Rosaria Sorrentino

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Rosaria Sorrentino. Nata in Svizzera il 14/07/1980. Attualmente risiede a Roma. Sebbene si sia formata attraverso studi di ben altra natura, le è sempre piaciuto giocare con le parole per immortalare sensazioni che, in altro modo, sarebbero andate perdute. Il racconto è il suo campo di gioco.


LA PREPOTENZA DEL SOLE

In quei giorni alloggiavo, per mere incombenze lavorative, in una casa non mia.
Tengo a precisare che detesto profondamente dormire, cibarmi o lavarmi, in un letto, in una cucina o in un bagno che non siano, rispettivamente, il mio letto, la mia cucina o il mio bagno.
Un odio che ha ben poco a che fare con la mia età. Sono sempre stato così. Dal primo vagito. O giù di li.
Ad ogni modo, nonostante il mio corredo genetico poco incline alle influenze ambientali, mi adattai bene al nuovo alloggio.
Ogni uomo di senno, alla fine, seppur alla fine, si adatta.
E’ proprio in tal modo che un numero incalcolabile di esseri umani lo ha perduto, il senno.
A Maria, la governate che in quei giorni si prendeva cura della casa e di me, non pareva importare un granché di cosa, o di chi, avessero perso i vari gentiluomini o le varie gentildonne, intenti o intente in rocamboleschi adattamenti. Affatto.
A lei pareva interessare, almeno nei primissimi giorni della nostra conoscenza, la preparazione del caffè perfetto. Del caffè ariano. Del caffè dei caffè.
In altro modo, infatti, non si poteva spiegare l’aroma che allo scoccare preciso di ogni ora abbandonava la cucina per invadere la casa. Tutta. E le mie narici. Entrambe.
O il conseguimento del caffè perfetto, per intensità e gusto, o una sonnolenza atavica, che urlava giustizia da qualche remoto anfratto del suo albero genealogico. Null’altro avrebbe potuto spiegare questa ossessione, nera e bollente.
A me, predisposto per natura a una particolare esaltazione dei nervi, bastava sentirne l’aroma partire blando dalla cucina, per figurarmi intere notti in cui avrei venduto l’anima a chiunque, non solo al re dei bassifondi, per miseri cinque minuti di sonno.
Per fortuna non fu necessario arrivare a questi estremi.
Per fortuna.
Nessun uomo vorrebbe mai sapere quanto reale valore di acquisto possiede la sua anima. Soprattutto in questo mercato. Soprattutto di questi tempi.
La noia del lavoro e la conseguente stanchezza mentale e morale mi salvarono dal firmare diabolici contratti o, peggio ancora, dallo scoprire che non possedevo le qualità per farlo.
Maria, comunque, guarì dalla sua ossessione nera e bollente in appena due giorni.
O l’esperimento era, finalmente, riuscito o giustizia era, finalmente, fatta.
Ci si avvicinava alla bella stagione, allora. E i giorni, per un anticipo delle albe e un ritardo dei tramonti, apparivano più lunghi.
Ho sempre temuto i cambi stagionali, sia in un senso sia nell’altro.
Il mio corpo e la mia mente hanno appena sotterrato l’ascia di guerra quando tutto cambia nuovamente e tocca dissotterrare quello che fino a un attimo prima si era sotterrato.
Un lavoraccio.
Alla bella stagione ad ogni modo, e secondo il mio personalissimo parere anche a quella brutta, non importava un accidenti delle mie turbe mentali e annunciava il suo arrivo con uno sfavillio di aria frizzantina, floreali profumi e ormonali turbamenti.
Per lo meno aveva il buon cuore di annunciarsi. Buon cuore che, evidentemente, mancava a Maria. Mancanza che la portava a comparirmi di fronte all’improvviso, senza il minimo rumore di passi, frusciare di gonne, spostarsi dell’aria. Nulla. Maria non si faceva annunciare. Lei arrivava e basta. O meglio, arrivava la sua voce, seguita da un mio leggero spavento.
“Ha bisogno di qualcosa?”
Ecco la voce non annunciata, ecco il mio surrene che prontamente mette in allerta tutto e tutti, ecco il mio cuore che fugge. Alzo gli occhi dalle scartoffie che mi tengono segregato a questa sedia.
“Avrei bisogno, Cara Maria, di un sonaglio, e che questo sonaglio sia legato dolcemente, così da non procurarle né fastidio né male, a una delle sue caviglie. Vorrei evitare una mia precoce dipartita a causa di un collasso cardiaco. Sono un uomo di una certa età e lei pare dimenticarlo troppo spesso”.
Sorrideva, Maria, e con l’espressione di chi conosce il suo potere di gatta silenziosa, e per questo pericolosa sopra ogni immaginazione, rispondeva: “Ha bisogno di qualcos’altro?”.
Ero io adesso a sorridere, conscio che di fronte ad una strega rimangono ben poche cose da fare. Sorridere è una di queste.
Mentre prendevo domicilio, prima, e residenza, poi, su quella maledettissima sedia, l’interesse di Maria si spostò dal caffè ai fiori.
In meno di un giorno, in una mattinata per l’esattezza, riempì l’unico balcone della casa di una specie di solanum, caratterizzata da piccoli e perfetti fiori bianchi.
Quando la incontrai, all’ora di pranzo, le chiesi il motivo di tanta solerzia nel portare delle piante in una casa che avremmo abbandonato da lì a qualche giorno.
“Ama così tanto i fiori?” le chiesi.
“Non si tratta di amare o non amare piante o fiori. Con la bella stagione le case felici fioriscono. Quelle infelici no. Accade lo stesso alle persone”
“Io le sembro una persona felice?” finì per chiederle senza neanche rendermene conto.
“Lo sono io per entrambi”
Guardai la sua caviglia. Nessun sonaglio. Non replicai. D’altronde i suoi passi da fantasma avrebbero potuto uccidermi da un momento all’altro.
“Inoltre” aggiunse “sarebbe un peccato non rendere omaggio a tutta questa luce”.
Aveva ragione.
In quella settimana, tanto durò il mio soggiorno, il sole diede spettacolo di sé.
Brillava senza vergogna. Perché, poi, vergognarsi? Se si può brillare che lo si faccia. E’ una vergogna poterlo fare e permettere alle circostanze, agli altri, alla vita in definitiva, di farci apparire, nella migliore delle ipotesi, o diventare, nella peggiore, dei miseri cerini zuppi d’acqua.
In quella settimana, tanto durò il mio soggiorno, il sole se ne fregò delle persiane di legno verniciate di verde, degli ombrellini, delle pelli ancora provate dal lungo inverno, degli occhi socchiusi, delle tende. Il sole se ne fregò tanto dei cappelli dei gentiluomini quanto di quelli delle gentildonne.
In quella settimana Maria non mi uccise. E neanche il sole.


PRIMO PIANO

La mia memoria si è sempre rifiutata di immagazzinare futili informazioni, o meglio, si è sempre rifiutata di immagazzinare tutte quelle informazioni che lei ritiene siano futili.
“Lo spazio è poco e la vita troppo densa” dice.
Per cui l’ubicazione delle chiavi, la scadenza delle bollette, le date di nascita, non sono questioni che le competono.
“In un’altra vita, forse, ti sarà concessa una memoria più assennata” dice “ma in questa ti sono toccata io in sorte e visto che il creatore” continua puntando l’indice in alto “non effettua cambi neanche con scontrino alla mano, ti conviene accettarmi, e accettarti, con stoica rassegnazione”.
Fine della discussione.
Non pensiate che, nell’intero arco di questa mia vita, non abbia provato a farle cambiare idea. Non sono mica un codardo, io. Non abbandono facilmente il campo di battaglia. Io.
A nulla sono però servite le buone maniere, a niente le cattive, e ad ancor meno di niente le suppliche accorate.
Lei, con l’indice perennemente puntato verso il cielo da oltre trent’anni, si difende chiamando in causa la più che famosa ironia della sorte e la palese assenza di un divino ufficio reclami.
Fine della discussione, fanciullo.
Taci e accetta.
Allora depongo le armi, alzo candida bandiera bianca, abbandono la trincea e, zaino in spalla, vado a farmi un goccetto.
Sono abituato a brindare tanto alle vittorie quanto alle sconfitte. Basta che si festeggi. Cosa, è marginale.
Ricordo ancora la mia prima battaglia, e la mia prima resa.
Anno millenovecento ottantasei, prima elementare, sei strofe di infantile poesia da fissare nei miei agitati neuroni con l’unico scopo di recitarle, il lunedì successivo, di fronte all’intera classe.
Sabato, ore tredici e zero zero. Ritorno all’ovile. Pranzo leggero ma nutriente, seguito da molteplici e assolutamente infruttuosi tentativi di imparare almeno la prima delle sei strofe di cui sopra.
Ore sedici e quindici minuti. Io, dall’alto dei miei sei anni, sono ancora convinto che un dolce faccino possa intenerire anche un sasso. Lei, indice già puntato in su, mi ricorda la sua non appartenenza al regno minerale.
Ore sedici e venti minuti. Dichiarazione di guerra dal balcone della mia cameretta. Popolo in delirio. Richiamo alle armi.
Ore sedici e trenta minuti. Eserciti schierati. Squillo di tromba. Canto dei cannoni.
Ore sedici e trentacinque minuti. Armi deposte, bandiera sventolante, zaino in spalla. Vado a farmi un goccetto.
In linea con la mia età biologica, mi ritrovo seduto al tavolo della cucina davanti a una fumante cioccolata di fattura materna.
Fine della discussione.
Così, battaglia dopo battaglia, resa dopo resa, goccetto dopo goccetto, oggi, un otto dicembre qualsiasi, non ho la più pallida idea di dove siano le chiavi della macchina ma in compenso, nel caso ve ne possa importare qualcosa, posso descrivervi esattamente ogni sorriso improvviso, il tocco del vento, il profumo della pelle, il rumore del tempo che passa e ritorna, la dolcezza di un silenzio, la quiete dell’acqua che scorre.
Non ho idea di quale scadenza incombe sulla mia povera nuca ma, se mai qualcuno dovesse chiedermi di descrivere la donna che amo, non avrei alcun tentennamento.
La donna che amo ha perso la paura, come a volte succede con gli ombrelli, quando perfino la pioggia si è stancata di tutto quel cadere e cede volentieri il posto al sole.
Lei pensa che si debba perdere qualcosa per potersi ritrovare.
E nel caso la descrizione, secondo i vostri parametri, pecchi di dettagli, ricordate che ho poco spazio nella testa, una vita troppo densa, un indice puntato sempre verso l’alto e non effettuo cambi neanche con scontrino alla mano.


NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA

Sin dalla tenera età ho posseduto quella che, molto poeticamente, viene definita una fervida immaginazione e che, molto più realisticamente, mia madre definiva una preoccupante propensione alla menzogna.
D’altronde la giocosa fantasia e la franca bugia sono divise da una linea talmente sottile che può essere varcata, senza alcuno sforzo, perfino dalle innocenti gambette di un bimbo di appena sei anni.
Il problema non era la quasi perenne permanenza della mia testa tra le morbide sinuosità delle nuvole passeggere, che permetteva alla mia infantile fantasia di darsi alla pazza gioia, ma piuttosto la tendenza della suddetta testolina a portare con sé, quando richiamata sulla terra, qualche stralcio di nuvola che, con magistrale abilità mescolavo e amalgamavo con variopinti frammenti di realtà.
Trenta minuti in forno a centottanta gradi e voilà. Il pranzo era servito.
Pranzo che, molto generosamente, offrivo a chiunque, senza alcuna distinzione, sorvolando abilmente sui vari ingredienti.
Così poteva tranquillamente succedere di vedere, nel cortile della scuola, un bambino di prima elementare, circondato dagli sguardi stupiti e ammirati dei suoi compagni di classe, impegnato in una personalissima esibizione canora dei maggiori successi di Madonna (la signora Ciccone, per intenderci) utilizzando un idioma sconosciuto che, grazie alle mie precoci capacità teatrali e interpretative, ingannava magistralmente le troppo infantili e altrettanto ingenue numerose orecchie presenti.
L’inganno fu svelato a una delle temute (da me, ovviamente) riunioni con i genitori, quando la mia maestra (all’epoca una sola bastava e, credetemi, avanzava pure) alla quale i miei compagni, inconsapevoli traditori, avevano riferito la mia padronanza della lingua, chiese a mia madre dove avessi imparato l’inglese.
Il suo sguardo di fuoco, dal quale trasparivano chiare promesse di future e terribili punizioni, si posò sui miei ricci ribelli, e non sul mio viso perché i miei occhi erano momentaneamente molto impegnati ad ammirare la pavimentazione dell’aula.
Gli incontri genitori insegnanti, purtroppo, non erano le uniche occasioni in cui le mie bugie venivano svelate.
Il telefono rappresentava un ottimo surrogato delle temute (sempre o solo da me) riunioni.
Così il famoso sguardo di fuoco materno, sempre in compagnia delle altrettanto famose promesse d’imminenti e terribili punizioni, ebbe modo di posarsi sui miei ricci ribelli anche quando i miei occhi erano intenti ad ammirare la pavimentazione di casa.
Come il giorno in cui la maestra, già pronta a segnalare il caso alle autorità competenti, chiamò per avere delucidazioni sulla composizione della mia colazione mattutina che, a mio dire, era a base di latte vaccino rigorosamente scaduto. Latte scaduto che era la causa dei miei ricorrenti malesseri gastrointestinali che, a loro volta, erano la causa della mia impossibilità a recarmi alla lavagna per le varie verifiche di apprendimento.
Questi sono solo due episodi di un signore elenco che era destinato a crescere a dismisura se un giorno, durante le vacanze estive, mio padre non mi avesse proposto una passeggiata nel frutteto.
Mentre con voce calma rispondeva alle mie domande sull’identità dei vari alberi presenti, affrontò il vero scopo della nostra passeggiata:
“La mamma mi ha detto che inventi delle storie bellissime. Quando ne avrai voglia, me ne racconterai qualcuna. La fantasia è una fedele compagna e una preziosa alleata. Merita di essere rispettata, e se tu la usi per inventare delle bugie, sia quelle piccole che quelle un po’ più grandi, fai un torto non a lei ma a te. Perché, vedi, col tempo quello che tu adesso vivi come un gioco non sarà più un gioco. Diverrà abitudine e, senza che tu te ne renda conto, le bugie faranno così parte della tua vita da arrivare, un giorno, a raccontarle anche a te stesso.
Magari, all’inizio, sarà una bugia piccola piccola, mormorata mentre ti lavi il viso al mattino. Cui ne seguirà un’altra, forse il giorno seguente, mentre con distrazione versi il tuo caffè. In poco tempo ti sarai raccontato talmente tante di quelle bugie che ti sarà difficile perfino capire se sei realmente felice o se ti racconti di esserlo, e la tua felicità è l’unica cosa che io e mamma desideriamo per te, capisci?”
Avevo capito, e mio padre lo sapeva perché il suo sguardo, mentre mi parlava, non aveva incontrato i miei riccioli ribelli ma solo i miei occhi di bimbo.


RUMORE DI COCCI

Aveva deciso. Più che una decisione, una necessità. Da quell’istante si sarebbe mossa con cautela. Con estrema cautela.
Ponderare ogni passo, ponderare ogni passo, ponderare ogni passo.
Questa la nenia che ritmicamente ripeteva dentro di sé. Un canto lento, ritmico, sempre uguale a se stesso.
Le sarebbe servito per ricordarsi di ciò che comunque non avrebbe potuto mai dimenticare.
I paradossi della mente l’avevano sempre fatta sorridere e, come logica conseguenza dell’illogicità, sorrise.
Aveva stilato il suo decalogo personale.
Evitare ogni ostacolo, ogni possibile causa di caduta.
Evitare le scale, se sprovviste di corrimano.
Evitare i luoghi affollati. Per carità! Il pericolo di urti involontari ma letali sarebbe stato troppo alto. Più vicino alla certezza che alla generica possibilità.
Evitare le strade malmesse. Questo punto aveva definitivamente decretato la fine di via delle Palme, bandita in pianta stabile da ogni possibile itinerario.
Non accelerare il passo.
Non correre (superflua ridondanza).
Non farsi distrarre da nulla. Persone, vetrine, cani, gatti, bimbi, palazzi, alberi, luci, colori, sguardi, pioggia, cielo e terra. Niente.
Pensare solo a camminare. Percepire ogni muscolo. La contrazione di ogni singola fibra.
Sollevare il piede da terra con la conseguenza flessione del ginocchio. Poggiarlo al suolo.
Un suolo solido, sicuro. Eseguire la stessa manovra con l’altra gamba.
Così, brava, pensa solo a camminare.
Evitare le strisce pedonali anche se provviste di semaforo. Da quel momento il mondo sarebbe stato diviso in due: al di qua e al di là di quel fiume di cemento su cui macchine multicolori continuavano incessantemente a sfrecciare.
Un lato utopistico, irreale, irraggiungibile.
L’altro concreto, reale, tangibile.
Per tutti gli altri la terra continuava a essere una grande sfera azzurra.
Per lei una rassicurante mezza luna.
Banditi autobus, metro, tram, o qualsiasi altro mezzo di trasporto.
Avrebbe raddoppiato, se non triplicato, il tempo necessario per raggiungere qualunque luogo.
Non importava. La meta perdeva d’importanza di fronte ai molteplici pericoli del viaggio.
Arrivò al punto di pensare che forse, in fondo, la meta non valesse un rischio così grande.
Non dire sciocchezze, vada per la cautela, ma questa è vera e propria paranoia.
Ridiede dunque alla meta l’importanza che meritava, la ricollocò sul suo trono da regina, non senza uno sguardo di terrore al percorso che la divideva da essa.
Ripeté per la centesima (o millesima?) volta la sua così rassicurante nenia seguita dal suo personalissimo decalogo.
Si fermò per un istante e, solo per un istante, la follia di tutto quel teatrino la fece rabbrividire.
Per un istante soltanto.
Conosceva fin troppo bene il motivo.
Era un motivo dalle spalle larghe che reggeva perfettamente, senza battere ciglio e dare il minimo segno di stanchezza, tutto il peso di quest’apparente follia.
Sapeva che solo una parte del suo corpo che sarebbe potuta andare in frantumi e continuare, imperterrita, a battere.
Le cause? Molteplici, ma tutte accomunate dallo stesso sfondo.
Centinaia, migliaia di tele, diversi soggetti, un unico sfondo: un acuto sentire.
Un dolore così grande da farti temere che il tuo corpo non sia adatto a contenerlo nella sua interezza.
Che non sia stato progettato, costruito, assemblato, omologato e messo in commercio per poterlo sopportare.
E subentra la paura. La paura che, da un momento all’altro, quel dolore possa superare i limiti fisici imposti dalla pelle che lo riveste, frantumandola, lacerandola, annientandola ed esplodere in un urlo senza fine.
E a te quella dannata pelle serve. Dio se ti serve!
Ti serve per proteggerti dal fuori.
Per proteggere il fuori dal tuo dentro.
Il fuori dalla catastrofica immensità del tuo dentro.
Si sta già delineando netta l’immagine di un tetro manichino con brandelli di cute penzolante e lui che fa?
Lui batte.
Cocciuto. Testardo.
Non importa in quanti piccolissimi pezzi, minuscole schegge, si sia frantumato.
Lui continua col suo ritmico e dannatissimo battito.
Su quel suono bisogna concentrarsi.
Quel suono che ti fa capire che rimarrai comunque vivo.
Quel suono che in fin dei conti è solo un messaggio.
Ascoltando attentamente è possibile coglierne le singole parole, prima percepite come un confuso farfugliare, poi, man mano, sempre più chiare.
Credo che ognuno abbia il suo messaggio. Più che una certezza, un’intuizione.
Non me la son sentita di mettere su un vero e proprio sondaggio. Mi sarei dovuta attrezzare per benino. Creare un adeguato questionario, selezionare la popolazione in base a età, sesso, etnia, cultura, e nel clou dell’intervista chiedere, con la faccia più candida e seria di questo mondo: “Lei ha mai ricevuto un messaggio dal suo cuore? E se sì, può essere così gentile da riferirne il contenuto?”
Ma per favore!
Tornando a noi. Le mie, di parole, le ho sentite al risveglio in una tarda mattinata di novembre. Cristalline, prive di quel fastidioso rumore di sottofondo che fino a quel momento le aveva rese incomprensibili.
Le mie, di parole, erano un inno.
Le mie, di parole, erano: “Dammi tempo”.
Io quel tempo glielo ho concesso.
E a dirla tutta, l’altro ieri, nell’evitare di finire sul mio gatto, intento nelle sue fusa mattutine, sono finita a terra.
Un bel botto.
Che ironia.
Qui nella mia casa.
Quando avevo così bene calcolato e ponderato tutti i pericoli del mondo esterno.
E a dirla tutta, io rumore di cocci non l’ho mica sentito.


