoi disegni, una traccia e l’infinito prendeva forma…
“Eh, se disegno doveva essere…disegno sia!” decise Adele cercando qua e là fra Gallerie d’Arte e Corsi di Pittura. Decisa a capire se la sua era solo una mania nevrotica che nulla avesse da spartire col talento: quello vero.
Voleva fare un nuovo tentativo: visitare una mostra, sicura di annoiarsi e fuggire pochi minuti dopo.
Ma la Galleria la rapì in un turbinio di colori e sfumature, immagini e paesaggi.
Adele si guardava attorno come una bimba in un paese magico dove le figure prendevano vita e interagivano con lei.
Infondo ad un corridoio, nella penombra un quadro solitario, a cui ben pochi prestavano attenzione, anche se di notevole bellezza, portava in basso un biglietto appoggiato alla cornice dalla scritta frettolosa con un pennarello blu, “In vendita”.
Col cuore in tumulto, senza leggere l’autore né la descrizione, prese il biglietto e si diresse dal Responsabile della Galleria, decisa ad acquistarlo: « Speriamo non sia troppo caro…» pensò solo.
Pochi minuti dopo era in strada con il quadro sotto il braccio.
Lo fece avvolgere nella carta, tanta carta, come se volesse nascondere qualcosa…neanche l’avesse rubato!
L’emozione le saliva su su fino alla gola e li bloccava il respiro.
Si sentiva messa a nudo, come se la donna del ritratto fosse lei e in qualche modo sfiorasse coriandoli del suo inconscio.
Chiuse la porta alle sue spalle ed appoggiò il quadro sul divano, incominciò a scartarlo lentamente come un amante spoglia la sua donna.
Lo appoggiò sopra la mensola e si allontanò di qualche passo: ora poteva ammirarlo meglio.
Una donna solitaria, di spalle, con un lungo abito scuro, guardava in lontananza un funerale, assorta.
Si notava appena, ma Adele ne sentiva tutta la malinconia e la suggestione, una sofferenza silenziosa e sottile.
Forse un amore finito tragicamente…forse uno sconosciuto…
Le lanterne accese illuminavano la strada davanti alla donna che restava immobile, facendo risaltare il bianco delle case nel buio della notte.
Adele si sentiva quella donna, in bilico tra la vita e la morte, la luce e il buio, ferma ad aspettare.
“Paesaggio con le lanterne” lesse in un angolo del quadro.
Avrebbe illuminato il suo talento, se davvero c’era…

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CI SEI

Sulla scia
di un aereo,
ci sei.

Sull’onda
che si scontra
con gli scogli
ci sei.

Sull’ombra
dello specchio
e l’anta dell’armadio
che non si chiude
mai,
tu ci sei.

Il tuo profilo
sbiadisce,
la tua voce
si allontana,
sei l’alba e il
tramonto,
il sole e il
vento,
il passato il presente.

In ogni gesto
ci sei.

Come un tempo,
come allora
come ora.

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RICORDO

Campi di granoturco,
una sorgente d’acqua
limpida
la mia mano di bambina
toccava la tua
col timore
di farti soffrire.

Delicata e lontana
sofferente e coraggiosa,
mi mancavi,
non te l’ho detto,
mai.

La mia mano
toccava sempre meno
la tua,
ero una donna,
ora.
Come te.

Ma eri sempre
più delicata e sofferente,
finché la tua mano
mi scivolò via
come
acqua di sorgente…

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QUANDO L’AMICIZIA COLORA DI VERDE

L’autunno tentava di farsi strada in sordina, macchiando di giallo e rossiccio i primi alberi, timido e mite, per non far scordare così in fretta la calda estate appena trascorsa.
Qualche goccia di pioggia quà e là, non più da vero temporale e non ancora leggera e coprente come un umido velo.
Il piccolo Sergio, guardava triste fuori dalla finestra: il cielo era cupo, sembrava minacciasse pioggia e, l’ultimo pic-nic della stagione, promesso dalla mamma, sarebbe sfumato.
Il suo nasino schiacciato contro il vetro, le piccole dita che tentavano a fatica di rimanere incrociate dietro alla schiena.
E guarda guarda….il vento soffiava via le nuvole che si muovono veloci e lasciano intravedere uno squarcio d’azzurro.
« Mamma!! Mamma, il sole!!» gridò all’improvviso Sergio, correndo verso la donna..
Annalisa, con il piccolo in braccio, si diresse alla finestra: e sì! Constatò che il tempo stava migliorando ed era meglio approfittare del resto della giornata e concedersi quest’ultimo pic-nic.
Poco lontano, c’era un boschetto di faggi con una piccola radura che faceva proprio al caso loro.

