NuWanda

NUWANDA_001

«Rispettando lo spirito di appassionata sperimentazione dei nostri poeti, rinuncio al mio nome. D’ora in poi chiamatemi Nuwanda.» (cit. film L’attimo fuggente).
L’autore ha scelto questo pseudonimo che rievoca uno spirito: i capi indiani d’America si facevano dipingere il simbolo di Nuwanda, un fulmine, sul petto per esprimere la propria forza.

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Racconto commemorativo, in cui si rievoca un fatto storico. Questo testo vede protagonisti l’equipaggio dell’Enola Gay il giorno dopo lo sgancio della bomba su Hiroshima. Come in un romanzo storico, elementi di fantasia sono combinati a quelli reali. I protagonisti, chiusi in una stanza, possono dar sfogo ai loro tormenti, forse, più di quanto non hanno potuto fare con gli organi di stampa ufficiali.
Gli uomini hanno i riflessi lenti; in genere capiscono solo nelle generazioni successive (Stanisław Jerzy Lec).

ENOLA GAY

Che cosa sono questi stupidi sentimentalismi?

La sigaretta si consuma lentamente in un angolo della bocca e non provo nemmeno ad aspirarla.
Rivolgo lo sguardo verso i miei colleghi. Siamo chiusi in una stanza, ognuno perso nei propri pensieri.
Il calendario, su una triste parete bianca, segna il 7 agosto del 1945.

Le radio rimbalzano ancora la notizia di ieri.

La nostra impresa.

Lewis rompe il silenzio spettrale che aleggia su di noi: «Tibbets, potrà mai Dio perdonarci per quello che abbiamo fatto?» La sua voce è disperata.

Ho guidato io l’operazione su Hiroshima e sempre io devo gestire queste situazioni. Decido di liberarmi della sigaretta, rendendomi conto che ormai non ne resta più niente. Cerco di riprendere il comando dei miei uomini a partire proprio da Lewis: «Andava presa subito una decisione. Era la cosa giusta e l’unica possibile. Le nostre madri dovrebbero essere fiere di noi.»
«Chi, Enola Gay?» Dice in tono sarcastico Van Kirk e poi con un senso di sfida: «Solo chi ha battezzato quest’angelo della morte con il nome di sua madre poteva darci questa risposta.»
«Che nessuno si senta fuori da quest’operazione. Siamo una squadra, si muore e si vive insieme, non esistono individualismi. Questo lo avete dimenticato?» Prendo dalla tasca una dozzina di capsule di cianuro e le mostro a tutti.

«Sarebbero servite nel caso in cui fossimo caduti in mani nemiche» dico e stremato di sentire Lewis, inginocchiato con un rosario tra le mani, assesto un energico pugno sull’armadietto posto nelle sue vicinanze, interrompendone così le preghiere.

Van Kirk cammina furioso a testa bassa, sembra un toro in cerca di una nuova preda da incornare, ora punta Farebee: «E tu? Il tuo Little Boy ha fatto quello che ogni padre si aspettava, vero?»
Farebee ha un attimo d’esitazione, ma poi risponde: «Sono un bombardiere. Il mio compito è questo» e punta degli occhi imploranti su di me.

Prendo per il colletto Van Kirk e lo affronto a muso duro: «Sono io che ho dato l’ordine a Farebee di premere quel fottuto pulsante, non riuscirai a dividere la squadra.» Sento Farebee, come fosse un lamento, pronunciare a bassa voce: «Quel lavoro doveva essere fatto.» Il suo sguardo resta fermo nel vuoto, quasi fosse in trance, perso nel ricordo delle sue azioni.
Lascio andare Van Kirk.

«Eppure Dio aveva cercato in tutti i modi di fermarci. La bomba doveva essere sganciata il primo agosto e poi non se ne fece niente. In seguito si decise per il tre, ma sempre le cattive condizioni meteorologiche non ci hanno permesso di portare a termine la missione. Aver ancora insistito ha significato davvero andare contro la volontà di nostro Signore. Saremo puniti per questo» è la voce di Lewis che si fa scudo dietro la sua fede.

«Quello che ci toccherà in sorte nell’aldilà nessuno può dirlo. Il prezzo da pagare è stato enorme, ma grazie a noi esiste la reale possibilità di ottenere una resa del Giappone. Possiamo dire di aver salvato molte più vite di quelle che ancora avrebbe continuato a pretendere questo conflitto. Porre fine alla guerra, è questo che ci chiede l’umanità intera» dico poggiando una mano sulla spalla di Lewis.
«Sì, parli così perché c’è ancora la guerra, ma quando tutto sarà finito, ti garantisco che ci giudicheranno diversamente. Non avremo più un posto dove nasconderci. Ci abbandoneranno, ci useranno come capro espiatorio. Resteremo soli con le nostre coscienze e il pensiero di quello che abbiamo fatto ci divorerà lentamente fino a ucciderci» dice Van Kirk lasciandosi cadere ormai esausto su una sedia.

«Delle femminucce, questo siete» dico cercando di far recuperare alla squadra un po’ d’orgoglio. Una radio intanto inizia a gracchiare il mio nome: «Tibbets? Colonnello, mi sente?» Qualcuno che mi conosce, ma non so chi sia, cerca di mettersi in contatto con me.
«Sì, sono io. Chi parla?» Dico avvicinandomi al ricevitore.
«Sono il colonnello Thompson, voglio complimentarmi per il successo della missione.»
Sì, quello stupido che adesso mi parla comodamente da Washington.

«Grazie» gli dico fingendo imbarazzo.

«Allora il nostro Gay l’ha messo in quel posto a tutti i musi gialli» risponde con una grossa risata Thompson.
«La sento male Thompson.»

«Mi riceve Tibbets?»

Tolgo con rabbia l’alimentazione alla radio, quella battuta fuori posto mi è arrivata come un calcio dritto sui denti. Van Kirk se ne accorge, approfittando di questo mio cedimento, si rivolge con aria minacciosa: «Perché non gli hai detto che Gay è il cognome di tua madre?»

«È solo un messaggio in codice» dico con disperazione.

«Siamo scossi, non stupidi! Prima che soldati siamo degli uomini, conosciamo il rispetto e la dignità da riservare a chi ha subito delle perdite. Non si calpestano delle vite umane.»
«Queste parole ti fanno onore, ma riservale alla stampa quando te lo chiederanno» gli dico senza togliere gli occhi dai suoi, lui abbassa lo sguardo e, quasi come se volesse ripeterlo a se stesso, gli sento pronunciare: «Per quanto si possa negarlo, abbiamo lasciato Hiroshima, ma lei non lascerà mai noi.»

Vorrei stringerli a me a uno a uno, rassicurarli che tutto è finito, ma è giusto che loro sappiano. Prendo coraggio gli confesso le informazioni che mi sono state date: «Dopodomani partirà un altro aereo con una bomba ancora più devastante.»

«Che cosa vogliono fare? Radere al suolo un intero paese?» Van Kirk adesso sembra quasi supplicarmi.
«Ricordatevelo bene: tutti rispondiamo a delle regole, qualunque sia il ruolo ricoperto, non importa se soldati o dei semplici civili. Questo è quello che noi abbiamo fatto».