SENTITE CONDOGLIANZE

Si dice che quando la Morte decida di far visita a qualcuno il suo pungente odore impregni ogni angolo della casa per interi giorni.
Posso affermare, a cuor più che leggero, che si tratta di una colossale menzogna.
Quando sono andata a casa di mia nonna, dopo la cortese visita della signora di cui sopra, ho sentito tanti odori ma nessuno riconducibile alla morte.
Odore di caffè. Troppo dolce e troppo forte.
Odore di fiori. Troppi fiori e decisamente troppi crisantemi.
Poveri crisantemi. Che destino infausto. Solo perché Madre Natura ha deciso di farli fiorire a fine ottobre li si attribuisce un significato funesto. Pensare che basta girare un po’ più a est il mappamondo per riabilitarne l’immagine, per farlo diventare il fiore della vita e della felicità.
Odori di umani umori che le innumerevoli persone presenti nella piccola casa emanavano senza alcuna vergogna.
Perché poi vergognarsi. In fondo è l’odore della vita.
Odore di mia nonna. Di mia nonna da viva. Un odore solo suo.
Un odore che lei aveva creato e che io aspiravo a grandi boccate ogni qual volta la stringevo a me.
Ogni essere umano ha il suo particolare aroma.
Mio padre, per esempio, sa di “arbre magique”.
Da piccola non capivo come facessi a sapere, appena aperta la porta di casa al ritorno da scuola, che mio padre era finalmente tornato da uno dei suoi periodici viaggi. Per anni ho pensato di avere un particolare feeling con lui.
L’età adulta mi ha dato la ragione e rubato la magia.
Mio padre sapeva di arbre magique. Il deodorante che appendeva nella sua fiat uno rossa e che inspiegabilmente non solo deodorava la sua macchina ma ogni suo indumento, valigia o accessorio.
Mia madre, invece, sa di muschio bianco. Ancora oggi quando sento quest’odore, ancora oggi che abito a chilometri da lei, quando sento la fragranza di muschio bianco, penso che sia odore di mamma. Non solo della mia ma di tutte le mamme del mondo.
Le mamme, per me, sanno di muschio bianco.
Io però, entrando in casa di mia nonna, l’odore della morte proprio non l’ho sentito.
Mi sono avvicinata un po’ di più alla bara, pensando di esserne troppo distante.
Niente, nessun odore particolare. Solo quello rassicurante e familiare della mia nonna.
Delle sue mani rugose che cucivano i vestiti delle mie bambole o le decine di astucci per penne che periodicamente le chiedevo.
Uno lo conservo ancora nel terzo cassetto del mio comò.
È azzurro, con la cerniera rossa.
Le cerniere le prendevo dal negozio di mia madre, accompagnate dalle sue urla e dall’odore di muschio bianco.
I vari scampoli di tessuto li procurava mia nonna, dagli scarti di una sarta sua amica.
A me quegli scampoli sembravano un vero tesoro, un tesoro variegato e coloratissimo. Un tesoro a cui avevo il privilegio di poter accedere per scegliere il pezzo più bello e farlo trasformare, dalle sue mani esperte, in ciò che più preferivo.
Le stesse mani che impastavano la pizza più buona e più alta che io abbia mai mangiato.
Dopo aver acceso il piccolo forno a legna, che si trovava in quella che poteva definirsi la mansarda della casa, stendeva l’impasto in una teglia, aggiungeva pomodoro, olio e origano, la infilava nella bocca ardente del forno e il miracolo era compiuto.
Quella stessa casa che anche dopo la sua scomparsa sapeva deliziosamente di lei.
Per questo, quel giorno, mi sono seduta sul divano della cucina, di fronte al televisore spento e ho solo continuato a respirare.
Perché sapevo che quell’odore, l’odore della mia nonna, se ne sarebbe andato con lei. Era solo questione di tempo.
Io, invece, volevo ricordarlo quell’odore, e credevo che se avessi aspirato, forte e tanto, si sarebbe per sempre fissato nella mia memoria.
L’ho fatto, ma il tempo è stato, come sempre, ugualmente crudele.
Quello stronzo se l’è preso l’odore della mia nonna.
Ma il ricordo no. Quello non riuscirà a prenderselo mai.
Quello è solo mio. Dopo ben diciotto anni.
E’ grazie al suo ricordo che ho capito che esistono svariati modi per non essere mai  dimenticati.
Progettare un nuovo congegno elettronico capace di migliorare, sterilizzare e omologare la vita di ogni uomo.
Vincere un oscar. Migliore attore non protagonista. Migliore sceneggiatura. Migliore colonna sonora. Fate voi, basta che sia il migliore.
Scrivere un romanzo che in tempi record raggiunga le cinquantamila copie vendute, tradotto in ogni lingua conosciuta e inserito nella lista dei cento libri che ogni essere umano dovrebbe leggere.
Diventare il capo di una spietata banda criminale capace di seminare il terrore a livello nazionale, internazionale e, nei casi più eclatanti, mondiale o, in alternativa, diventare il frontman di una dannata band musicale, scrivere qualche pezzo, drogarsi e alcolizzarsi in ogni santo party mondano, per poi morire prematuramente in circostanze strane e oscure.
Se, stranamente, non dovesse allettarvi l’idea di lasciare questo mondo, potreste dedicarvi alla politica, diventare il leader dell’ennesimo partito nuovo di zecca, carismatico e affascinante, pieno di promesse come un otre, carico di sorrisi e buoni propositi come un bimbo che nella letterina di auguri per la festa della mamma giuri che mai e poi mai racconterà più bugie, oppure potreste sottoporvi a una cinquantina d’interventi chirurgici per assomigliare al vostro criceto o alla vostra bambola preferita.
Insomma, senza torturare oltre la mia fantasia e la vostra pazienza, appare ormai chiaro che esistono molteplici modi per raggiungere il nostro nobile scopo.
Resta da chiarire un punto. Un punto fondamentale. Il punto dei punti.
Da chi non vuoi essere mai dimenticato? Da ogni essere vivente? Dalla memoria storica di questo mondo?
O quello che ti sta a cuore è non essere mai dimenticato da chi ti sta accanto, da chi ami, da chi si impegna in interminabili conversazioni, piccoli e rispettosi silenzi, emozioni soffici, pungenti discussioni, abbracci muti, eloquenti sorrisi e microscopiche ma inestimabili attenzioni.
Se è da loro che non vuoi essere dimenticato, devi amarli nel modo giusto, nel modo in cui meritano di essere amati, nel modo imperfetto e per questo meraviglioso con cui loro stessi sono capaci di amarti.
Allora si che non si dimenticheranno mai che un giorno tu eri accanto a loro.
Mia nonna aveva un modo di amarmi meravigliosamente imperfetto, ed io non ho mai dimenticato che un giorno lei era accanto a me.


LA FAMIGLIA “AVREIVOLUTO”

(chi piange ha molto vissuto, chi rimpiange ha troppo temuto)

“Lo sento, questa mattina è la volta buona” pensò Leo attraversando il vialetto antistante alla casa.

Oddio vialetto! Chiamare vialetto quel vialetto e casa quella casa voleva dire essere eccessivamente generosi o completamente orbi.

Sembrava essere stata mangiata, masticata, deglutita, digerita e infine espulsa da un gigante dispettoso che avesse scelto come toilette personale proprio quell’angolo di via delle rose, dove ogni villetta, ogni giardino, ogni prato, ogni filo d’erba, ogni fiore sembravano essere stati partoriti direttamente dal genio di un pittore.

L’apparente e affascinante perfezione disturbata dall’apparente e ripugnante imperfezione.

Leo preparò il suo collaudato sorriso d’ordinanza, sistemò la divisa e avvicinò l’indice al pulsante grigio chiaro del campanello.

Esitò leggendo, come ogni mattina da tre mesi a questa parte, il nome inciso sull’ottone… ”Avreivoluto”…

Che razza di cognome.

Suonò.

Il “dlin dlon” entrò deciso all’interno della casa, percorse l’atrio, esplorò il primo piano, salì velocemente su per le scale fino al piano superiore, sbirciò in ogni stanza finché andò a sbattere contro il timpano del signor Avreivoluto.

“Maledetto postino!” questo era il primo pensiero del signor Avreivoluto da tre mesi a questa parte, e questo fu il primo pensiero anche quella mattina.

Il sonno, come una dispettosa verginella, mostrava ogni notte con occhi maliziosi le sue grazie e ogni notte si negava esasperando così il desiderio di possederla.

Il signor Avreivoluto dapprima lo corteggiava, calmo e speranzoso, poi lo accarezzava, più voglioso e irrequieto, e quando il sonno con un sorriso maligno si beffava di lui, disperato si gettava ai suoi piedi, baciandoli e bagnandoli con le sue lacrime.

Solo allora, quando il sole già cominciava a illuminare la stanza, il sonno gli concedeva un bacio, uno solo ma pur sempre un bacio.

Il signor Avreivoluto allora chiudeva gli occhi stanchi e porgeva le labbra.

Era pur sempre solo un bacio ma dolcissimo. Era pur sempre solo un bacio ma disperato.

“Maledetto postino” continuò a ripetere tra sé e sé guardando l’orologio e calcolando che, anche quella notte, aveva dormito solo due ore.

Leo, perdendo come ogni mattina la scommessa fatta con se stesso di essere il primo a conoscere i nuovi arrivati, depose la lettera nella cassettina già stracolma e prima di continuare il giro del quartiere lanciò un’occhiata alle finestre del piano superiore.

Dentro una delle stanze il signor Avreivoluto si alzò cercando di fare poco rumore, come ogni mattina, anche se ben sapeva che non c’era nessun dormiente da tutelare.

E infatti, come ogni mattina, lo raggiunse la voce stanca della signora Avreivoluto: “Non ti preoccupare caro, non sto dormendo!”

Per lei il sonno era ormai un amante da dimenticare.

Fece scorrere le mani lungo il suo corpo fino ad arrivare al basso ventre e inorridita pensò a se stessa come a una terra arida. Non avrebbe mai dato alcun frutto.

Il signor Avreivoluto prese le sue mani: “Sai bene che non è colpa tua… ”

Sì, lo sapeva che non c’era nulla che non andasse in lei, come sapeva che non c’era nulla che non andasse nell’uomo che aveva accanto.

Lo sapeva e questo “saperlo” le aveva aperto gli occhi.

Negli ultimi due anni avevano consultato decine di specialisti.

Non c’era ginecologo o laboratorio, in tutta la regione, che non avessero avuto tra le mani la vagina o il liquido seminale rispettivamente della signora e del signor Avreivoluto.

L’ultima speranza si era spenta tre mesi fa quando avevano affrontato l’ennesimo trasloco per affidarsi all’ennesimo luminare.

Ma anche questo, dopo accurati esami e innumerevoli visite, aveva sentenziato: “La natura è dalla vostra parte, signori”.

La natura poteva darsi fosse effettivamente dalla loro parte ma la signora Avreivoluto sapeva bene che c’era un’altra forza, qualcosa di più grande, di più cosciente che aveva deciso che non avrebbero mai messo al mondo una creatura.

Da principio, aveva pensato, a un demone crudele e ingordo che si cibava del dolore degli uomini e per la sua sopravvivenza ne generava sempre di più.

A volte lo immaginava appollaiato sopra il tetto della loro casa a mangiare, spolpare, succhiare tutte le loro sofferenze e a buttare infine, in un angolo, le ossa lucide.

A volte pensava che se solo avesse avuto il coraggio di salire fin lassù avrebbe trovato un intero ossario.

A volte ci credeva sul serio.

L’esistenza del demone col tempo era diventata consolatoria.

Era colpa del male, solo sua se la loro felicità era morta da tempo e si stava putrefacendo sotto un paio di metri di terra.

Solo quella mattina la signora Avreivoluto capì tutto. Finalmente capì.

Solo quella mattina, dopo aver fatto stancamente e meccanicamente l’amore.

Solo quella mattina comprese che c’era qualcosa di più forte del male che albergava sul tetto della loro casa, qualcosa di più consistente di un mucchio di ossa spolpate, qualcosa di più reale di un demone succhia dolore.

C’era la loro determinata, assoluta e indiscutibile volontà di non mettere al mondo un infelice.

Solo la loro.

Sorrise impercettibilmente.

Strinse a sé il marito e accarezzandogli i capelli sussurrò: “Dormi”.

Per la prima volta in due anni il sonno si concesse a entrambi senza troppi preamboli. Senza nessun pudore. Lascivo e voglioso.


 

PEPERONI IN AGRODOLCE

Nessun membro della famiglia ricordava bene dove fosse stato comprato, da chi fosse stato acquistato o regalato, il grande libro verde che da sempre vagava indisturbato nella grande casa.

Senza nessuna modestia poteva vantare di aver esplorato indisturbato ogni angolo della dimora.

Dapprima collocato con orgoglio nella libreria del secondo piano, accanto all’indispensabile enciclopedia (rigorosamente in dodici volumi e rigorosamente rilegata in un allegro e invitante color grigio topo) era stato spostato nella cucina del piano terra, luogo più consono a un libro di ricette quale era.

