Linda Lercari

kendo Linda I Kiu

Linda Lercari (nome d’arte di Linda Bartalucci) comincia la sua attività nei primi anni ’90 con ottimi esiti in concorsi per giovani studenti. Una carriera mai interrotta che le ha fatto conseguire nel tempo importanti riconoscimenti quali la pubblicazione in varie antologie sino a raggiungere le edicole nazionali, nel 2014, con gli allegati a 4 numeri di “Scrivere” edito dalla Fabbri Publishing per racconti selezionati, insieme a altri autori, dal sito 20Lines. Ultimo risultato la pubblicazione della poesia “L’amante Bianca” nell’antologia della Fondazione Luzi ed. 2015.

Scrittrice di narrativa, poesia, fantapolitica, racconti noir, romanzi gotici e romanzi storici, pratica l’arte marziale del Kendo presso la trentennale Scuola Kendo Lucca e è attrice nella compagnia Next Artists di Viareggio specializzata in testi di Shakespeare rigorosamente in lingua originale. Ha frequentato corsi di recitazione tenuti da Federico Barsanti del Piccolo Teatro della Versilia, da Cathy Marchand del Living Theatre e Mark Roberts dell’Ensemble Studio Theatre di New York.

Ha pubblicato tre raccolte di poesie: “Poesie d’Osservazione” e “Poesie Crudeli” e “Il Vecchio e il Nuovo” quest’ultima tradotta in Giapponese; ha inoltre edito sia cartaceo che in e-book il romanzo horror-gotico “Vittima Immortale”.

Curriculum vitae aggiornato si può consultare alla pagina facebook https://www.facebook.com/pages/Linda-Lercari/1485362318354833

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Sulla pelle
(l’arte del tatuaggio)

Siamo libri dal contenuto oscuro
occhi quali insufficienti copertine
raccontano quel poco imprescindibile
conservando vuote pagine di derma.
I Pitti sono i tomi coraggiosi, custodi
delle storie, testimoni e memorie
di popoli ancestrali, di simboli tribali.
Un segno, un punto cardinale, un nome
l’intimo segreto sussurrato, non svelato,
che l’uomo d’aghi e inchiostro suggerisce,
scalfisce la pagina del libro, la colora.
Apotropaico, sempiterno, compagno
fra schiena, braccio e petto, una difesa.
Un fiore, una lacrima, uno squalo
per un novello amore, un pianto soffocato
o la libertà del vasto mare imprigionato.
L’universo antico e nuovo sulla pelle,
brandelli di racconti, l’universo e le sue stelle.

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Pomeriggio di Pioggia

Piovosa domenica di sonno
giardino come stagno delle fate
asfalto quale dorso di cetaceo.

La pagina osservo ipnotizzata
intonsa mi fissa quale sfida
che non so raccogliere, non oso.

Infine il gatto Loki mi soccorre
balzando sull’ingrata carta bianca
ciambella di pelo e rumorose fusa.

Mi sale in braccio e mi distoglie
trattorino vibrante del suo cuore
strusciando il muso contro il viso.

Il gatto è la risposta alla pioggia
al freddo e alla mia rabbia
nel suo verde sguardo dileguati.

Si chiama Loki come il Dio
ma non inganna né confonde
il suo amore ha un solo volto.

Di nuovo scrivo, senza indugio
di lui, di noi, della mia vita
fra gatti e libri: il mio rifugio.

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POETI IN RIUNIONE
(una tipica serata del gruppo “Testo Originale a Fronte”)

Discute forte il cerchio di iniziati,
la dubbiosa Valchiria canta dell’amore
mentre la sognatrice bruna ascolta rapita.

Palpita rock il cuore del ribelle senza tempo.

Affascinati, tutti, dal libro vivente.
Stile e saggezza in scintille di Fahrenheit 451.

Ogni tanto un sorriso e un commento.

Inquieto il gatto propone e compone,
sfidando sé stesso e il suo presente
si mette in gioco e noi giochiamo.

Gli occhi mobili del folle brigano
progetti e speranze.
Il compositore annuisce
scuotendo riccioli frizzanti.
Il sorriso è un fiume in piena.

Pagine su pagine sfogliate, lette
scartate o protestate, tutte analizzate
sul grande diario dei profeti di parole
e poeti di carta.

Il cerchio degli eletti
crea e distrugge
uccide e partorisce.

