Rachele Salvini

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Mi chiamo Rachele Salvini, ho ventitré anni e studio Scrittura Creativa a Londra. Scrivo sia in Italiano che in Inglese.


ZIGGY

Era cominciato tutto da una signora sui sessant’anni che lo aveva superato a grandi passi sul marciapiede.
Lui l’aveva studiata per un pezzo – le lunghe gambe fasciate nei jeans, i capelli grigi tagliati corti, gli orrendi sneakers giallo fosforescente e poi, ovviamente, l’unico motivo per cui un quarantenne potesse soffermarsi a guardare un’anziana signora per più di due secondi. Portava una borsa di tela semplice, a tracolla. Su un lato, troneggiava la scritta che lo aveva fatto fermare nel bel mezzo di Oxford Circus. Improvvisamente, come uno stoccafisso.
God Bless David Bowie.
I clacson, il chiacchiericcio e i rumori della vecchia Oxford Street sembravano voler metter su un bel concerto di dignità che distogliesse l’attenzione dalle condizioni di Josh. Era sbronzo alle dieci di mattina. Sbatté le palpebre un paio di secondi, prima che God Bless David Bowie sparisse tra la gente. Evening Standard!, gridava il tipo all’entrata della metro.
Lui rimase impalato e lo ripeté di nuovo tra sé e sé. God Bless David Bowie.
Perché diavolo gli veniva da piagnucolare ora? Per David Bowie? Sul serio? Magari c’erano altri motivi più seri. Per esempio, che fosse un uomo di quarant’anni e stesse arrancando per la via, completamente sbronzo. O forse perché aveva lasciato il suo master in fotogiornalismo e ora non aveva idea di che fare nella vita. O perché le verdure che aveva in frigo erano tutte scadute e doveva scegliere se prendere un hamburger ora e non pranzare il giorno dopo.
Probabilmente erano tutte queste. Non aveva neanche mai pensato a David Bowie come un artista per cui si potesse piangere. Se ascoltavi Bob Dylan o Johnny Cash, piangevi. Non David Bowie. Fatta eccezione per qualcosa, certo. Ma David Bowie in toto… no. David Bowie no. Era immortale, lui. Pensavi scomparisse per un po’, e invece bam!, rispuntava attraverso forme inconcepibili per un cervello come tutti gli altri. Come una fenice dalle piume brillanti, rinata dalle ceneri di vecchie idee.
Josh tirò su col naso e cercò di ricomporsi – si sistemò il cappello in testa, si asciugò gli occhi con la manica e s’infilò nel suo tunnel invisibile.
Lo chiamava così. Tutti quelli che camminavano in Oxford Street avevano il proprio tunnel invisibile. Te ne costruivi uno lungo il cammino, e se in un tunnel vero dovevi stare attento a non sbattere contro le pareti o contro le auto che venivano dalla direzione opposta, qui ti trovavi in mezzo alla gente in corsa – ma eri comunque solo.
Lui cercò di cambiare argomento, di pensare ad altro. Gli succedeva spesso, ultimamente – di solito la gente si trovava a tergiversare quando arrivava a parlare di argomenti scomodi, roba che non avrebbe portato a nulla di buono. Ecco. Più o meno era lo stesso che doveva fare lui quando pensava a come rimettere in piedi la sua vita dopo quello che era successo alla sua famiglia. Aveva bisogno di capire chi volesse essere e cosa volesse fare. Anche se non avrebbe mai pensato di doverlo fare a quarant’anni.
Quindi, quando i pensieri prendevano sentieri un po’ troppo pericolosi, Josh cambiava semplicemente argomento. Pensava all’Arsenal o al culo di Emma Watson, argomenti che lo stancavano di rado.
Ma a Londra tutto ti ricordava di dover cambiare, di dover essere fluido. I giornali e le pubblicità nei vagoni della metro ti consigliavano sempre di saperti reinventare. Com’era possibile reinventarsi alla sua età? Ci aveva provato, col master. Si era trovato seduto vicino a ventiduenni che avevano appena finito la triennale e sognavano ancora. Volevano lavorare per il Guardian, per l’Independent. Lui sapeva che, su una classe di quindici persone, forse uno o al massimo due avrebbero avuto un momento di gloria.
Lui pensava di averne avuti, ma da giovane aveva anche pensato che ne avrebbe avuti molti di più. Aveva scritto qualche pezzo per Time Out London. Poi NME. Ed era arrivato addirittura ad un paio di articoli sul Daily Mail. Ma la cosa era finita lì. Probabilmente non aveva talento, punto e basta.