Per un lasso di tempo indefinito aveva alloggiato nella lunga panca di legno che costeggiava l’enorme tavolo, altro reperto storico della casa.

Il libro e la panca erano da così tanto tempo in quella casa da poter essere considerati la memoria storica stessa della famiglia. Una memoria effimera. Non dotati di parola, o almeno non di quella universalmente conosciuta e capita, non avrebbero mai potuto narrare nulla ad alcun orecchio umano.

Nonno Libro e Nonna Panca erano sopravvissuti ai mesi, prima, agli anni poi e infine perdendo il conto del tempo passato, avevano perduto anche la reale consapevolezza della propria età.

Sapevano di aver vissuto tanto ma quanto non era dato saperlo.

Le varie ristrutturazioni, crudeli con tutto il resto, avevano risparmiato entrambi, come segno di estremo rispetto verso chi ha vissuto, provato, visto tanto. Come segno di estremo rispetto per chi ha raggiunto quel periodo della nostra vita poco elegantemente chiamato vecchiaia.

Un naturale traguardo apparentemente semplice da raggiungere. Ma il punto non è arrivare, quanto come giungere.

E Nonno Libro e Nonna Panca erano giunti carichi. Carichi di un bagaglio di vita da far invidia a qualsiasi essere vivente, pur essendo loro stessi l’antitesi stessa della vita.

Dopo il lungo soggiorno all’interno della panca, il libro fu trionfalmente trasferito sulla mensola più alta delle tre che costeggiavano il grande camino in muratura, orgoglioso figlio di una delle più recenti ristrutturazioni.

Da quel trono era periodicamente deposto dalla mano sicura della signora Teresa, che pur non avendone affatto necessità, continuava, con i suoi bei sessant’anni, imperterrita a consultarlo.

Conosceva ogni pagina, ogni figura, il singolo passaggio di ogni ricetta. Ma non importava.

Quando si trattava di dover fare le sue famose conserve, la signora Teresa aveva bisogno del suo fedele amico. Non una necessità ma un dolce rituale.

La compagnia di una persona cara con cui da tempo immemore ci si incontra sempre nello stesso posto, per fare e dire sempre le stesse cose.

Cose che non avrebbero più lo stesso sapore se non fatte, se non dette in quel preciso luogo e soprattutto con quella precisa persona.

Strano. Ma sono le stranezze, il deviare dal noioso e già penosamente battuto percorso comune, che ci rendono in definitiva più vivi di chi accanto a noi è dedito al solo banale respirare.

La signora Teresa, pur essendo regolarmente sposata da più di quarant’anni, non disdiceva gli incontri periodici col suo amante di sempre.

Afferrava il grande libro dalla spessa copertina verde e lo poggiava sul grande tavolo di legno.

A quel punto aveva già preparato tutto l’occorrente per le sue conserve.

Conservava di tutto, o almeno tutto ciò che apparteneva al mondo vegetale.

E tutto ciò che apparteneva al mondo vegetale, e di conseguenza finiva nelle sue conserve, era rigorosamente piantato, coltivato, annaffiato, cresciuto, raccolto, lavato, pulito e tagliato dalle sue sapienti mani.

Su questo non poteva assolutamente transigere. Non avrebbe mai e poi mai toccato una verdura che lei stessa non avesse visto personalmente germogliare e pian piano prendere vita dalla sua terra.

Ovvio che il mondo vegetale offre un’infinita varietà, e di certo non mi dilungherò in questa sede su tutte le tipologie di verdure che possono essere utilizzate per creare una conserva perfetta.

Dirò solo che se mai qualcuno avesse creato una fascia da miss per verdure, la più bella tra le belle, e alla signora Teresa fosse toccato l’ingrato compito di decretare la vincitrice avrebbe posto, non senza una certa emozione, la coroncina da reginetta sulla testa del peperone.

Pienamente d’accordo con voi che una coroncina poco si addice a un ortaggio di sesso maschile

(almeno ortograficamente) ma la libertà sessuale degli ultimi tempi aveva dato il diritto alla signora Teresa di fare ciò che meglio credeva.

Il periodico incontro con il suo amante di sempre non sarebbe stato la stessa cosa in assenza di quell’esplosione di rosso e giallo, di vita piena, di energia pura.

Insomma, il periodico incontro con il suo amante di sempre non sarebbe stato la stessa cosa senza i suoi adorati peperoni.

Certo, lo consultava anche in caso si trattasse di manipolare altri ortaggi, ma non era decisamente la stessa emozione.

Teresa aprì sicura il libro alla pagina 206: “ peperoni in agrodolce” e lesse, pur non leggendo affatto, la ricetta.

Ogni pagina del libro era stata negli anni consultata e sperimentata, e su ogni pagina c’era un dolce ricordo dell’incontro.

Una macchia d’olio, il segno di un barattolo sporco poggiato sopra, minuscoli rimasugli di verdure ormai fuse con la trama stessa della carta.

E quanto il grande libro verde si lasciava prendere dalla nostalgia, per il troppo tempo intercorso tra un incontro e il successivo, lasciava la propria mente libera di ancorarsi a quei ricordi, e per ogni macchia riappariva il sorriso della sua amata, e per ogni pezzettino di verdura le sue mani sulle sue logore pagine.

Teresa seguendo i consigli del suo amato lavò bene i peperoni, tolse i semi e i bianchi filamenti interni, li divise in larghe strisce e li mise a scottare nell’aceto, che preventivamente aveva messo a bollire con il sale, lo zucchero, l’olio, la menta e il pepe.

Lasciava gli ortaggi bicolori nel liquido bollente per non più di due tre minuti, poi li salvava da un annegamento certo, tirandoli su con il mestolo quando l’ultimo alito di vita stava abbandonando i loro corpicini e li poggiava su un canovaccio pulito a riprendere tranquillamente fiato.

Li lasciava a freddare stesi l’uno accanto all’altro, ma mai sovrapposti per evitare di renderli molli e quindi inservibili.

A questo punto li sistemava delicatamente in uno dei suoi innumerevoli barattoli di vetro.

Barattoli prelevati da una delle decine di scatole di cartone dove durante il resto dell’anno erano riposti. Scatole che a loro volte trovavano rifugio in quella che nel gergo familiare ormai da tempo era chiamata “l’altra stanza”.

Una stanza che, poverina, non possedeva nessuna particolarità che avesse il potere di caratterizzarla, di donarle una specificità unica. In definitiva, non aveva identità.

Non era bagno, non era cucina, non era ripostiglio, per cui poteva essere solo “l’altra stanza”.

Dopo aver adagiato uno alla volta i peperoni, li ricopriva con l’aceto di cottura, facendo estrema attenzione a eliminare ogni minuscola bolla d’aria, come raccomandava il suo caro libro verde.

Dopodiché chiudeva ermeticamente ogni singolo vasetto, e il gioco era fatto.

Spesse volte, però, era costretta a riaggiustarsi col gomito gli occhiali che, come ogniqualvolta volta era intenta in un’operazione di precisione, dispettosi scivolavano giù percorrendo veloci tutto il dorso del naso, fermandosi sulla punta proprio all’ultimo secondo.

Sistemati gli occhiali grazie ad un altro colpo di gomito, non restava altro da fare che occuparsi delle etichette.

Etichette bianche con tre linee azzurre su cui Teresa aveva scritto con una scrittura lunga un po’ cascante verso sinistra “peperoni in agrodolce”. Per ogni vasetto una bella etichetta.

Non che servisse. Bastava una sbadata occhiata per capire che non erano ravanelli, ma per un suo istintivo bisogno di ordine e chiarezza voleva sottolineare che quelli non solo sembravano ma erano a pieno diritti peperoni in agrodolce.

Staccò dal foglio la prima etichetta e la attaccò con soddisfazione al primo vasetto, e così fece col secondo e col terzo.

L’operazione proseguì tranquillamente fino al settimo.

All’inizio l’etichetta era ben adesa al vetro trasparente, trionfando con la sua bella scritta nera, ma

appena lo ebbe poggiato sul tavolo per acciuffare l’ottavo barattolo e sottoporlo alla stessa procedura riservata ai precedenti compagni, si accorse che il piccolo pezzo di carta adesiva giaceva ai piedi del settimo barattolo.

“Ci risiamo” pensò. Non era una novità per lei.

Per qualche inspiegabile motivo, ogni volta che si dedicava alle sue amate conserve, c’era almeno un vasetto che rifiutava categoricamente la propria etichetta.

Allora, armatasi di santa e immensa pazienza, prendeva un’altra etichetta e ripeteva nuovamente l’operazione.

Alle volte bastava un secondo tentativo. Altre volte, come in questo caso, quel benedetto vasetto avrebbe tranquillamente fatto fuori un paio di poveri alberi.

La signora Teresa conosceva bene quell’ostinazione.

Cocciuto, testardo, caparbio, ostinato, mulo, zuccone di un barattolo! Non avrebbe mai ceduto.

Al vasetto importava ben poco della rabbia di Teresa. Certo, gli dispiaceva, in fondo, di aver fatto adirare una così bella persona, ma non era certo colpa sua se lui non si sentiva affatto un barattolo di peperoni in agrodolce.

Avrebbe voluto ringraziarla per avergli dato la vita, per averlo reso così vivace e colorato ma non poteva proprio scendere a compromessi sulla sua identità.

Se avesse avuto lui a disposizione una bella etichetta bianca e una penna funzionante non avrebbe certamente saputo cosa scriverci su, questo era pur vero, ma di una cosa era certo : lui non era un peperone in agrodolce.

Percorse mentalmente tutte le sue conoscenze nel mondo vegetale per capire se si sentiva più simile a una zucchina o a un cespo di lattuga. Nel qual caso avrebbe prontamente comunicato alla signora Teresa la sua identità.

Aveva la stessa passione per la musica del broccolo. Ma non era broccolo.

Anche a lui piaceva il gelato al cioccolato come al cetriolo. Ma non era cetriolo.

Condivideva molti punti di vista con carota. Ma non era carota.

Trascorreva molto del suo tempo con zucca. Ma non era zucca.

Una volta finita la lista mentale dei suoi più cari amici capì che cosa fosse e soprattutto chi fosse proprio non lo sapeva.

Capì che se avesse avuto a disposizione quella benedetta etichetta e quella santissima penna avrebbe scritto con la più bella scrittura di cui fosse stato capace : “NON LO SO.”

Ma non poteva farlo e non poteva permettere di essere così etichettato.

Dunque continuò a rigettare i piccoli pezzi di carta adesiva che la signora Teresa disperatamente cercava di incollargli addosso.

Al decimo tentativo Teresa capì di essere di fronte ad un’irremovibile volontà.

Prese il barattolo, rigorosamente senza etichetta, e lo posò sulla mensola, accanto a tutti gli altri, elegantemente avvolti dalla loro etichetta.

“Forse non sai chi sei” mormorò tra sé e sé Teresa “ma i miei sensi non mi ingannano. Sei la cosa più vicina a un peperone in agrodolce che io abbia mai visto”.

Guardò il libro cercando un qualche cenno di approvazione, e lui approvava eccome, e avrebbe tanto voluto dirglielo.

Quello era l’ultimo sguardo tra di loro fino al successivo incontro.

Lei lo chiuse e lo ripose sulla mensola più alta delle tre che costeggiavano il grande camino in muratura.

Lui sospirò. E in quell’istante iniziò la sua attesa.

 


 

UN OPERAIO IN SCIOPERO

Sembra venga a piovere.” urlò Martello.

