Grazia Bomba

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Mi chiamo Grazia Bomba, sono nata e cresciuta nella zona di confine con la Svizzera.
Vivo tra Italia e Transilvania, dove produco artigianato tessile tinto con piante e fiori. Faccio parte di un’associazione, CasApold, che si occupa di cultura ed educazione.
Scribacchio da sempre, ma solo qui ho trovato il tempo di dedicarmi alla scrittura con metodo: racconti, fiabe e un romanzo, “Border” edito da Enzo Delfino Editore.

e-mail bomgrazia@gmail.com


TOSCA

Suo marito è un bastardo, identico al cognato, che conosco bene. Si è innamorato di un’altra e l’ha lasciata in regalo al padre, col bambino, ripudiata, abbandonata. Ho conosciuto Nicu, il cognato di Tosca, comprando vecchie tegole. Le tegole vecchie le compri solo così, facendo finta di non sapere da dove vengano. Potrebbero essere rubate da una casa abbandonata, o il tetto della vicina partita per la Germania con un lavoro stagionale. Potrebbero anche essere le tegole di casa loro, in fondo fa caldo, è estate, quando verrà l’inverno ci penseranno. Sono fatti così i gitani, con il pensiero di un giorno alla volta, massimo due. Non ci puoi fare un programma. Se hanno un po’ più di quel che serve a tirare domani improvvisano una festa. È un modo di vivere come un altro, basta farci l’abitudine e pagarli a lavoro finito. Gli acconti, piatiti con la fame di una torma di bambini scalzi, finiscono al bar. E così impari a dire no e a dar da mangiare ai bambini.
«Ho una casa da demolire» ho detto un giorno di un luglio riarso a Nicu, per bloccare la sua insistenza e spiegare perché non compravo le tegole che aveva sul carretto.
Errore gravissimo.
«Lo faccio io, quanto mi dai?» risponde.
Inizia una trattativa da sfinimento. Non vorrei farlo con loro, so che sarà un casino, ma poi vengo sopraffatta dall’insistenza e commetto un altro errore, imperdonabile, quello di non prendere informazioni sul personaggio.
Ormai il patto è fatto e la mattina si presenta.
«Da solo non ce la faccio, viene un amico che ha un cavallo più giovane del mio, per le macerie, da portare dietro.»
Accetto, spero solo siano veloci e non mi piazzino un accampamento in cortile.
Il giorno dopo, non hanno nemmeno tolto le tegole, e si presenta, verso sera.
«Scusa sai, ma ho bisogno di un acconto.»
«Eravamo d’accordo che ti pagavo alla fine.»
«Sì, lo so, ma mi dovevano ridare dei soldi e non me li hanno dati. Non possiamo comprare da mangiare.»
«Ma se mangiate qui e ve lo compro io?»
«A casa ci sono i bambini e mia mamma che è vecchia…»
Penso: “un bel casino, e mi ci devo tirar fuori”. Zero pietà, zero pensare agli zingari felici o a Gatlif, questa è realtà e non voglio farmi fottere.
Mi guarda, nel mio silenzio, con la faccia sempre più contrita. Io, l’espressione di chi ha capito il trucco aspetto, ma non ride. È bravissimo in questo gioco, inutile perdere tempo.
«Va bene! Ma prima voglio sapere quanti giorni ci mettete» dico io.
Gli ridono gli occhi. Obiettivo raggiunto, fa finta di pensare e poi spara a cazzo.
«Una settimana, massimo per martedì abbiamo finito.»
«Merda Nicu! Sei sicuro di quel che stai dicendo?»
«Sì, tranquilla, massimo, massimo… giovedì.»
«Adesso vai a parlare con tutta la ciurma, vi fate due conti e poi torni. Ti do un acconto ma poi non vedi più niente fino alla fine, chiaro?»
«Non arrabbiarti, va bene ci vorranno due settimane se vuoi tutto in ordine come abbiamo detto.»
«Adesso sta in piedi! E quanto vuoi per due settimane?»
«Cinque milioni» spara secco.
«Ok, ma non te li do subito.»
Indossa la faccia triste, da gitano perseguitato. Lascio scivolare il tempo, che si maceri un po’ nell’incertezza. Poi sbotta.
«E quando me li dai?»
«Due milioni adesso, due sabato, due giovedì e sono sei, non cinque. Poi basta fino alla fine, fatti bene i conti perché non cambio idea.»
«Va bene, va bene, tutto chiaro.»
Ci vorranno almeno due settimane e mezzo, lo so, ma una settimana e mezzo l’ho guadagnata, poi ricomincerà il cinema.
La mattina alle otto non appare nessuno. Le ragazze che lavorano da me già mi guardano con l’espressione da te l’avevamo detto, mai fare affari con i gitani!.
Poi alle nove i cani abbaiano e capisco che se gli avessi dato subito quel che mi chiedevano, li avrei visti la settimana prossima, forse.
Donne, donne e bambini. Cerco Nicu.
«Nicu, ti ho detto che non potete tenere qui i bambini, è pericoloso.»