Annalisa e Sergio allargarono il loro plait e sparsero un po’ dappertutto il vassoio delle torte dolci e salate, i panini e le bibite, un pallone, un aquilone e giocattoli vari, completavano il tutto, anche se poi Sergio lasciava tutto lì sull’erba per andare a guardare “le punte degli alberi”.
Sergio aveva appena sette anni, ma era profondamente affascinato dalla Natura ed in particolar modo dagli alberi: ne toccava la corteccia, grigia e liscia, quasi ad accarezzarla; distingueva le varie forme delle foglie anche se ancora non ne conosceva il nome e le caratteristiche.
Il profumo del legno e della resina, poi, erano la sua passione.
Arrivato alla radura, si diresse con passo deciso verso il boschetto di faggi.
Sergio camminava tra gli alberi col naso all’insù: “ com’era bello vedere pezzettini di un chiaro cielo azzurro e i rami dalle foglie ovali e scure!”.

«Attento! Così sbatterai il naso contro il mio tronco!»
Il bambino si bloccò di colpo: ma chi aveva parlato?
Intorno non c’era nessuno e la mamma era qualche metro più in là, intenta a tagliare una fetta di torta di mele.
« Dico a te, Bambino, è pericoloso camminare così…ma ti capisco, sai…É troppo bello lassù per non guardarlo!»
« Chi sei? Perchè non ti vedo?…» chiese timidamente Sergio.
« Certo che mi vedi, sono davanti a te…Scusa ..non mi sono presentato.
Sono Jco, il faggio più ad Est del bosco.
E tu, bimbo, come ti chiami?»
« Un albero che parla? Non è possibile, la mamma me lo avrebbe detto…» sussurrò appena.
Scrollò leggermente la testa da una parte all’altra, forse se lo era immaginato, ma era più forte di lui e con la voce più alta rispose: « Io mi chiamo Sergio e non conosco nessun albero che parla; sono venuto qui altre volte , ma non ti ho mai sentito.»
«Lo so – rispose Jco – ti osservo da parecchio tempo, a volte persino ti aspetto, e sono felice sai, quando sfiori la mia corteccia: sei gentile, delicato. Non come quel gruppo di monelli che a volte viene a giocare a nascondino nel bosco, tira calci, graffia i tronchi e pesta con violenza le radici.
Tu sei diverso, così ho deciso di conoscerti meglio e se vuoi posso raccontarti qualcosa di me.»
Sergio, non stava più nella pelle, voleva sapere qualsiasi cosa…e qualsiasi cosa sarebbe stata importante per lui.
« Mamma!…» No, meglio di no. Glielo avrebbe detto dopo.
Adesso doveva ascoltare.
Si sedette ai piedi dell’Albero.
« Devi sapere che..– incominciò Jco –…quando sono arrivato qua, tanto tempo fa ero una pianta giovane e piuttosto esile, anche se la mia origine è molto, molto antica a tal punto da considerarmi un albero sacro e a raccontare di me in lontane leggende…»
Sergio era estasiato, seduto sull’erba con le braccia racchiudeva le ginocchia leggermente piegate, la bocca e gli occhi lasciavano intravedere tutto il suo stupire e la curiosità che lo dominava.
«Ho visto passare tante stagioni – continuò – autunni miti e rossastri, inverni freddi, durante i quali mi ricopro di neve.
Profumate primavere e caldi estati..
L’amico vento mi racconta notizie lontane e a volte mi fa rabbrividire ma, il cinquettio degli uccelli è una compagnia armoniosa di cui non potrei proprio fare senza…
In cambio, offro loro riparo tra le fronde più fitte e i miei semi come cibo agli animali del bosco.»
« Ma non hai paura di tutto questo silenzio intorno?
Di essere solo?» tentò di chiedere Sergio all’albero come fosse l’amico ed il compagno di tutti i giorni.
« Ma scherzi? No, davvero!»
La solitudine è una delle mie caratteristiche, pare addirittura che io possa donare serenità e pace a chi mi sta vicino, a chi mi vuole bene e mi comprende, proprio come fai tu…
Ormai sono vecchio e già fortunato di ciò, non so quanto tempo ancora resterò in questo bosco, prima che passi un taglialegna mi trasporti in una fabbrica….e mi trasformi in tante tavole lisce e levigate.
Produco un legno pregiato dai riflessi dorati e molto ricercati, almeno così dicono, verrò trasformato in qualche mobile o salperò per i mari come parte di qualche nave…»
Jco, abbassò le foglie, mestamente, la sua corteccia parve brillare di ninfa, vide che Sergio si era addormentato: « Non avrà sentito le mie ultime frasi…meglio così.» pensò, « almeno non sarà triste domani, quando troverà al mio posto un’altro esile e giovane faggio dalle radici fragili ma profonde come la nostra Amicizia».
« Sergio! Sergio!» chiamò a gran voce la mamma guardando in giro.
Eccolo là, rannicchiato sotto un albero che dorme con gli occhi chiusi ed un sorriso brillante.
« Chissà cosa s’inventerà di raccontarmi, stavolta….» pensò Annalisa con un sospiro, mentre prendeva suo figlio fra le braccia.