Sembra venga a piovere.” fece eco Incudine.

Sembra venga a piovere.” ripeté Staffa. Facendo così vibrare l’intera stanza.

Anche oggi?” urlò Martello.

Anche oggi?” fece eco Incudine

Anche oggi?” ripeté Staffa facendo nuovamente vibrare l’intera stanza.

Ora basta!” urlò Martello.

Ora basta!” fece eco Incudine.

Ora basta!” ripeté Staffa facendo vibrare per la terza volta l’intera stanza.

Ma che hai capito?” urlò Martello.

Ma ch…” stava per ripetere Incudine quando lo sguardo alquanto tagliente di Martello lo zittì.

No?” bisbigliò timidamente Incudine.

Ma che hai capito?? Sottospecie di cocorito! Non era un semplice “ora basta”. Era un orabastaorabasta!!”

urlò Martello.

Incudine e Staffa guardarono stupiti il loro collega pensando che l’esaurimento nervoso era il degno finale di una vita troppo dedita al lavoro e gli consigliarono, dopo averlo fatto sedere e avergli portato un bicchiere d’acqua, una vacanza, rimedio certo di ogni male.

Ma che vacanza e vacanza! Non ho bisogno di una vacanza. Ma non vi siete resi conto di quello che sta succedendo?…”Cara, mi passi lo zucchero?”…”Tesoro, da quanto tempo”…”Gioia, il tuo nuovo taglio di capelli è semplicemente FE-NO-ME-NA-LE!” e bla bla bla. Io lotto giornalmente con nausee che farebbero impallidire qualunque donna gravida. Mia moglie mi ha consigliato di annusare un limone. Pare faccia miracoli. Ma io ho smesso da tempo di annusarli, ormai li divoro. Due alla volta!”

Va bene, va bene. Ma ora calmati! È vero, forse la qualità negli ultimi tempi è un po’ peggiorata. Va bene, forse un po’ tanto. Sì, decisamente tanto. Ma cosa vorresti fare? Scioperare?” disse Staffa con un lieve sorriso di derisione disegnato sul volto e un pizzico di pietà.

Guarda che qua tutti abbiamo famiglia. E i miei figli non campano d’aria! Non campano affatto d’aria! Dunque vedi di toglierti queste idee rivoluzionarie dalla testa” continuò Staffa con tono di sfida.

E tu? Tu non dici nulla?” chiese Martello a Incudine che per tutta risposta chinò la testa e ritornò alla sua postazione di lavoro, facendo ben capire da che parte stesse senza bisogno di parole.

Martello si lasciò andare stancamente sulla poltrona.

Passarono così i giorni.

Accadde tutto un mercoledì mattina. Un mercoledì qualunque di inizio settembre.

Martello arrivò di buon’ora, timbrò il suo bel cartellino, salutò i ragazzi del turno di notte (fortunati quelli!) e si accomodò deciso a incrociare le braccia finché qualcosa non fosse cambiato.

A nulla valsero le suppliche, prima, e le minacce, poi, di Incudine e Staffa.

Non volle sentir ragioni.

Si racconta che sia ancora lì, a braccia conserte.

A quanto pare nulla è cambiato.

Nulla che valga la pena di essere ascoltato.


 

PARFUM

Pare che la scelta del profumo abbia un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo del nuovo millennio. Basilare, vitale.

Alla prima sniffata (al massimo alla seconda o nei casi più sfortunati di iposmia alla terza) quel povero liquido dovrebbe essere capace di esprimere appieno la nostra personalità, inclusi orientamento religioso, politico e sessuale, preferenze culinarie e cromatiche, gusti musicali, letterari e cinematografici, hobby vari ed eventuali, sport praticati e tifoserie di appartenenza, vaccinazioni, allergie, malattie esantematiche, gruppo sanguigno, stato di famiglia, certificato di nascita e d’idoneità alle attività sportive agonistiche e non (di cui sopra), ultime analisi di laboratorio (non oltre i sei mesi), livelli di testosterone o estrogeni (a seconda dei casi) e se possibile una breve sinossi della nostra infanzia, adolescenza e gioventù con l’elenco, completo e dettagliato, delle donne o degli uomini conosciuti (più o meno biblicamente).

Da notare l’assenza della valutazione psichiatrica o, nei casi meno gravi, di quella psicologica. La maggior parte di noi preferisce lasciare un leggero alone di mistero a tal proposito.

Insomma, paghiamo (ah se paghiamo!) ma pretendiamo il massimo dall’essenza che avrà l’onore di rappresentarci, dal nostro personalissimo biglietto da visita.

Io dal canto mio, ma considerate che sono sempre stato un sempliciotto disadattato, ho deciso che il compito di farmi o non farmi conoscere spetta a me.

Così rispetto l’odore della mia pelle e quando mi preparo per una serata importante spero che piova. E se il cielo mi assiste, nel bel mezzo dell’acquazzone, faccio un salto, rigorosamente privo dell’ombrello, al bar all’angolo, quello sempre aperto, anche a ferragosto, per comprare il latte o farmi un cappuccino (chiaro, per carità, chiarissimo, che il caffe mi eccita e mi agita) cosicché l’odore della pioggia (accidenti…l’odore della pioggia) mi si possa incollare per bene addosso. Ho sempre pensato che qualcuno dovrebbe farci un profumo, da mettere nelle calde giornate estive per affascinare donne che si perdono dietro la fresca semplicità delle cose.

 


 

STORIA DI UN MUCCHIETTO DI PAROLE MORTE SUL NASCERE

Ordine, bambine, ordine!” tuonò l’Avrei sulle piccole congiunzioni che con i loro giochi, le loro urla, salti e corse avevano trasformato la sala d’attesa in un manicomio, aumentando a dismisura il nervosismo delle più grandi.

L’Io, conscio di tutta la sua responsabilità, continuava a torturare meccanicamente una ciocca dei suoi capelli. La Voglia fissava la punta delle sue scarpe chiedendosi se quelle nere non fossero state più adatte all’occasione. L’Adesso sfogliava distrattamente le pagine di una rivista e Il Domani si era incipriato così tante volte il naso che sembrava averlo inzuppato nello zucchero a velo.

Le altre erano tutte sedute compostamente sulle loro seggiole, tutte tranne le piccole pesti, ovviamente.

Gli sguardi fissi su un unico punto, su un unico oggetto. Persino l’Adesso abbandonava regolarmente le pagine della sua rivista e la Voglia le punte delle sue scarpe. Eppure quella porta si sarebbe dovuta aprire già da un pezzo!

Sapevano bene cosa fare. Al momento giusto si sarebbero alzate. Ognuna avrebbe preso per mano una bimba e sarebbero uscite. Una per volta. Ordinatamente. Con logica.

Erano venute al mondo da poco tempo. Partorite velocemente dai pensieri, ultimi figli a loro volta delle emozioni, ma sapevano il fatto loro. E adesso erano lì in attesa, pronte per il loro ingresso ufficiale nel teatrino della vita.

Proprio mentre l’Avrei tirava le orecchie a una congiunzione un po’ più discola delle altre, un annuncio risuonò nella sala :

Gentili Signore ci dispiace informarvi che, in base a dati certi a noi pervenuti, il vostro intervento non è più necessario. Ci scusiamo per l’attesa. Buona giornata”

Silenzio. Non il minimo rumore. Tutte sembravano essere state trasformate in statue da un potente maleficio.

L’Io aveva ancora l’indice tra i capelli e l’Adesso l’ultima pagina della sua rivista tra le mani.

La voce squillante dell’Avrei sembrò risvegliarle tutte :

Su ragazze. Qui il nostro lavoro è finito. Si torna a casa. Avete cinque minuti per rimettervi il soprabito e, mi raccomando, copritevi bene. Fuori fa freddo!”.

 


 

POTREMMO CULLARCI

Potremmo semplicemente cullarci.
Divenire alba. L’uno per l’altro.
Potremmo semplicemente capirci.
Divenire cura. L’uno dell’altro.
Potremmo festeggiare trecentosessantadue tramonti.
Due nascite. La mia e la tua.
Concederci un giorno per riprendere fiato e ricominciare da capo.
Potremmo dormire su un prato. Di notte. Le schiene bagnate di brina. Gli occhi bagnati di stelle.
Potremmo scambiarci qualche miliardo di pensieri. Sinapsi bizzarre. Elettricità condivisa.
Potremmo smarrire i ricordi. Crearne di nuovi. Di musica e sguardi. Di edera e miele.
Potremmo perdonarci qualche mancanza. Adorare ogni nostra piccola presenza.
Potremmo decidere di amarci. Un giorno.
Potremmo decidere di farlo.
Sul serio

 


 

SOTTOSOPRA

Quella mattina si svegliò prima del previsto. Qualcuno aveva graffiato il suo dondolio notturno.
Insinuandosi tra le trame dei suoi sogni si era avvicinato al suo orecchio sotto forma di un caldo vento estivo e gli aveva sussurrato: “E’ tutto sottosopra…SVEGLIA!”
Spalancò gli occhi.
“Sottosopra…” mormorò tra sé e sé.
Sorrise. Di un sorriso imbarazzato, come ogni volta che non riusciva a ripercorrere alla luce del sole le strade tortuose dove si era persa la sua mente nel buio della notte.
“Zingara” pensò “Sei sempre in viaggio. Chissà cosa vai cercando.
Dovresti fermarti un po’, mia cara, io dormo per riposare e non per darti l’opportunità di vagare indisturbata senza portarti dietro il peso di questo corpo.
Dovresti concentrarti sulle piccole cose quotidiane. Su questo the per esempio e sui quindici biscotti che ho intenzione di inzupparci dentro. Una bella sfida, vecchia mia. Credi non sia così?.
Inzuppare i biscotti è un’arte. Calcolare il tempo esatto di immersione è indispensabile per trarne un’adeguata soddisfazione e soprattutto per evitare la triste decapitazione di tali bontà dolciarie : il corpo in mano e il capo adagiato sul fondo della mia tazza da the. Tu, invece di evitare che passi il resto della mattinata a recuperare melma di biscotti dalla mia tazza, cosa vai a pensare? Che è tutto sottosopra!. ..azzo! ecco la prima esecuzione. Più concentrazione, vecchia mia, più concentrazione”
A colazione finita il bilancio era di tre feriti, di cui uno in gravi condizioni e cinque morti, tutti arenati nel fondo della tazza.
“Cara mia, se tu credi fermamente che sia tutto sottosopra perché non ti dai un po’ da fare. Cosa pensi? Che possa fare tutto io qui? Cucinare, pulire, lavorare, guidare, pagare le bollette, portare fuori il cane, mantenersi in forma seguendo un serrato regime alimentare e motorio (almeno un’ora a giorni alterni).
E tu? A lei piace filosofeggiare. E già, siamo tutti bravi a fare i filosofi quando troviamo la pappa pronta e fumante!”
Tirò un lungo sospiro di sollievo accompagnato da un sorriso appena accennato.
Il sorriso di chi sa di aver ragione e gode nel possederla. Il sorriso degli stupidi, che non hanno ancora capito che dietro una ragione se ne celano altre centomila.
“Il tuo problema, dolcezza, sono tutte queste ore notturne a disposizione. Chi ha stabilito che l’essere umano avesse bisogno di almeno otto ore di sonno per mantenere una stabile sanità fisica non doveva possedere una mente nomade come te. Ma sono sicuro che anche cinque minuti netti di libertà ti basterebbero per mettere su un bel casino…giusto il tempo di appisolarmi un attimo”
Sospirò nuovamente, ma questa volta senza sorridere.
“Senti, parliamoci chiaro. Noi due non ci siamo mai piaciuti. So bene che ti vado stretto, che non rispondo ai tuoi benedetti requisiti. Tu viaggi ad una velocità ed io arranco dietro con visibili segni di sofferenza cardiaca e insufficienza respiratoria. Tu sei il mio giovane cucciolo dotato, in quanto nuovo alla vita, d’incredibile energia. Scodinzoli, corri, annusi incuriosito ogni oggetto. Periodicamente giri il tuo allegro muso per verificare che io, tuo anziano padrone, sia ancora dietro di te. Sollevi le tue morbide orecchie, chini il capo da un lato, probabilmente domandandoti come sia possibile che io sia ancora così lontano.
Allora ti fermi un po’ ma per un lasso di tempo troppo breve per permettermi di raggiungerti.
E allora catturato da un colore, un odore, un rumore ricominci a correre sperando che almeno questa volta non troppa strada si interponga tra me e te. Speranza vana.
Tu, cara mia, vivi di “non limiti” e io invece sono il limite per eccellenza. Sono il tuo limite.
So bene che non ti soddisfo, me lo fai ben capire.
So bene che vorresti tutt’altro, me lo riproponi ogni notte.
So anche che non tutto è nell’ordine giusto.
O forse hai ragione tu. Niente e nessuno è dove dovrebbe essere. Ma guarda” disse scostando le tende e posando lo sguardo sul nuovo giorno “al mattino il mondo sembra a posto. Non credi?”