Josh sapeva che qualcuno, probabilmente, lo stava guardando male. Praticamente barcollava con aria stravolta nel mezzo di una delle strade più affollate di Londra. Era ubriaco al mattino, proprio come un barbone. E aveva sbattuto un paio di volte con gente che gli aveva sibilato (sempre politely, come tutti i britannici che si rispettino) di andarsene al diavolo.
Lui guardò dritto davanti a sé. Doveva attraversare la strada o girare in Regent Street. Poco importava, comunque. Erano solo vie enormi, piene di negozi tutti uguali. Spirali di niente. Gli stessi che avresti trovato in un qualsiasi centro commerciale nel bel mezzo dell’Iowa – con la stessa roba in vendita e gli stessi sorrisi ebeti delle commesse. Perché diavolo stai pensando cose così deprimenti, si rimproverò in un lampo di lucidità. Sei un deficiente ubriaco. Dovresti pensare a rimettere in ordine la tua vita, non a queste idiozie. Non a fare il solito polemico.
Doveva pensare a ricostruire la sua storia. Ne aveva tante, un tempo. Come quando aveva incontrato per strada Noel Gallagher, gli aveva chiesto se potesse rispondere ad un paio di domande veloci per il suo progetto sul marketing distruttivo (ovviamente se l’era inventato lì per lì per potergli parlare), e lui lo aveva liquidato con un sparisci.
Lui gli aveva fatto un po’ di foto da dietro e lo aveva presentato sul serio come progetto universitario, scrivendo un testo su quanto la cattiveria dei personaggi dello spettacolo li renda spesso ancora più affascinanti. Aveva preso pure un bel voto.
Oppure c’era quella storia della ragazza con metà testa viola e metà azzurra, che aveva conosciuto in un pub di Camden. Gli aveva detto che andava in bagno e sarebbe tornata subito e non l’aveva mai più rivista, se non molto tempo dopo, in metropolitana, con una vecchia t-shirt degli Strokes e un occhio nero. Le aveva rivolto la parola, e lei gli aveva sibilato fottiti, pervertito.
Chissà chi era. Chissà qual era la sua storia.
Josh pensava di averne costruita una propria, con la calma e la pazienza di un uomo che sapeva di dover sacrificare almeno una parte della propria carriera e delle proprie ambizioni per permettersi di avere una famiglia. Poi ovviamente era riuscito a mandare tutto a quel paese, come più o meno con ogni aspetto della sua vita.
Non riusciva a formulare un pensiero chiaro e logico su quanto fosse successo. Aveva immagini confuse in testa, immagini che lo costringevano a svegliarsi improvvisamente e a rigirarsi sul cuscino per ore. Immagini che lo colpivano come schiaffi sulla nuca mentre era in metropolitana o beveva un caffè da Costa osservando i passanti.
Unghie laccate di turchese che gli afferravano il trench, supplicandolo di non andarsene. Dita tremanti che gli passavano valigie color cioccolato dalle fibbie arrugginite. La soglia della porta di casa, nella casetta del Kent dove aveva vissuto per anni con Marcia.
Josh si fermò sul marciapiede, aspettando che il semaforo diventasse verde. I ricordi gli turbinavano in testa e il rumore di un trapano da qualche parte in fondo alla strada non migliorava le cose.
Lui non aveva più una storia. Solo immagini confuse. E il master che aveva intrapreso, nonostante l’età troppo avanzata (la professoressa di fotografia aveva almeno dieci anni meno di lui), doveva essere un modo per riscattarsi. O almeno, questa era la favoletta che gli piaceva raccontare. Era troppo cinico per non rendersi conto che un master in fotogiornalismo era solo un modo come un altro per arricchire il suo scarso curriculum accademico.
Ecco perché aveva abbandonato. Non c’era bisogno di una laurea per essere bravi a raccontare storie. Ci voleva talento, oltre che passione, e lui di talento non ne aveva. Era solo capace di mandarle al diavolo, le storie. La sua vita ne era un perfetto esempio.

