Paolo Cabutto

Foto.jpg

Paolo Cabutto nasce a Bra (Cuneo) l’01/10/1984. Lettore vorace, nel 2013 la sua passione per la lettura trova sfogo nella scrittura dei primi racconti. Nel 2016 arrivano le prime pubblicazioni ufficiali in svariate antologie (Alcheringa Edizioni, Historica Edizioni, Letteratura Horror.it, Sad Dog Project). Dal 2015 è uno degli amministratori del blog culturale Blog con Vista. Nel 2017 è prevista la pubblicazione della sua prima raccolta di racconti con Talos Edizioni.


ONDE OBLIQUE

Il legno umido dei barilotti di vino emanava un odore stantio e acre che pizzicava le narici. Una muffa verdastra ricopriva gli angoli bui della stiva e lo zampettare dei topi sulle assi di legno provocava un suono stridulo e disgustoso. Albert era rannicchiato contro la parete, le gambe incrociate e la testa posata pigramente su di una mano, in un atteggiamento di tedio.
Ormai era un mese che erano salpati alla ricerca di quell’isola e nonostante le preghiere, divenute ogni giorno più insistenti, il capitano ancora non gli aveva permesso di lasciare la stiva. Un paio di volte al giorno veniva un marinaio a portargli i pasti, che Albert divorava avidamente, e tre volte alla settimana veniva scortato in una cabina adiacente dove lo stesso capitano, avendo qualche rudimento di medicina, lo visitava. Continuavano a ripetergli che era malato e che non poteva assolutamente lasciare la stanza dove alloggiava ma che, con il passare del tempo, se avesse fatto progressi, sarebbe potuto uscire accompagnato da qualcuno.
La nave sulla quale viaggiava era davvero singolare: il capitano era piuttosto anziano e non aveva assolutamente l’aria di un lupo di mare e, cosa sbalorditiva, tra la ciurma erano presenti anche parecchie donne. Grande appassionato di racconti marinareschi sin dalla più giovane età, Albert non aveva mai letto di marinai di sesso femminile.
D’altronde non era stato a lui scegliere di imbarcarsi proprio su quel veliero. Era accaduto tutto in fretta, forse troppo. Dopo l’improvvisa morte della madre, Albert era stato condotto da un paio di gendarmi in una caserma fredda e squallida, in cui aveva passato i giorni e le notti più spaventose che avesse mai vissuto. Lo avevano visitato svariate volte, dopodiché l’avevano accompagnato quasi a forza sull’imbarcazione, rinchiudendolo con suo profondo sgomento nella stiva.
Gli era stato spiegato che era affetto da una grave malattia e che, per salvarlo, avrebbero intrapreso un lungo viaggio, che sarebbe potuto durare mesi come anni interi, alla ricerca di un mondo nuovo. Un mondo in cui Albert sarebbe tornato a essere se stesso e che avrebbe curato il disordine che regnava dentro di lui.
Nella sua mente eccitata la meta si era trasformata in un’isola tropicale dalla fitta vegetazione e lambita da un mare cristallino. Un’isola che sarebbe stata intitolata a lui in suo onore, dove avrebbe potuto ricominciare una nuova vita, lasciandosi alle spalle la sua esistenza tormentata.
Aveva accettato di buon grado quanto gli era stato detto, aiutato dal buco nero in cui si era trasformata la sua mente. L’unica cosa che riusciva a ricordare, prima della partenza verso quella destinazione ignota, era la morte di sua madre.
Così il suo cervello sconvolto non aveva faticato ad abbracciare la nuova realtà in cui era piombato, con il miraggio di quel mondo nuovo a dargli conforto e calore. Solo, non comprendeva come mai si ostinassero a considerarlo un malato, ben consapevole di avere un fisico perfetto e una mente sveglia e acuta. Quando si azzardava a domandare il perché lo tenessero rinchiuso per via della sua misteriosa malattia, non riceveva mai una risposta adeguata. Solamente giri di parole e frasi a metà.
Per un po’ di tempo aveva anche avuto un compagno, etichettato come malato anche lui, fino a quando un mattino, dopo essersi svegliato, aveva visto il giaciglio di fianco al suo vuoto. Allarmato, aveva chiesto spiegazioni, e il capitano gli aveva riferito, con viso contrito, di come fosse stato trasferito altrove dopo che la notte precedente qualcuno lo aveva colpito con un pugno in pieno volto.
Nessuno l’aveva mai apertamente ritenuto il responsabile, ma Albert in cuor suo sentiva con orrore di esserne la causa. Ma più si sforzava di riesumare quanto accaduto, più il suo cervello si rifiutava di mostrarglielo.