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Per amore

Quante cazzate si fanno per amore,
quel sentimento inutile e crudele
che mi strizza forte il cuore come un laccio
che mi prende e mi abusa come straccio.
E’ un sale in grani dal sapor di miele
non balsamo, ma decotto di dolore.

Se compiacere, comprendere e lenire
son fatiche d’Ercole irrisolte,
che mai neppure dell’acqua la chiarezza
dona ai rapporti la freschezza,
forse importa a qualcuno il mio soffrire
e queste lacrime acide disciolte?

Non serve, senza più voce, darsi pena
con occhi umidi ma col sorriso franco
perché solo bellezza è soluzione
e nel mio volto non v’è consolazione.
Mentre nel petto quest’organo ormai stanco
desidera morte rapida e serena.

Ah! Quanti delitti per amor commessi!
Sfidando le bufere, il drago, le Chimere!
Contro logica, benessere, rispetto,
nero sentimento che mi squarcia il petto,
che ignora di vergogna le frontiere!
Temuto va l’amore e i suoi eccessi!

Infine volgo indietro un solo sguardo
conto la fatica spesa, le macerie.
Capisco! Ogni mio gesto è stato vano,
‘sì bizzarro, non richiesto, spesso strano.
Eppure le intenzioni erano serie,
ero inadatta: compreso l’ho in ritardo.

Cucio la ferita fresca, son felice!
Insegnamento dato da esperienza:
quanto patito, già quanto mai sofferto,
rimanga da un sorriso ben coperto,
della passione ignori l’esistenza,
soltanto al cuore rimanga cicatrice.

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Francesco
(osservando il S. Franceso di Zurbaran)

In fondo alla sala nera Francesco
non guarda chi guarda, ma il volto
rivolto occhi nei vuoti del teschio.

La dorata cornice è la bara
dentro cui il Santo cammina,
un piede sospeso fra ombra e luce.

Protetto dal rigido sudario di tela
dove tutto tace, dove tutto giace.

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Accumulando

Ricordi dalla vita prodotti,
caricati nel grande carrello,
lieti giorni e terribili notti.
Sospingo il pesante fardello.

Ingombrante, bizzarro, passato
rinchiuso in duemila pacchetti,
bianche etichette ho attaccato
abbondante memoria in sacchetti.

Ogni giorno continuo la spesa,
conoscendo, parlando, sognando.
Scatolame di vita rappresa
sul carro vo sempre ammassando.

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Al Caffè Storico

La coperta di travi
abbraccia avventori
sognatori assetati
di conforto e liquori.

Discutono le donne
al tavolo delle confessioni
dove Don Aperitivo
benedice e assolve
fra santi fumi
e aureole d’arancia.
Fuori Gennaio morde
dentro è ancora autunno
fra foglie di tè
e bruni biscotti.

Il caffè frusta la lingua.

Un altro giro
poi torneremo a casa.

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L’impiegata dietro al vetro
(osservando me stessa)

Un sorso d’acqua e la pillola bianca.
Stanca? Non finché lei fa effetto.
Che diletto! Una volta era la bottiglia,
il liquore d’ambra: ora è una pastiglia!

Lucida fino alla punta delle dita,
questa vita fra pratiche, scartoffie
di loffie persone, vuoti clienti
deliranti di bollette, tasse e vacuità.

Termina l’orario con l’ascia del boia,
la noia ha fatto i suoi bei danni,
chi vuole essere nei miei panni?

Basta con la chimica, l’alchimia
si spezza nell’ebrezza
della ritrovata libertà.

Scrivo sino a tardi,
ubriaca di tè, folle di stanchezza,
la carta si sporca di pensieri
covati e ritrovati
sino a oggi, più di ieri.

I gatti fanno festa,
mentre scrivo senza sosta,
e l’alba picchia alla finestra.

Ritorno alla pillola amica,
un nuovo giorno col cervello spento
lento per il sogno, lesto per l’impiego.

Non lo nego. Impiegata,
pettinata, inquadrata.

Crocifissa al pubblico,
da mattino a sera,
non vi supplico, chi ci spera?

Finché la notte avrà carta e cuore
le mie labbra dell’inchiostro avran sapore.

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Il gioco di ruolo dal vivo

Rimbomba il tamburo nel petto
nella stracarica vettura
fra cotte di maglia, spade,
aspettativa e strani costumi,
s’ode solo il canto amico,
l’invito al gioco e alla magia.