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TEMPESTA

Ascolto il silenzio
svuotarmi
la mente,
mi cinge
una corrente
di onde
“…va tutto bene..”
brontolano
spumeggiando
sulla battigia.
La mia tempesta
tuona sentenze
che tagliano
come lame
di spade arrugginite
dal tempo.
Fra le nuvole
cerco
un arcobaleno
di colori
che non sbiadiscano,
ed attendo
l’abbraccio
del vento.

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DAL SALICE ALL’INFINITO

Tutto doveva essere perfetto: la sua poltrona, di fronte alla finestra aperta, quanto bastava per vedere il suo salice, la distesa di prati e i campi di grano.
Seduto con il blocco-notes in mano e un lapis blu.
Gli piaceva usare un notes per scrivere i suoi racconti, li piaceva sfogliarli velocemente, come si fa con i disegni dei cartoni animati.
“Diventano vive, veloci, pare si animino” diceva.
Come i suoi pensieri.
Scriveva sempre in matita come se dovesse cancellare quello che non gli piaceva.
Solo, se avesse potuto sottolineare con un lapis rosso le cose belle, i pensieri sereni, i sentimenti dolci e volassero in alto, nel cielo come palloncini e scoppiassero come fuochi d’artificio silenziosi e colorati.
E si potessero cancellare sofferenze e ricordi … con una gomma qualsiasi.
Le mani un po’ tremanti e sudaticce trattenevano il foglio bianco; che bianco sarebbe rimasto per poco.
All’orizzonte, oltre il salice, c’erano per lui luoghi conosciuti, che descriveva nei minimi dettagli, nei particolari più inquietanti, nelle anime dei protagonisti.
Mai visti prima e mai incontrati, cuori che piangevano sentimenti e anime erranti che raccontavano le loro storie.
E lui scriveva. Scriveva.
La mano sempre più ferma, calma e decisa, come sotto dettatura, con dovizia di dettagli, colline, case, vicoli, nulla gli sfuggiva o gli era sconosciuto.
Ne aveva fatti così tanti di viaggi nella sua vita, che ora li poteva descrivere uno ad uno, dalla sua poltrona dinnanzi al salice.
Ricordava profumi, colori, ed il passato si srotolava davanti ai suoi occhi come una vecchia pergamena.
Limpida, pulita, essenziale, come i suoi viaggi.
Come le parole che riempivano fogli e fogli, senza sbavature, senza cancellature.
Con un lapis blu.
Aveva visitato mille luoghi, visto mille volti, conosciuto uomini, donne , bambini.
Camminato fra montagne e spiagge, prati e radure, boschi e deserti, città e vallate.
Si era abituato ad annusare odori di qualsiasi genere, di locali bui e umidi, di profumi ed essenze, spezie, piante, fiori e serre.
Ma nulla era simile a ciò che le sue narici percepivano ora, alle sensazioni che stava provando in quel momento.
Un aroma particolare, indecifrabile persino per lui, un miscuglio di rose e viole.
Selvaggio e delicato.
Persistente e leggero.
Inebriante.
Prendeva forma intorno a lui, come argilla tra le mani di un vasaio.