L’incidente venne archiviato senza farne più cenno e anche Albert catalogò il tutto come uno spiacevole episodio. Episodio che gli costò qualche notte insonne, con le braccia robuste legate e immobilizzate, e l’isolamento totale dagli altri membri dell’equipaggio.
I giorni trascorrevano lenti e monotoni, senza avvenimenti che riuscissero a smuovere il suo cuore indurito e il suo spirito schivo. Quando allungava il collo per guardare fuori dall’oblò, lo sguardo stanco non faceva altro che spaziare su di un’immensa distesa d’acqua brillante sotto il caldo sole di giugno. Mai aveva notato un lembo di terra a cui appigliarsi con tutto sé stesso per fuggire da quelle malinconiche giornate da recluso.
Non mancava di domandare al capitano quando sarebbero giunti in quel mondo tanto agognato, ma la laconica risposta era sempre la stessa: il viaggio era ancora lungo e tortuoso e non vi erano previsioni esatte circa l’arrivo. Tutto era come avvolto in un’aura di mistero e di silenzio, che non faceva altro che provocare in Albert angoscia e irritazione.
Durante quegli eterni trenta giorni, così scialbi di emozioni, solamente un incubo era riuscito a far riemergere dalla sua coscienza qualcosa di vivo, riportandolo per qualche minuto alla sua condizione di essere umano.
Quella notte imperversava una tempesta spaventosa: onde gigantesche si infrangevano con violenza inaudita contro la prua e tuoni, che sembravano annunciare la fine del mondo, rimbombavano con fragore terrificante. Albert non aveva mai avuto paura dei temporali, ma quella sera era attraversato da un’inquietudine strisciante che serpeggiava lungo tutta la spina dorsale.
Era così sprofondato in un sonno agitato e popolato da ombre dai contorni strani e minacciosi, quando il frastuono assordante di un tuono lo aveva strappato dalle scarne braccia di Morfeo e i suoi occhi si erano spalancati nell’oscurità assoluta. Gli era sembrato di fluttuare nello spazio siderale, inghiottito in un enorme buco nero.
Era sceso dal letto con passo malfermo, allungando le braccia davanti a sé in un cieco tentativo di non urtare contro i pochi mobili sparsi per la stanza. In un’atmosfera irreale, era riuscito a raggiungere l’oblò. Doveva ad ogni costo guardare fuori, per sincerarsi di trovarsi ancora in mezzo all’oceano e non essere sprofondato nel suo subconscio. Il rollio ritmico della nave non bastava a confermarglielo: doveva guardare il mare con i propri occhi.
Quando le sue pupille dilatate avevano puntato fuori dal finestrino, il nulla più totale si era spalancato di fronte a lui. Un urlo disperato stava lottando nella gola per poter uscire, quando una luce illuminò le onde che galoppavano serene attorno all’imbarcazione. La tempesta doveva essere cessata e qualcuno aveva acceso una luce sul ponte.
Notevolmente tranquillizzato, Albert stava per risprofondare nel dormiveglia, quando notò qualcuno che si agitava freneticamente sulla superficie dell’acqua. Dai lunghi capelli fradici che si appiccicavano sulla fronte, intuì trattarsi di una donna. Cercava con drammatica tenacia di tornare a galla, ma più i suoi sforzi aumentavano, più risultavano vani.
Era uno spettacolo penoso e agghiacciante, ma l’orrore che provò fu sconfinato: la donna che stava morendo davanti a lui era sua madre. Quel paio di occhi spalancati che lo fissavano implorando pietà non potevano appartenere a nessun altro. Questa volta il grido si fece spazio tra le corde vocali per esplodere con violenza inaudita.
Immediatamente accorsero trafelati due membri dell’equipaggio, tentando inutilmente di tranquillizzarlo. Il terrore che aveva invaso come un liquido nero e viscoso la mente di Albert non poteva essere placato. Per poter controllare la sua furia, dovettero gettarlo a forza sul letto e iniettargli un calmante.
Quando si risvegliò, i ricordi di quella notte, che affioravano dalla sua coscienza in minuscoli frammenti, erano talmente confusi, che Albert credette di aver sognato. Anche se il sospetto e la sottile inquietudine che in realtà avesse davvero visto il volto della madre tra le onde, continuarono ad accompagnarlo per diversi giorni.
Ormai il desiderio di raggiungere la terra ferma, accogliere l’aria fresca e frizzante del primo mattino e posare gli occhi sul sole che nasce timido sulla linea dell’orizzonte, era diventato insopportabile. La perenne cattività in cui era stato rinchiuso il suo essere, stava agendo in modo deleterio sul suo cervello.
Gli era parso più di una volta di scorgere medici e infermieri aggirarsi furtivi tra i corridoi della nave, pur essendo perfettamente a conoscenza che sull’imbarcazione, oltre al capitano e all’equipaggio, non fosse presente nessun altro. Insieme alla vista, anche l’udito gli giocava brutti scherzi: sempre più spesso la notte udiva urla e lamenti provenire dalle cabine adiacenti alla sua. Grida che appartenevano a uomini malati e che stavano soffrendo le pene dell’inferno.