 


 

REATO di FALSO IDEOLOGICO

“Mi stia bene a sentire. Non importa cosa dice il mio dannato certificato di nascita.” sbraitava, mentre l’impiegata di turno taceva. “Le ripeto che sono certo di non essere nato né in quell’ora, né in quel giorno, né tantomeno in quell’anno. Quello è il giorno in cui ho iniziato a respirare. Quello è il giorno in cui mi è stata data un’opportunità. Io sono nato molti anni più tardi e ricordo benissimo il giorno, l’anno e perfino l’ora. Non m’importa un accidenti di cosa dice quell’inutile pezzo di carta straccia. Io so quando la vita ha preso possesso di ogni singola cellula del mio corpo. Lo so bene. Lo so benissimo. Perché quel giorno, quell’ora, mentre la musica vibrava, il tempo se la rideva. Capisce? Il tempo se la rideva” ripeté scandendo le parole, come se la donna dietro alla scrivania non parlasse il suo stesso idioma. “Dunque” continuò riacquisendo parte della sua calma “comprende bene quanto sia assurdo da parte sua pretendere che io accetti le bugie stampate su questo pezzo di carta solo perché lei non crede, o non crede più, ai miracoli” concluse, facendo del foglio che teneva tra le mani una piccola palla, e di questa cibo per il cestino che sonnecchiava accanto alla scrivania. A quel punto si rimise il cappello, salutò garbatamente l’impiegata con un lieve cenno del capo e uscì fischiettando dall’ufficio anagrafe.

 


 

LUCCIOLE

A cavallo tra maggio e giugno, come ogni anno per la festa del patrono, arrivarono i carri degli zingari.
Arrivarono con i loro colori, il loro chiasso, il profumo di zucchero filato e mele caramellate, la casa degli specchi, la grande Mirsada che sapeva scorgere il futuro tra le linee della mano e l’incredibile ottovolante.
In realtà si trattava di una misera versione in miniatura delle favolose montagne russe che a quel tempo stavano popolando metà Europa ma per noi, abituati alla semplicità e all’isolamento della vita di campagna, sembrò un vero e proprio prodigio della scienza e della meccanica.
Fui subito affascinata da quel miracolo di acciaio e adrenalina, così la prima sera, appena si accesero le mille lucciole bianche delle giostre degli zingari, decisi di spendere i pochi spiccioli che avevo in tasca. Un biglietto, un giro, era tutto quello che potevo permettermi.
Non saprei dire esattamente per quanto tempo viaggiai a quell’incredibile velocità, tra continui saliscendi, con il cuore che batteva così forte da farmi credere che bussasse spaventato ed eccitato per farsi aprire e uscire finalmente dal mio petto, e le orecchie che fischiavano disperate, e gli occhi che a tratti si offuscavano, e le mani che si serravano ai supporti del seggiolino, e le gocce di sudore freddo che percorrevano strade sconosciute sulla mia schiena, e quel sorriso da ebete che mi si piazzò in faccia e la bocca asciutta e la lingua di gomma.
Non saprei dirlo esattamente ma quando scesi, con le gambe molli e il bisogno impellente di liquidi e zuccheri, decisi che così avrei dovuto vivere.
Fu quella sera, tra l’odore dolciastro dello zucchero filato, il fumo dei troppi sigari e lo svolazzare delle lucciole artificiali degli zingari che decisi che la mia vita sarebbe stata un ottovolante.
Col tempo però, come accade per tante cose nella vita, il ricordo di quel viaggio s’indebolì nella mia mente, i contorni sfumarono, i colori brillanti degli zingari sbiadirono e le lucciole persero il loro fatato bagliore ma evidentemente rimase impresso, vivo e guizzante, nei miei occhi, al pari delle foto del vecchio Samuel che per poco non fu impiccato per stregoneria nel corso di una sommossa popolare dalle stesse persone che aveva immortalato con i loro abiti della festa e i loro cappellini alla moda e i guanti delle grandi occasioni e il sigaro in bocca, perché lo accusavano di voler rubare le loro anime per tenerle incatenate in quelle misteriose lastre scure. La fune era già stata fissata a una delle quattro maestose querce, le stesse alle quali spettava il compito di dare il benvenuto agli stranieri e rifugio dall’arsura nei caldi pomeriggi estivi a tutti gli abitanti del villaggio, quando Padre Lucas, in virtù di rappresentante di Nostro Signore su questa terra, era intervenuto con il suo sguardo serio, quello delle grandi occasioni, e la sua voce baritonale di anziano e abile oratore, terrorizzando tutti i presenti con le fiamme eterne che avrebbero di certo squarciato i loro corpi di miseri peccatori se avessero osato torcere anche un solo capello al vecchio Sam, che sudato e terrorizzato giaceva carponi nel suo piccolo lago di urina calda, e intimando a ogni singolo membro di quella comunità tentata dal demonio di recarsi immediatamente nelle loro case con il fardello di venti paternostro, due giorni di digiuno e tre settimane di astinenza e con il terribile dubbio che forse non sarebbero neanche bastate a purificare le loro anime, non rubate e incatenate in quelle misteriose lastre scure ma altresì inzozzate dal fango del pregiudizio e dalla melma della malvagità. Amen.
Grazie al cielo Padre Lucas riuscì a terrorizzare sufficientemente le sue pecorelle smarrite, perché fu grazie a lui che anch’io potei approfittare della magia del vecchio Sam nel tramutare persone in immagini, nel cristallizzare un attimo, nel carpire un pensiero, uno stato d’animo, afferrarlo al lazzo mentre vagava inconsapevole brucando i fili d’erba dell’animo e della mente e fissarlo per sempre, per l’eternità, su una lastra. Non per vanità o per ricordo, dunque, ma ne approfittai per poter meglio scrutarmi, cosa che facevo con imbarazzante assiduità davanti allo specchio della mia camera da bagno al mattino, ogni mattino, e alla sera, ogni sera, dal momento in cui, con le gambe molli e la bocca secca mi era allontanata dal miracolo di quel viaggio bagnato dal mio sudore e scandito dai colpi del mio cuore impazzito. Volevo vedere direttamente quello che da quel giorno vedevo riflesso nello sguardo di chi incontrai in seguito, dello straniero che mi chiese informazioni su una buona e onesta locanda in cui passare la notte, dei clienti dell’emporio quando si lamentavo del prezzo dello zucchero, degli uomini che scaldarono il mio letto e perfino nello sguardo di Otto, nei suoi occhi felini innamorati col loro riflesso chiaro di pioggia e azzurro di mare.
Grazie Padre Lucas.
Fu grazie a lui che quel giorno potei recarmi nella piccola bottega del vecchio Sam ingombra di scatole e polvere appena smossa, segni inequivocabili di una prossima partenza, e gli chiesi di immortalare anche me su una delle sue lastre prima di abbandonare quel villaggio di barbari, come lui stesso ci aveva definito toccandosi convulsamente il collo come per verificare che fosse anche integro e ancora adatto allo scopo.
Sapevo che avrei dovuto affrontare la sua più che giustificabile ritrosia e per ammorbidirgli l’animo avevo portato con me quello che di più goloso avevo nell’emporio, non dimenticandomi della sua passione per la liquerizia e il miele scuro.
Andai con i capelli scompigliati e anarchici, il grembiule di cotone dipinto da pennellate di farina di grano duro, con il braccio teso e la mano aperta dove giaceva il sacchetto di dolciumi vari così stipati da fare capolino dal bordo teso e con la voce ferma e chiara accompagnata dal mio miglior sorriso di ordinanza dissi: “Baratto?”.
Non so se fu per simpatia o per sedare la sua incontenibile golosità, che avevo più volte paragonato, nella mia mente e solo nella mia mente, a quella di una donna in preda alle voglie gravidiche quando nei mesi precedenti avevo assistito al suo regolare saccheggio del reparto di leccornie dell’emporio, fatto sta che il vecchio Sam accettò la mia proposta di buon grado.
Fu così che potei meglio scrutarmi, che scoprì le pupille ferme e il brillio di miliardi di lucciole danzanti dietro di esse e lo sguardo fisso e serio, e ironico e semplice, e la brezza fresca e la burrasca dietro di esso, che scoprì il vento gentile e l’uragano che si alternavano e in cui danzavano le mie lucciole, la potenza del loro vagare, volteggiare, curiosare, cercare e non sempre trovare, salire, scendere, e nuovamente salire, e nuovamente scendere, prima più in alto adesso più in basso, senza smettere mai di danzare, a volte come impazzite, altre come incantate, altre ancora stordite, estasiate, alle volte più stanche, alle volte più forti. Lucciole. Le mie uniche e pazze lucciole sulle loro danzanti montagne russe.