«Ascolta, Tosca non sa a chi darlo e gli altri sono grandi… aiutano.»
E vedo Tosca, uscita da un film di Almodovar. Un metro e ottanta, i tratti duri e asciutti, lei e quel suo bambino nudo che dorme all’ombra delle macerie su un pacco di vestiti sporchi.
Incomincio a pensare di aver fatto una cazzata madornale. A sera ne parlo con un amico e lui ride.
«È normale, lavorano sempre così, non è mica un problema tuo.»
«Come no? Se si fanno male sono a casa mia.»
«Gliel’hai detto tu di portare i bambini? No, e allora?»
E allora non riesco a fregarmene, la mattina trovo dei giocattoli e cerco Tosca.
Le spiego che sono per il bambino, ma solo se si mette a giocare lontano, altrimenti li porto via. Asserisce e accompagna il bambino in fondo al cortile.
Finisco di lavorare alle tre e mezzo, poi sto con loro, anzi, con Nicu a discutere di tutte le cazzate fatte durante la giornata e che non vanno assolutamente ripetute. Sono stupita, in fondo si muovono bene, smontano la casa, senza rompere nulla, tegole e mattoni, separano e ammucchiano. Ma per l’ordine, un disastro.
A lavorare sono le donne e i ragazzini, gli uomini guidano il carro per spostare le macerie, gridano molto, ma lavoro se ne vede poco.
Mi perdo a guardare Tosca, gli occhi infossati, i tratti geometrici del viso. Sta in un angolo per terra e mangia. Chiedo se posso fare delle foto. Asseriscono entusiasti e si mettono in posa, lei no, rimane abbandonata, nella sua infinita stanchezza. Il massimo che colgo è un mezzo sorriso triste, quando le chiedo del bambino.
Due settimane e mezzo, hanno finito. Nicu ha alzato il prezzo, come mi aspettavo. A conti fatti li ho pagati esattamente per i giorni di lavoro svolti, ma hanno concluso senza sparire per settimane o che dovessi stare tutto il giorno a guardarli. In fondo è andata bene.
Poi una mattina appare la moglie di Nicu, vuole parlare.
Sfila dalla gonna un pacco di banconote, dice che non può andare in banca, ha dei debiti e mi chiede di cambiarli in Lei. Dinari, della ex Iugoslavia, carta straccia. La guardo, fingendo di non sapere che voleva tirarmi un pacco. Le spiego con calma che non hanno nessun valore e lei inizia a recitare a braccio la disperazione di tutta una vita. Le viene benissimo. Ormai so tutta la loro storia: delle botte che le dà il marito, della prigione, dei figli abbandonati. Una sera ubriaco l’ha aggredita con una zappa, il risultato un’emiparesi da cui ancora non si è ripresa del tutto. Tiene una mano lungo il corpo, abbandonata, e quel lato del viso non segue l’altro nello spettacolo di disperazione che allestisce per me, per avvolgermi sempre più nella sua angoscia. So che se torna da Nicu a mani vuote sarà un casino. Le do tre milioni, dei dieci che chiedeva. Non li rivedrò mai più e so che la picchierà lo stesso, non ha bisogno di un motivo per farlo, è solo una questione di livello alcolico e miseria.
In autunno mi capitano delle scarpe grandi da donna, numero quarantuno e ripenso a Tosca. Metto insieme giocattoli, vestiti per il bambino e per lei, qualcosa da mangiare e vado a trovarli. Vivono nel paese vicino, sette chilometri di strada sterrata nel nulla.
Un paese fangoso, triste, di case abbandonate, demolite. I Sassoni se ne sono andati in Germania dopo il crollo del regime di Ceausescu, qui non avevano di che vivere, là la sicurezza di un rifugio e di un lavoro.
È una casa piccola, muri scrostati, un tetto sbilenco e fango a profusione.
La chiamo e appare alla finestra, c’è qualcosa di strano sul vetro, ma non capisco cosa sia. Esce e le vado incontro.
Mi ringrazia con la sua aria stanca, si scusa di non invitarmi in casa, ma non ha nulla da offrirmi, ha finito il caffè. Poi non sa che altro dirmi e mi guarda, in un silenzio pesante.
La saluto, rientra in casa.
Vado alla finestra, c’era qualcosa di strano e sì, adesso vedo. Il vetro è rotto e per non farlo cadere ci sono dei grandi bottoni nella crepa. È talmente assurdo che di primo acchito non ho saputo registrarlo. Ho rimosso, era così fuori luogo.
Ma adesso guardo i bottoni e immagino Tosca che cuce il vetro perché non cada, perché entri solo uno spiffero del gelo di Gennaio. Perché quel mondo fangoso che le fa gli occhi tristi rimanga lontano da lei e dal suo bambino. Mi incanto a guardare. L’ultimo sole stampa un arcobaleno nel vetro.
I piedi nel fango e sento tutta la ricchezza di non aver mai imparato a cucire i vetri di bottoni.