Nonostante la sua ferma volontà di aggrapparsi con forza alla realtà e scacciare dalla mente quelle immonde fantasie, man mano che il tempo trascorreva, Albert si convinceva sempre di più di essere parte di qualche orribile esperimento condotto sugli esseri umani. L’illusione del nuovo mondo era stato solamente un sedativo per rendergli sopportabile il viaggio e la menzogna sulla sua malattia un pretesto per farlo imbarcare.
Finalmente la nebbia in cui galleggiava il suo cervello si era dipanata, mostrando la verità sulla nave. Non sapeva cosa stessero cercando tramite le sperimentazioni a cui erano sottoposti gli ignari passeggeri come lui e non aveva alcuna intenzione di scoprirlo.
Quella notte sarebbe fuggito da quell’orribile veliero, prima che la sua sanità mentale venisse spazzata via da ciò a cui quegli uomini lo stavano sottoponendo.
Come ogni nave, anche questa aveva una scialuppa di salvataggio. Raggiungerla non sarebbe stato semplice, ma la morte non lo spaventava. L’unica cosa che contava era scappare da quel carcere galleggiante.
Tra poco sarebbe arrivato il solito marinaio a portare la cena e a ritirare il vassoio del pranzo. Albert lo impugnò saldamente e si appostò di fianco all’entrata della stiva. Il cuore sembrava quasi volesse sfondare la cassa toracica e il respiro si era fatto pesante e concitato. Chiuse gli occhi e attese il rumore cigolante della porta che si apriva.
Trascorsero minuti interminabili, resi ancora più lunghi dal caldo soffocante che impregnava la stanza.
Le orecchie di Albert si drizzarono, quando udirono dei passi fuori dall’uscio. Una mano si era posata sulla maniglia e una voce baritonale stava annunciando la cena. Non appena mise piede nella camera, l’uomo fu colpito in pieno volto dal vassoio, provocando un suono secco e rimbombante.
Fortunatamente il marinaio non aveva avuto tempo di urlare, cadendo privo di sensi ai piedi di Albert. Nonostante nessuno avesse udito i rumori della colluttazione, non era prudente uscire: i minuti che precedevano la cena vedevano uomini indaffarati aggirarsi senza sosta tra i corridoi.
Dopo aver trascinato il corpo inerte nell’angolo della stanza maggiormente riparato, Albert contò mentalmente i minuti che lo separavano dalla libertà. Non appena udì scemare i rumori provenienti dal corridoio, si arrischiò a sbirciare fuori dalla porta. La via era libera.
Doveva risalire sul ponte e calarsi con la scialuppa nell’oceano. Era ben consapevole dell’azzardo a cui stava andando incontro, ma la volontà di tornare a vivere un’esistenza piena e reale era un richiamo impossibile da ignorare.
Armato soltanto del vassoio e del coltello dalla punta smussata che usava per cenare, si avviò con passo malfermo lungo il corridoio disseminato di stanze. Il suo sguardo incrociò una porta socchiusa dove si avvicinò sbirciando con sospetto: intravide il volto smarrito e stupito di un uomo legato al proprio giaciglio e rinchiuso in quelle camere senza possibilità di uscita. Ormai ogni dubbio era stato spazzato via: su quella nave venivano eseguiti chissà quali aberranti esperimenti sugli esseri umani.
Non aveva fatto in tempo a formulare tale pensiero, che un paio di marinai spuntarono sul fondo del corridoio. La sorpresa che traspariva dai loro occhi si trasformò in sgomento e paura quando notarono che l’individuo che avevano di fronte era Albert. Lo temevano, questo era certo.
Iniziarono ad intimargli di tornare nella sua stanza, altrimenti avrebbero chiamato il capitano che, volente o nolente, lo avrebbe fatto ragionare. Albert sogghignò mutando il proprio volto in un’orribile maschera stravolta dall’odio.
Con uno scatto improvviso, lanciò il vassoio contro uno dei due marinai, colpendolo in pieno petto. L’uomo emise un grido strozzato e cadde in ginocchio, tenendosi lo stomaco con entrambe le mani in un scoppio di dolore.
Stava per avventarsi contro l’altro membro dell’equipaggio, quando alle sue spalle comparvero il capitano insieme ad altri due uomini. Era circondato e, per quanto avesse lottato, poteva soltanto soccombere.
C’era un’unica opportunità per uscire da quell’inferno, anche se equivaleva a morte sicura. Ma avrebbe accolto con gioia il freddo abbraccio della morte, piuttosto che restare un secondo di più in quel penitenziario marino.