Il cuore ha il ritmo della gioia
assorda ogni altro richiamo,
mentre si svelano pacchetti
si svuotano borse, ci si trucca.

Un sorriso, un cenno di saluto,
poi il varco si apre… Respiriamo!
L’attesa è terminata, si comincia.

Sono amici i pazienti demiurghi
che ci spingono fra incanto e paura
lotta e mistero, creature potenti
e terribili, luoghi affascinati e mortali.

E’ questo il mondo a fianco
il mondo sconosciuto
dove ciò che eravamo cessa
per rinascere e ritrovarci ancora.

Chiudo gli occhi, mi rilasso,
che sia vivere o morire, ridere
piangere o gridare, sono inezie
di scintille nello scontro delle lame.

Infine un abbraccio, una pacca
su spalle cordiali di stanchezza
e godimento. Il varco si richiude,
ma il sogno, nello scrigno, resta vivo.

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Riposo a due

Nella calma della sera
sul tronco dorme il gatto.
Mollemente s’abbandona,
arti penduli dai fianchi,
sogna, la piccola belva
di quell’umida foresta
dove caccia spensierata
e il ramo dolcemente
culla al ritmo del respiro.

Il salotto come jungla,
il suo albero la schiena
del dormiente mio marito.

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Visita alla pinacoteca

Mi riposo dai quadri obnubilata.
ricche trame di Madonne
d’oro e santi in Gloria,
resta in piedi a fatica
la custode con un tacco rovinato.
Capelli di seta e volto da martire.
Commenti di passaggio e stupore
d’intelletto, mi diletto
fra Nature morte
eppur lucenti di rubino.
Il Cristo Crocifisso guarda in alto,
Ognuno ha il suo martirio.
neppure il cardellino si salva
dalla crudeltà di un Battista Fanciullo e Boia
per un divertito Bambinello.

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Un pomeriggio al Caffè

Seduti al Caffè, poeti d’Ottocento
mi cimento nell’effetto del concetto
d’un tè, qualche verso, una poesia,
la calda malia. Poi, senz’affanno
dolce inganno con l’amore mio
unico Dio che sorseggia la bevanda.
La comanda, ordinata con piacere
del godere d’ogni gesto di quel lusso
indiscusso fra poeti laureati
letterati al tavolo seduti.

Benvenuti fra acque forti ambrate
e pagine dolcemente sorseggiate.

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Verso il Mare

E’ luogo della mente, il mare,
dove facile è smarrirsi
dove non v’è alcun ritorno
ma solo l’infinita andata
fra alte onde di pensieri.
Sfidando la quieta tempesta
in cerchi concentrici d’acqua
anelli di giorni passati.

La buia, calma, profondità
cela pensieri e tesori
dalle reti dimenticati.

E’ un luogo della mente, il mare,
dove volano gabbiani
stridenti di morte e fame
come i ricordi di donna
sirena strega e murena.

Chimera fra spuma e scogli
fra tutto ciò che accadde
e tutto ciò che poi sarà.

E’ un luogo della mente, il mare,
dove solo mi ritrovo.

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Ombrelli d’inverno

Cerchi di stoffa di strani colori
nel campo del metallico inverno.
Fiori al canto di pioggia sbocciati,
interno mare di pozze d’asfalto.

Librati sugli umani dolori,
dall’alto, voi, irradiate con scherno,
uomini grigi dal freddo schiacciati.
L’eterno gioco nel ciel di cobalto.

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Il Gatto Ezra

In fuga verso l’obesa luna
qual proiettile lanciato
il gatto rosso del focolare.

Mai esitazione alcuna
tu forte felide ramato
nell’eterno tuo scappare.

Ma ritta, alta, così fiera
la coda tesa qual bandiera.

Se quella libertà mi porti
nei due stagni riflessa
gli occhi verdi come orti
fresca novità lì impressa.

Va’! Corri rapido pel mondo
dalle stelle illuminato
porta ovunque ‘l muso tondo
e il mio cuore trascinato.

Sola macero d’attesa
nell’angoscia di tua sorte
il destino greve pesa
al pensiero della morte.

Gioca fino all’orizzonte,
mentre resto ad aspettare
pensa infine a quale fonte
presto un dì dovrai tornare.

Un pensiero su “Linda Lercari

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