Le mani tremavano un po’, il lapis gli scivolava tra le dita e il fluire delle parole si blocca a metà del foglio: per pensare, per setacciare i ricordi, con lentezza minuziosa, alla spasmodica ricerca dell’origine di quell’aroma che aveva invaso la sua anima.
I suoi 40 anni, troppi per il corpo, pochi per il cuore, li rendevano la generosità dei suoi racconti, all’ombra dell’albero che gli aveva regalato la pace.
“La mia solitudine è viva” diceva.
E le sue storie erano vive, come se “ci stessi dentro”.
Aldo riprese il lapis fra le dita, non c’era nulla da cancellare, ma ancora tanto, tanto da scrivere.
Quel profumo apparteneva sicuramente ad una donna, ne era certo, ma ne aveva incontrate così tante!
L’aroma invadeva la stanza, arrivava al salice, o forse era il contrario…
Una sagoma prendeva forma nella sua mente, a farla sua, ad amarla e viverla intensamente.
Come fosse vera. Come esistesse già.
Quella donna che aveva cercato inconsciamente in tutti quei viaggi, ma che non aveva trovato.
Non ancora, almeno.
Era la prima storia che non riusciva a raccontare, apparteneva a lui, ma non era capace a descriverla, a vedere il suo volto.
Tutto questo lo inquietava e lo eccitava, lui: il famoso Aldo si trovava a disagio di fronte ad un “profumo”, al punto da non essere più concentrato come una volta.
La sua mente si offuscava, e non se lo poteva permettere, non lo voleva permettere.
Chi era costei che minava una parte della sua vita?
Il suo amato lavoro, la sua passione di sempre?
Quando si trattava di sé stesso, i dettagli si mischiavano, il dolore e la gioia non erano più così nitidi e separabili.
Raccontava le storie degli altri, in tutti i suoi dettagli, ma di lui si sapeva ben poco.
Lui era gli “occhi degli altri”, ma la sua curiosità era diventata un’esigenza; quella era la “sua” storia e non un viaggio qualunque, in un punto qualsiasi del mondo.
Alzò gli occhi, il salice era là, ombroso amico di sempre.
Doveva raggiungerlo, sedersi sotto i suoi rami, ed aspettare.
Assaporare quel profumo ed aspettare.
Uscì, lentamente camminò tra i prati dall’erba verde, tra le prime spighe di grano, fino ad arrivare al salice ed appoggiarsi al tronco.
Ora, era lui, la storia, e non la sapeva scrivere, non la poteva ancora scrivere.
Tornò al suo notes e al lapis blu, a raccontare i viaggi di sempre, ispirato dall’amore di un profumo di rose e viole.
Era il tramonto, che colori stupendi!
Amava il tramonto: lo considerava il riassunto di tutta una giornata e poteva offrire ancora, la magia della notte.
Non era riuscito, quel giorno, a fare la sua passeggiata fino al salice e li lanciò un rapido sguardo tra i raggi stanchi della sera.
Un’ombra era appoggiata al tronco, una sagoma nuova, in quello che era il suo posto.
Lunghi capelli scuri, scivolavano su un leggero abito a fiori.
“Rose e viole…” Pensò in un attimo, lanciando in fretta sulla poltrona lapis e notes.
Non vedeva ancora il suo viso, ma sentiva il suo profumo.
“ Ora potrò scrivere la mia storia con il lapis rosso..” pensò, prima di correre verso il salice.