Giorgia Pallotta

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Nasce a Viterbo il 27 marzo 1995. Abita in un paesino di montagna situato nelle verdeggianti colline dei Monti Cimini a Soriano Nel Cimino. Frequenta la facoltà di “Scienze umanistiche” all’Università della Tuscia.


TI SPERO

Ti spero la notte, quando sono sola con i miei pensieri.
Ti spero il giorno, quando, tra i tanti impegni, continuo a cercarti tra la gente.
Ti spero in una vita e, anche nell’altra.
Ti spero, anche quando non dovrei. E non mi sento sbagliata, mai.
Ti spero sorridente e geloso.
Ti spero in un futuro sempre incerto.
Ti spero per potermi riconoscere.

Ti cerco, e finalmente ti vedo. Al mio fianco.
Ti cerco, e ti trovo sulla mia pelle, nei miei tatuaggi. Nei significati più profondi.
Ti cerco fra le promesse. Tra le mie paure.
Ti cerco tra le pagine bianche, perché sei inchiostro. L’attimo indelebile.
Ti cerco tra le mie parole, tra tutte quelle bugie che non vorrei mai sentirmi dire.
Ti cerco e ti trovo nelle emozioni di tutta una vita.
Ti cerco e ti ritrovo tra le pieghe dell’anima.


SEI

Sei la droga che reclamerò, a qualsiasi costo; la necessità di precludere senza mai precludersi.
Sei tutte le scelte che vorrei prendere, ogni giorno; i discorsi che vorrei fare.
Sei l’inchiostro nero sul mio foglio, l’essenzialità.
Sei la parte di me che, a volte, temo di dover conoscere.

Sei l’istinto animale, la forza. Sei le abitudini che non cambierò mai; la possibilità di meravigliarsi, ancora.
Sei le bugie che non vorrei mai sentirmi dire, la verità che confonde.
L’assoluta relatività e la relativa assolutezza.

Sei la felicità dalla quale non mi priverò, mai.
L’eccezione alle mie regole, sempre incasinate.
Sei la tempesta.
La promessa di qualcosa di diverso, di veramente bello.

Sei la catastrofe dalla quale non mi salverò.
Le infinite possibilità. Le infinite combinazioni.
Sei gli errori mai commessi.

Sei guerra,
sei ribellione,
sei vittoria.

Sei il libro che tento di scrivere ogni giorno.

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Lei imparò a voltargli le spalle, continuando a vedere nelle stelle il riflesso dei suoi occhi.

Non credo si trattasse d’amore. Il suo, era solamente un modo per non rimanere solo con sé stesso.
Aveva paura della solitudine, si sforzava di amarla e, allo stesso modo, tentava di proteggerla.
Come se stesse proteggendo una parte di sé che ancora non conosceva.
Aveva paura di scoprirsi.
La non consapevolezza lo rassicurava, si illudeva di essere felice, evitandosi.
La solitudine lo rendeva instabile, e desiderava aggrapparsi a lei pur di non cadere. Pur di non scoprire chi fosse.
La sua instabilità si ancorava a lei, che lo amava profondamente.
Non credo l’amasse, non credo nemmeno che le fosse riconoscente.
Non sapeva apprezzarla. Sapeva solamente frantumare la sua anima in mille pezzi.
Presto, imparò a lasciarla andare.
Lei imparò a voltargli le spalle, continuando a vedere nelle stelle il riflesso dei suoi occhi.