 


 

VENTITRE
(i sensi non ingannano, tutt’al più se la ridono)

La saracinesca che mi sta di fronte è composta esattamente da ventitré listerelle di metallo.
Metallo verniciato di verde scuro.
Sul loro numero non vi è dubbio.
Lo so per certo.
Per sicurezza le ho ricontate un paio di volte.
Bisogna essere sicuri di ciò che si dice.
L’ho toccata. E’ fredda. Chissà perché la cosa mi ha sorpreso.
L’ho toccata con la mano sinistra.
Quella destra era impegnata a reggere un mozzicone di sigaretta spento. Spento già da un po’.
Sono rimasto così, fermo, a lasciare che il freddo scalasse piano le mie gambe e trasformasse lentamente le mie mani in piccole e perfette sculture bluastre.
Se si fossero staccate dai miei polsi stizzite per il trattamento riservatoli, additandomi come il peggior essere umano che potesse loro capitare in sorte, non mi sarei scomposto. Avrebbero avuto ragione. Qualunque giuria dotata di buon senso mi avrebbe condannato. Io però, pur colpevole e consapevole del mio delitto, mi sarei difeso ugualmente, non per ottenere un’assoluzione ma solo comprensione.
“Scusate mani” così avrei iniziato “ma in questo momento sono in ascolto e temo che se dovessi muovere un solo muscolo del mio corpo potrei non sentire. Potrei fraintendere. Confondermi. Perdere il filo. E se si vuole avere qualche possibilità di orientarsi nel grazioso labirinto della proprio mente non bisogna mai perdere il filo! La storia insegna che le molliche di pane sono totalmente inutili per ritrovare la strada, per tornare indietro. Serve il filo!”.
“Scusate” così avrei continuato “ma in questo momento devo ascoltare queste ventitré listerelle di metallo verniciato di verde. Devo comprendere appieno quello che hanno da dirmi”.
“Scusate” così avrei finito “ma i messaggi vanno ascoltati, non importa da chi provengano, e nel caso riferiti, non importa se capiti o meno”.
Sono rimasto quindi fermo, a lasciare che il freddo scalasse piano le mie gambe e trasformasse lentamente le mie mani in piccole e perfette sculture bluastre. Sapevo che loro mi avevano già perdonato. Sapevo che loro mi avrebbero più tardi aiutato a riferire il messaggio.
Perché questo è uno di quei messaggi che va riferito.
Il contenuto? Il contenuto non ha importanza. Che ognuno scelga il suo.
Ascoltate. Ascoltate bene. Ascoltate con la stessa attenzione che avreste quando qualcuno che amate sussurra al vostro orecchio.
Le parole dense, quelle fatte di schiuma, quelle fatte di latte, quelle fatte di terra e acqua non viaggiano mai sulle urla, preferiscono farlo su un sussurro.
Ascoltate e una volta che avrete compreso, ma compreso bene, riferite il messaggio.
Lo sforzo della comprensione sarebbe vano in caso contrario e i cimiteri delle parole non dette, delle cose non fatte, dei sentimenti non vissuti, degli abbracci non dati sono troppo affollati per accogliere anche i nostri rimpianti.
La saracinesca che mi sta di fronte è composta esattamente da ventitré listerelle di metallo. Metallo verniciato di verde scuro. Sul loro numero non vi è dubbio. Lo so per certo. Per sicurezza le ho ricontate un paio di volte. Bisogna essere sicuri di ciò che si dice.
L’ho toccata. E’ calda. Chissà perché la cosa non mi ha sorpreso.

 


 

POLLICE VERDE (una favola per adulti)

Non che pensasse di possedere quello che nel gergo comune è chiamato “pollice verde”…Anzi!.
Era ben consapevole che ogni vegetale, fosse pure una zucchina, avrebbe trovato morte certa fra le sue mani.
Il tempo necessario era esattamente quello che occorreva per fare a passo svelto il tratto di strada che separava il fioraio da casa sua.
Non importava quanto lucide, floride e polpose fossero le foglie,robusto il fusto, colorati e ben dischiusi i fiori.
Pochi minuti e quell’esagerata esplosione di vita offerta da sua Maestà Natura si sarebbe tramutata nella più deprimente immagine di morte.
Il processo sembrava seguire sempre le stesse tappe, sia si trattasse di una passiflora caerulea che di un più banale cactus.
Dapprima appassivano i fiori.
Quei maledetti erano i primi a darsela a gambe! Cominciavano con l’abbassare cautamente i loro bei visini variopinti, come per dire “beh noi ci mettiamo qui zitti zitti a riposare un pò…solo un attimo!”, intanto provvedevano a raggrinzirsi lentamente, così da non essere subito scoperti, viravano di colore verso un omogeneo marrone cacca e infine con una spettacolare piroetta provvedevano a staccarsi dalla loro unica fonte di nutrimento per depositarsi ai piedi del vaso.
Poi toccava alle foglie (questo passaggio era ovviamente saltato dai signori cactus).
Decisamente più bastarde le foglie…Si più bastarde! Ma più oneste.
Non le regalavano nemmeno il dolce balsamo dell’illusione.
Non amavano prenderla in giro.
Morivano e basta.
Senza troppi preamboli, senza troppi giri di parole.
Un attimo prima verdi e rigogliose, un attimo dopo così secche da far invidia ad una mummia.
E mentre fiori e foglie la distraevano, le radici si davano ad un ostinata anoressia, rifiutando di assumere la benché minima quantità di cibo, sebbene si trattasse di acqua freschissima allungata con dell’ottimo fertilizzante.
Col tempo si era convinta che non fosse lei a causarne la morte ma loro a lasciarsi morire.
Forse la sua casa era una sorta di “cimitero degli elefanti”.
Il luogo prescelto dai vegetali per dire dignitosamente addio alla vita.
Idea bizzarra ma sempre meglio dell’essere il “serial killer delle piantine d’appartamento”.
Nonostante tutto le piantine venivano regolarmente acquistate e altrettanto regolarmente si abbandonavano all’eterno riposo dopo poche ore.
Fu per questa ragione che svegliandosi quella mattina non credette ai suoi occhi quando vide la viola, comprata la sera prima in un mercatino rionale, ancora rigogliosa.
Non una foglia gialla, ne un fiore dall’aspetto vagamente malaticcio.
Tutto in lei era il ritratto perfetto della salute, con tanto di vigoroso appetito.
“Ma in questa casa non è abitudine fare colazione al mattino?” sembrava chiedersi indispettita la piccoletta.
Corse a prendere l’innaffiatoio affinché non si potesse dire in giro che era una pessima padrona di casa.
Versò alla sua ospite un abbondante porzione e attese.
Attese perché l’esperienza le aveva insegnato a non fidarsi.
Poteva sempre trattarsi di una viola con tanto senso dell’umorismo.
E a lei non piaceva illudersi.
Rispettò comunque tutte le regole che l’ospitalità impone : non per nulla aveva ricevuto una buona educazione.
Un comodo giaciglio, pasti abbondanti e regolari, conversazione piacevole ma mai noiosa, senza tuttavia serbare troppe speranza nel rivedere la propria ospite il mattino successivo, nonostante il trattamento da hotel a quattro stelle.
Invece non solo l’alba del nuovo giorno la vide la, di fronte alla grande finestra del salotto, ma la trovò ancora più in forma della sera precedente.
Un autentico miracolo.
La piccola viola infatti, commossa da cotanta premura, era giunta alla conclusione che il minimo che potesse fare era mostrarsi nella sua veste migliore, convinta com’era che la visione della bellezza confortasse l’animo e rallegrasse lo spirito.
Fu così che diede vita ad un autentica esplosione di fiori, foglie e profumi.
La nostra squisita padrona di casa guardava sbalordita la velocità con cui la sua violetta cresceva.
Sempre più robusta, più alta, tanto da indurla ad acquistare un vaso più grande così da permettere alle radici di espandersi a loro piacimento.
Neanche quest’ennesimo gesto di autentica cortesia passò inosservato e fu ben ripagato.
Un solo attimo di paura pervase l’animo della nostra ex sterminatrice di piantine d’appartamento.
Fu quando un dispettoso e secchetto parassita decise di fare dimora fissa sulle foglie della nostra viola.
L’inverno appena passato aveva messo a dura prova l’esile corpicino del parassita e le succulente foglioline di viola erano una tentazione troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Giusto il tempo di mettere su un pò di pancetta e riprendere un pò di colorito.
Non fu nulla di più di un raffreddore passeggero, un’influenza stagionale.
Due etciù etciù,un naso smoccolante, una montagna di fazzoletti usati e in men che non si dica la nostra pianticella riprese tutto il suo vigore, grazie soprattutto alle costanti cure della padrona di casa.
Quasi volesse farsi perdonare quella caduta di stile, a cui l’aveva costretta il momentaneo malanno, regalò fiori ancora più belli e profumati.
Invase la stanza e pian piano tutta la casa con la sua fragranza e decise che finché avesse ricevuto un trattamento così esclusivo avrebbe continuato a mostrarsi in tutta la sua bellezza, in onore di chi l’aveva così tanto amorevolmente accolta nella sua dimora.
morale: l’essere dotati di una manciata di neuroni ci rende, in definitiva, così differenti dal regno vegetale?

 


 

FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI

È compito arduo poter definire cosa sia, per ognuno di noi, quel meravigliosamente sputtanato sentimento che, per convenzione, chiamiamo amore.
Che poi, diciamocela tutta, non è che si debba per forza definire tutto in modo cristallino.
I sentimenti, buoni o cattivi (o anche leggermente bricconcelli), non necessitano di molte spiegazioni. Si provano. Tutto qui.
Ma l’essere umano è bizzarro.
Questa santissima evoluzione ci ha donato un sistema nervoso molto più sviluppato rispetto agli altri primati, una corteccia cerebrale da standing ovation, che ha molti vantaggi (per l’amor del cielo! Chi oserebbe affermare il contrario) ma anche qualche piccolo, irrisorio, praticamente trascurabile svantaggio come quello di arrovellarsi deliziosamente e con una certa inquietante recidivitá il cervello.
Ci piace. Inutile negarlo.
Rimurginare sul significato, la provenienza, la composizione, l’origine, il fine, lo scopo del macromondo intorno a noi, ma soprattutto del micromondo dentro di noi, genera nell’essere umano un piacere non dissimile da un orgasmo.
Si. Siamo dei masochisti.
E sulla solida base di questo masochismo gongoliamo dissezionando tutto ciò che ci capita sotto mano.
Figurarsi, dunque, se un sentimento cosí succulento come l’amore poteva essere semplicemente vissuto. No, no, DISSEZIONE!
E sotto la fredda luce di una sala autoptica ognuno è pronto, chi più chi meno, a dare la sua opinione.
“È questo” “No, è quello” “Ma no, è quest’altro” “Sciocchi, è questo più quello” ” Macché, è quest’altro meno quello”… E via dicendo fino a stilare un elenco confusionario quanto vario ma soprattutto pieno di sacro sante verità.
Ognuno avrà piena e completa ragione perché, quando si tratta del nostro micromondo interiore, le regole le dettiamo noi. Siamo noi il creatore e noi il creato.
Io ho deciso quale fosse la mia verità sull’amore tempo fa in modo del tutto casuale.
E devo questa scoperta a mia madre (ti avrò mai ringraziato per questo?).
In una delle nostre brevi ma periodiche conversazioni telefoniche mi parlò dell’afflizione di una sua amica.
Afflizione, condivisa con i fratelli, che derivava dai suoi ormai anziani genitori.
Come spesso succede, dopo tanti anni di scrupoloso lavoro, i loro cervelli avevano appeso di comune accordo alla porta dei loro uffici un cartello : “Torno subito”. E invece, subdoli mentitori, non erano più tornati.
La chiamano demenza. La chiamano.
Fatto sta che i figli si recavano con regolarità nella loro casa per accudirli e provvedere alle varie piccole incombenze.
Ogni volta la stessa scena.
Nella penombra della casa trovavano i due anziani abbracciati completamente nudi nell’intimità del loro letto.
Semplicemente un abbraccio. Solo un abbraccio ma era abbondantemente bastato per suscitare la sgomento, la vergogna, il dissenso, la costernazione dell’intera famiglia che di fronte a quella scena costringeva i due anziani a sciogliere quell’abbraccio e a rivestirsi di abiti e decenza.
L’indignazione del parentato non aveva però fatto demordere i nostri amanti che aspettavano pazientamente che i vari familiari abbandonassero la casa dopo le loro periodiche visite per svestirsi degli abiti e dell’inutile decenza e abbracciarsi nuovamente .
Ecco, dunque, cos è per me l’amore.
Due corpi nudi segnati dal tempo, dai sorrisi e dalle lacrime, dalle discese e dalle salite, che provano ancora il desiderio di perdersi in un abbraccio. Solo uno. Uno ancora.