Ogni tanto provava a farsi forza, a leggere qualche guida su come parlare di storie vere in modo creativo, come coinvolgere i lettori e farsi finalmente ascoltare. In fondo, alle persone piacciono le storie. Era dai tempi dei tempi che in assenza di tv, cinema e computer, la gente si riuniva intorno alla vecchia nonna ad ascoltare una storia. A chi non piace ascoltare storie, d’altronde? Non importa neanche che finiscano bene o male, l’importante è averne sempre una in serbo. Lui lo sapeva. Era per questo che aveva deciso di studiare fotogiornalismo. Raccontare storie attraverso parole e immagini: l’aveva fatto per tutta la vita. Sin da quando era piccolo, ritagliava foto dai giornali, filmava la gente, ascoltava gli atri. Registrava suo nonno mentre parlava della guerra.
E poi aveva cominciato a parlare di storie avvenute, di attualità. Con le sue foto e i suoi progetti.
Attraversò la strada. Era rimasto appoggiato al pulsante per attivare il semaforo, con l’ormai familiare rimescolio nello stomaco. Un tizio lo aveva malamente spinto via dopo aver ringhiato qualcosa del tipo bloody idiot.
Ora lui aveva abbandonato il master e non aveva idea di cosa fare. Hai fatto un errore strategico, si disse. Dovevi pensarci prima.
Ma la domanda persisteva. Che cosa avrebbe fatto? Dove doveva andare? Perché diavolo l’aveva fatto? E soprattutto, che storie avrebbe raccontato?
Sapeva che forse era proprio quello, il problema. Si fermò per l’ennesima volta in mezzo al marciapiede per guardarsi intorno. Sì. Era quello. Tutti intorno a lui avevano una storia da raccontare. Tutti. Le facce passavano una dopo l’altra, non si fermavano mai. Ogni ruga, ogni acconciatura, ogni sguardo e ogni espressione dicevano qualcosa. E lui? Lui che storia aveva, ormai? Che cosa avrebbero pensato tutti loro dei suoi capelli color topo, dei suoi occhi scuri e stanchi e del suo trench beige tutto consumato? Niente. Assolutamente niente. Non sarebbe venuto fuori un bel nulla. Lui non aveva più una storia.
Aveva passato la vita a registrare, raccontare, fotografare le vite degli altri. Aveva la testa piena di vicende, episodi, avvenimenti, ma non ne aveva uno per sé. O meglio, ne aveva, ma non sapeva come raccontarla. Erano solo immagini confuse, sbiadite. Non si era mai neanche fermato a domandarsi come fosse potuto succedere. A come si fosse sviluppata la concatenazione degli eventi, alla causa-effetto che aveva portato alla rottura della sua famiglia. Non sapeva come aveva potuto trovarsi, in poche settimane, completamente tagliato fuori dalla sua stessa vita. La mattina non beveva più il caffè guardando i rami degli alberi accarezzarsi al vento. Vedeva solo i giornali nella sua stanzetta londinese accatastarsi e ingiallire come foglie secche. Li aveva calpestati fingendo di non sentirli accartocciarsi.
La nausea gli aveva solleticato la gola ogni volta in cui aveva provato a spiegarsi, a parlare con Marcia. Ma anche le parole di lei erano solo frammenti. Non era una frase intera. Erano parole sconnesse.
E Josh non era quei frammenti. Non si era sentito padrone di sé stesso, quando aveva socchiuso gli occhi ascoltando la vocetta di sua figlia parlargli del regalo di compleanno del nuovo compagno di Marcia.
Sentì un groppo alla gola e cominciò a camminare ancora più spedito tra la gente. Non sapeva perché, ma d’altro canto era ubriaco. Iniziò a correre, con Dollar Days di Bowie che pulsava in testa. Era morto.
Persino lui che aveva sempre una nuova storia, un nuovo sé da raccontare, non c’era più adesso. Fine delle storie. Esaurite.
Anche se di solito non gli piaceva camminare velocemente – non riusciva a registrare tutti i dettagli che gli parlavano del luogo in questione e che avrebbe potuto usare per eventuali progetti e articoli, non riuscì a fermarsi. Superò negozi, turisti e uomini d’affari con lo sguardo abbassato sui telefoni. Londra pulsava intorno a lui.
Non rallentò finché non si rese conto che tutti i camminatori dei tunnel invisibili non erano più i soliti camminatori dei tunnel invisibili.
Cominciò a fermarsi, a bocca aperta. Era ancora ubriaco.
Com’è possibile, pensò. Non è vero.
I camminatori dei tunnel avevano cambiato aspetto.
Tutta la gente era David Bowie.
Spalancò gli occhi. Vide almeno cinque Ziggy e una dozzina di Duchi. E poi Hunky Dory. E poi il David vecchio e stanco dell’ultimo disco. E…
Era circondato da David Bowie in giacca e cravatta che guardavano l’orologio. Altri erano turisti obesi. Altri, il Duca nei panni di ragazzine intente a scattare selfie.
Non riusciva più a muoversi, e il rimescolio si faceva sempre più forte.
Tutti erano David Bowie. Tutti avevano una storia. Tutti.
Boccheggiò, col cuore che andava a mille e le dita che tremavano. Non aveva idea di cosa fare. avrebbe voluto avere la sua macchina fotografica per immortalare il tutto. Era quello che doveva fare.
Preso dalla foga, tolse lo zaino da una spalla spingendolo davanti al viso. Slacciò la cinghia come un forsennato, afferrò la macchina, regolò l’obiettivo e l’alzò davanti agli occhi, ma i David Bowie erano spariti.
Si fermò per una manciata di secondi, con la macchina a mezz’aria. Poi l’abbassò, lentamente. Era vero. Non c’era neanche più uno Ziggy.
Sentì un lieve giramento di testa e si guardò intorno. Chissà cosa stavano pensando tutti di lui. Sentì la birra risalirgli per la gola e cercò di avvicinarsi alla parete di Marks & Spencer per evitare di vomitare davanti a tutti.
Era stata solo un’allucinazione dovuta all’alcol, si disse. Con la macchina ancora in mano, arrancò fino alla vetrina. Una signora corpulenta stava ammirando degli scialli di pelliccia verde acido. I manichini incombevano su di lui.
Stava quasi per chinarsi a vomitare, quando si fermò di scatto. Nel riflesso aveva visto qualcos’altro.
Alzò lentamente la testa e tornò a guardare la vetrina. Il suo sguardo corse lungo i capelli tagliati a spazzola, gli occhi scuri, le labbra sottili e il lieve strato di barba. Sorrise al suo stesso riflesso.
La sua fronte era spaccata in due da una grande saetta rosso fuoco.