Un oblò spalancato si trovava sulla destra a pochi metri da lui ed era abbastanza grande perché un corpo potesse attraversarlo. Senza riflettere, si gettò a capofitto contro quell’assurda e mortale via d’uscita. Un passaggio diretto verso l’oblio.
Le urla degli uomini dietro di lui gli arrivarono come echi lontani e privi di senso. Tutto il suo essere era concentrato nella febbrile attesa dell’impatto con l’acqua. Ma ciò che il suo corpo incontrò fu sconvolgente: il petto e le braccia tese urtarono contro qualcosa di duro e morbido nello stesso tempo. Qualcosa di umido gli solleticava la pelle.
Con una mano strappò un ciuffo d’erba fradicio. Voltò la testa in un ultimo, incredibile sforzo e ciò che si ergeva alle sue spalle lo lasciò senza fiato.
Un’enorme costruzione di cemento di stagliava dietro di lui e dalle finestre aperte il capitano vestito con un camice bianco lo fissava allarmato. Dopodiché l’oscurità lo avvolse nelle sue torbide spire e fu come se qualcuno avesse spento un interruttore all’interno del suo cervello.

Onde pigre lambivano lentamente le sue membra sprofondate nella sabbia morbida. Un sole cocente picchiava i suoi raggi con violenza sulla lussureggiante vegetazione che lo attorniava.
Albert aprì gli occhi intorpiditi dal sonno e adagio mise a fuoco un paesaggio caraibico. Si alzò sulle gambe tremanti, con lo sguardo che spaziava sorpreso ed estasiato lungo l’isola.
Finalmente aveva raggiunto il nuovo mondo. Le eterne giornate di prigionia a guardare speranzoso l’oceano erano state ripagate. Aveva tagliato il traguardo e ora la sua nuova vita poteva avere inizio.
Stava per avventurarsi all’interno della boscaglia, quando un’ombra fece capolino dalla foresta. Subito i suoi occhi accecati dai riflessi del sole non riuscirono a focalizzare chi avevano davanti ma, dopo pochi secondi, si materializzò la sagoma imperiosa e severa di sua madre.
Albert rimase senza fiato. Il respiro gli si mozzò in gola e le gambe cedettero, facendolo cadere in ginocchio sulla sabbia rovente.
La pelle della donna era di un pallore irreale e il suo corpo era ricoperto da un lungo sudario nero. Si avvicinò a piccoli passi verso il figlio e, stringendogli il volto tra le mani, gli sussurrò «Ora ricordi tutto».
Come un lampo che squarciava in due un limpido cielo d’estate, la consapevolezza invase la mente di Albert. Rivide le immagini confuse di quella notte, le urla e le parole d’odio che saettavano impazzite nella stanza, i quadri che si infrangevano in mille pezzi, il luccichio della lama del coltello, la pozza rossa e viscosa che si era formata ai piedi del corpo senza vita della madre, la rabbia che lentamente si trasformava in rimorso e disperazione.
Poi la polizia, la corsa disperata in ospedale per salvare inutilmente la vita stroncata della donna che lui aveva ucciso, la galera, il processo e la reclusione nell’istituto psichiatrico.
Tutto era stato stravolto e deformato da quell’inutile fantasia, originata dal suo animo ancora infantile e dalle storie di pirati che da piccolo amava ascoltare dalla bocca della madre. Così l’ospedale si era tramutato in un vascello, il primario in un vecchio lupo di mare e gli infermieri nel suo equipaggio.
Un meccanismo di autodifesa che il suo cervello sconvolto e colpevole aveva escogitato per mitigare lo shock che lo aveva colpito come un pugno in pieno volto. Tanto che con il passare dei giorni tutto il suo essere aveva finito per crederci: lui non era più Alberto ma Albert, un uomo che aveva perduto la memoria e che aveva intrapreso un lungo viaggio alla scoperta di un mondo nuovo.
Un gioco sadico e illusorio che era stato tacitamente approvato dal medico, convinto che lo avrebbe aiutato ad accettare l’orribile gesto di cui si erano macchiate le sue mani. Il viaggio altro non rappresentava che il processo di assimilazione e rielaborazione che la sua mente portava avanti con costanza e determinazione, giorno dopo giorno.
Alberto aprì gli occhi, questa volta per davvero. Il braccio e la gamba sinistra era ingessati e le narici erano collegati a minuscoli tubicini. Sarebbe sopravvissuto, su questo non c’erano dubbi.
Ormai aveva superato la prova più difficile: aveva raggiunto il suo nuovo mondo. Un mondo in cui avrebbe convissuto per sempre con il proprio rimorso, accettando la terrificante verità che lo avrebbe accompagnato in eterno come un marchio indelebile: non era nient’altro che un miserabile assassino.