Irene Marchi

profilo

Nata a Firenze nel 1970, ma vive da sempre in Veneto. Laureata in Lettere (poi insegnante di sostegno), ha letto sempre tanto ma non pensava di poter scrivere. Pochi anni fa, per gioco o forse per necessità, ha cominciato e ora non riesce a smettere. Una sua raccolta di poesie è stata pubblicata nel 2015 (Fiori, mine e alcune domande – Sillabe di Sale Editore).

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Rifiuti

Babu cammina a piedi nudi nel fango nero, tra frammenti di plastica e vetri rotti.
Zoppica: la ferita di due giorni fa continua a fargli male e il piede è gonfio.
Ma oggi è felice. In bocca nasconde un segreto, un segreto solo suo. Un piccolissimo animaletto di plastica, giallo e sorridente.
Pensa sia un gatto: ne ha visto uno uguale quella volta che ha seguito il fratello maggiore in città per vendere con lui alcuni pezzi di metallo e un po’ di rame. C’era un bambino bianco con quello stesso animaletto disegnato sulla maglietta.
Sì, oggi Babu è davvero felice, ma non parla con nessuno, non può rischiare di farsi cadere dalla bocca quel segreto. Per questo evita suo fratello e il gruppo dei ragazzi più vecchi che stanno bruciando una matassa di cavi vicino al fossato grande.
Bandele, suo cugino, continua a rovistare con i piedi nella melma scura e schiumosa per recuperare altri fili elettrici. Tiene lo sguardo fisso in quell’acqua e non vede passare Babu che ritorna al suo posto dopo aver svuotato ancora una volta la scatola del metallo dal padrone, alle bilance.
Babu invece lo osserva con attenzione per vedere se quella bolla gonfia che ha sul collo da un po’ di tempo è finalmente sparita. Ma la bolla è ancora lì e allora pensa che dopo il lavoro, in baracca, per consolarlo gli mostrerà quel tesoro. Vuole bene a Bandele: è un po’ più grande di lui, ma non lo tratta male come fa suo fratello ed è più sveglio dei bambini di cinque o sei anni con cui è costretto a lavorare.
Raggiunge il suo gruppo e ricomincia a spaccare con una pietra le carcasse dei computer e dei telefonini ammassate davanti a lui.
Poi cerca nella fanghiglia ogni piccolo pezzo di metallo e lo deposita nella scatola che tiene accanto a sé.
In questo modo ha trovato il suo piccolo gioco: era attaccato con un elastico a un telefonino ed era quasi completamente coperto di fango. Babu non ci ha pensato un attimo, ha rotto il laccio e si è messo in bocca quel pezzo di plastica.
Il fumo denso che avvolge le centinaia di ragazzi che rovistano tra i rifiuti elettronici di Agbogbloshie* brucia gli occhi e la gola e quasi annulla la percezione di ogni sapore. Per questo a Babu non è sembrato un problema mettere in bocca quell’oggetto lurido.
L’importante per lui è che nessuno se ne accorga fino a quando potrà uscire dalla discarica e godersi in pace quella meraviglia. Continua a spaccare la plastica dei rifiuti e ogni tanto sputa l’animaletto in una mano per controllare se è ancora giallo.
Il vento della sera spinge il fumo puzzolente oltre il recinto della discarica, lì dove pascolano alcune vacche scheletriche. Babu le sente muggire e pensa alla madre che poco più in là sta vendendo la verdura al mercato. Decide di non dire nulla nemmeno a lei, come non le dirà nulla del taglio al piede anche se fa tanto male, male da piangere.
Quasi non resiste, ma continua a battere con la pietra: non si lascerà sfuggire un solo singhiozzo adesso.
Deve proteggere il suo tesoro.
Sa che presto il vento della sera porterà anche il buio.

*Agbogbloshie, in Ghana, è la più grande discarica al mondo di rifiuti elettronici. Qui arrivano cellulari e computer, frigoriferi e forni, lavatrici e lavastoviglie da tutto il Pianeta; vengono distrutti e bruciati, spesso con manodopera minorile e senza alcuna protezione, per recuperare rame e metalli preziosi poi rivenduti. Piombo, metalli pesanti e diossina vengono respirati continuamente oltre a depositarsi sulla merce del mercato poco distante dalla discarica. Circa dieci anni fa Agbogbloshie era una bellissima laguna.

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La nostra parte di mondo

È nebbia, dallʼalto,
solo nebbia di oggetti
rincorsi
afferrati
(non) consumati
gettati,
pulviscolo denso
di raffinati inganni
signorili insensatezze
prestigiose bugie
irrinunciabili desolazioni
lussuosi abbandoni
modernissime solitudini.
È nebbia, dallʼalto,
triste sudore di inutili fatiche.

Tratto da Fiori, mine e alcune domande – Sillabe di Sale Editore -2015 copyright@IreneMarchi

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Chi sei?

Mi chiedi chi sono,
qual è la mia posizione:
io sono la crepa sul muro
il cuscino macchiato
la tazza bella, scheggiata.
Come te
sono solo imperfezione.

(Copyright@IreneMarchi, tratta da Fiori, mine e alcune domande, Sillabe di Sale Editore, 2015)

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Tu esisti
(per chi ha conosciuto l’anoressia)

Non ascoltare
quel riflesso bugiardo,
cerca solo tra le schegge
del tuo primo sorriso
il ritratto di te stessa.
Non ci credi mai,

ma

tu

esisti

oltre il tuo corpo
oltre la molesta insicurezza
oltre quella vetrina a specchio
– non basterebbero i sassi a questo tempo –
oltre questa avidità impietosa
di perfezione.

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Gentilezza

Piuma,
senza fretta
e senza appuntamenti
si appoggia
leggera
– un breve

volo

nel

silenzio –
sopra il fango
o tra le ciglia di un fiore.

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Una svista

Cosa hai letto nei suoi occhi?
Che il sole è sempre oggi
e che il domani non avrebbe bussato?
Tagliano
le lame di ogni illusione.
Tagliano
il respiro che è di un bacio
e la forza per non restare.
Cosa hai letto nei suoi occhi
e nelle parole
tra le sue mani?

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Giugno

Torna come sempre
a soffocarmi
il gelsomino.
E vorrei
rinascere pietra
per pesare col mio corpo
su un circolo di terra:
insensibile
ai lombrichi,
alle urla,
al mondo,
finalmente.

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