 


 

L’OROLOGIO

Dormicchiava da qualche tempo nella cucina della casa. Un giorno si era sentito invadere da una grande stanchezza e così aveva deciso di fermarsi a riposare alle diciotto e quarantacinque.
Doveva essere, inizialmente, un pisolino veloce per poi riprendere con più vigore il suo cammino, ma in realtà le diciotto e quarantacinque erano così accoglienti, comode e calde e le diciotto e quarantasei così poco interessanti che decise di prolungare la sua permanenza e, dunque, rimandare la partenza. Solo di qualche giorno, si disse. Qualche giorno per godere del così poco conosciuto piacere di una casa. Fuori, intanto, proseguiva ostinatamente il sussurrio dei minuti, il bisbiglio delle ore, il frusciare dei giorni, la danza dei mesi. La festa del tempo insomma e lui lì, fermo. I giorni si trasformarono in settimane e queste, con un magistrale cambio d’abito, in mesi. E così successe. Successe che, con le sue valigie mai disfatte e l’aria di chi è in procinto di partire da un momento all’altro, le diciotto e quarantacinque divennero il suo domicilio fisso.
Dalla sua comoda posizione privilegiata, all’ora dei pasti e non solo, sbirciava gli abitanti della casa intenti ad affettare pane, rosolare cipolle, scaldare piadine, friggere polpette ed era invaso dall’allegra frenesia di quel piccolo e giornaliero creare. Carpiva ricette, odori, parole, frasi, sorrisi, abbracci e qualche passeggero malumore. Uno di quei malumori di cui si ha bisogno talvolta per capire quanto di buono e di bello c’è nella nostra vita e dentro di noi. A conti fatti il bilancio era più che positivo. Buon alloggio, ottima compagnia, variopinto panorama.
Sapeva bene che il suo destino non era quello di mettere radici ma non trovava nessuna buona motivazione per proseguire il suo viaggio, per segnare un tempo diverso da quello che viveva e faceva vivere.
La stagione calda passò, e arrivarono gentili le prime piogge. Quelle piogge di cui si sente il profumo ancor prima che una sola timida goccia abbia avuto il coraggio di mostrarsi, come quando rientri a casa e sai che qualcuno, quel qualcuno, è lì. Lo sai perché il suo odore ha fatto la spia, il suo odore se l’è cantata. Quelle che attendi con impazienza mentre il sole fa un inchino, saluta e ringrazia il pubblico presente e lascia il centro della scena, per riposarsi dallo sforzo del suo splendere e, a volte, del suo bruciare. Quelle piogge che non scendono giù per nutrire la terra, cibare ruscelli, arricchire cascate, ma solo gli uomini.
Fu col sottofondo di una di queste piogge che una sera, dopo aver gustato il rituale della cena, mentre si trovava in quella piacevole terra di mezzo che separa la veglia e il sonno, più vicino al secondo che alla prima, si sentì afferrare. Sentì due mani decise sul suo corpo semi addormentato. Due mani che non gli erano estranee ma neanche cosi familiari. Impaurito, spalancò gli occhi e si vide strappato dal tepore dei fornelli ancora caldi. Impiegò alcuni minuti per capire cosa stesse succedendo. Impiegò alcuni minuti affinché i suoi neuroni abbandonassero la confortevole terra di mezzo in cui erano cullati e si riappropriassero di tutta la loro razionalità. Impiegò solo alcuni minuti per capire e quando capì si abbandonò a quelle mani. Si abbandonò senza lottare, senza reagire, senza la benché minima rimostranza, senza neanche un tenue “no”, perché sapeva bene di essere in torto. Sapeva di non aver fatto il suo lavoro e ora, giustamente, veniva licenziato per essere magari sostituito da un giovincello pieno di energia, voglia di fare e ambizioni degne di un arrampicatore sociale. Logico. Comprensibile. A lui era stato affidato il sacro compito di segnare il tempo. Il tempo tangibile, concreto, reale. Lui aveva, nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e mentali, deciso di abbandonare il tangibile, il concreto ed il reale, e ora avrebbe affrontato a testa alta le inevitabili conseguenze della sua decisione. Perché le conseguenze, questo lo sapeva, devono essere affrontate a testa alta per dare la giusta importanza alle decisioni che le hanno partorite.
Era così impegnato a rimproverarsi il suo abominevole comportamento che non si accorse delle voci attorno a lui.
“Più a destra! No no, non così. È troppo basso. Alzalo un po’… perfetto!”.
Il “perfetto” fu detto con un tono così deciso che lo fece sobbalzare e finalmente abbandonò i suoi cupi pensieri per dedicare la sua attenzione all’ambiente che, ora, lo circondava. Niente fornelli, niente posate, aroma di cipolla e stoviglie lasciate ad asciugare o a incrostare, secondo i casi. Dunque non era stato licenziato, ma al contrario, a quanto poteva vedere da una veloce occhiata, addirittura promosso.
Dalla cucina al salotto!
Si sentiva così emozionato, eccitato e così straordinariamente vivo che afferrò al volo le sue valigie, pagò il conto e cominciò a correre come un matto.
Così veloce che i suoi passi frenetici riempirono tutta la stanza, percorsero il corridoio e invasero l’intera casa.
Così veloce che ogni tanto qualcosa volava da una delle sue valigie ed era costretto a tornare indietro per riappropriarsi di un calzino.
Così veloce che tutto il fiato che aveva in corpo finì e dovette fare piccole ma frequenti soste per recuperarlo.
Così veloce che respirò come mai, mai, aveva fatto nella sua vita, utilizzando anche il più piccolo degli alveoli che il buon dio gli aveva dato in dotazione.
Così veloce che a tratti sentiva il battito impazzire, smarrirsi, e mentre gli abitanti della casa godevano del rumore dei suoi passi, lui ascoltava, emozionato, il galoppo del suo cuore.
Correva. Correva ma sapeva che un solo giro era troppo stretto per contenere tutto. Troppo piccolo, troppo misero, e allora andava avanti e indietro abbandonando ancora, questa volta con orgoglio, il tempo tangibile, il tempo concreto, il tempo reale.
Sapeva che in alcuni casi, in alcuni miracolati casi, poteva succedere.
Succede quando il tempo ha perso la sua infallibilità.
Quando il tempo è cioccolato caldo.
Quando è olio bollente
Quando è vapore.
Quando il tempo non è proprio più niente.

 


 

FRAMMENTI

Si cibava di carta. Era solito procurarsi tre fogli per volta. La sua piccola scorta personale. Doveva essere spessa, corposa e ruvida ma soprattutto doveva essere carta vergine. Carta che non avesse conosciuto altre carezze, sentito altre storie, visto altri volti, amato altri sorrisi, annusato altri odori, sfiorato altre labbra, accettato altri baci, consolato altri dolori prima di lui. Faceva scorrere dolcemente la punta della penna su di lei scrivendo dapprima lettere e poi parole e infine frasi che fossero capaci di disegnarle addosso un frammento, uno solo, della sua esistenza. Poggiava la penna quando era certo di aver impresso nitidamente quel frammento nella fitta trama della carta. A quel punto sollevava il foglio e staccava piccoli pezzetti che masticava a lungo prima di deglutire. Era così che scopriva che sapore avesse, o avesse avuto un tempo, la sua vita. E masticando alle volte si commuoveva, altre sorrideva, altre si impensieriva, altre ancora rideva. Sono queste che ricordo meglio o forse sono queste che ho voluto ricordare. Quelle volte in cui il suo viso, improvvisamente, tra un pezzetto di carta e l’altro, rideva. E ridevano gli occhi, e le labbra, e a me non importava nulla del perché lo facessero. Non importava nulla di sapere che sapore avesse quello specifico pezzettino di carta. Mi bastava vederlo felice. Mi bastava saperlo così. Si cibava della carta su cui scriveva la sua vita. E io ho sempre sperato che ci fossero piu pezzetti dolci che amari. Anche se sapevo che non era cosí. Per questo il suo sorriso è sempre stato il mio spettacolo preferito.


MONOLOGO DI UN PALLONCINO

Trattienimi, stupida bambina viziata! Non lasciarmi andare! Chiudi quelle tue grassocce e sudaticce mani attorno al mio filo.
Chiudile bene, maledizione!.
Se stringi forte quel fottuto zucchero filato, per cui hai tanto deliziosamente violentato le orecchie di mezzo parco, si mescolerà con le tue infantili goccioline di sudore rigorosamente inodore ….
Perché lo sai che il sudore dei bambini non puzza?.
No! Non lo fa, lui non puzza.
Siamo noi adulti ad andare in giro come carcasse, sempre perseguitati dai nostri odori, così che ci si possa riconoscere a distanza.
Quasi marcissimo dentro.
E’ per nascondere questo odore che ci aggiriamo periodicamente tra i lucenti e ben illuminati scaffali dell’igiene intima e della persona.
I-G-I-E-N-E I-N-T-I-M-A E D-E-L-L-A P-E-R-S-O-N-A.
Senti come suona maestoso?
Perché è una cosa seria.
Ci aggiriamo, si.
Alla stregua di zombi affamati di fresco cervello umano ancora fumante.
Noi però siamo affamati di patchouli, muschio bianco, acqua di sale, viola del pensiero, zenzero, cocco e di tutto ciò che il buon dio ha dotato di un profumo gradevole sulla terra e l’onnipotente buon uomo ha racchiuso in un elegante, colorata, invitante bottiglietta.
Così perfetta da mancarle solo la parola.
“Scegli me, scegli me!!” Sembra dirti dal suo candido scaffale.
“Ho un’efficacia di 57 ore, sono ipoallergenico e iperattivo, antimacchia, antitraccia, antitutto, progettato per resistere ad ogni tipo di sport, dal ping-pong da tavolo all’arrampicata libera e se ti dovesse capitare di fare un regalo a una donna sorprendendola con un altro minuto da aggiungere ai tuoi mitici quattro, non ti preoccupare, bel maschione, non si accorgerà mai del niente che porti dentro”.
Ma tu no! Tu no, innocente angioletto.
Tu non sai neanche quale sia il significato del termine “ghiandole sudoripare”.
Tu, per ora, non ci pensare.
Hai ancora anni di “essenza di bimbo” davanti.
Non ci pensare e stringi forte.
Stringi! Che basta un attimo!.
Se facessi annodare il mio esile filino da quel sant’uomo di tuo padre attorno al tuo paffuto polsino sarei decisamente più tranquillo.
Converrebbe ad entrambi, credimi.
Tu potresti continuare a giocare quasi dimenticandoti di me e io rimarrei legato a te, sospeso a mezz’aria tra il sopra e il sotto, tra il nulla e il tutto, tra il qui e il lì, tra l’adesso e il dopo, tra l’oggi e il domani.
Perché se ci pensi bene, piccola sciocchina, è solo questo misero filo ad ancorarmi a te.
Niente di più di un ridicolo fascetto di fibre.
E allora, MALEDIZIONE, stringilo forte fino a fonderlo in un cemento di sudore e zucchero filato perché se guardo in su vedo solo azzurro.
E l’azzurro è un bel colore ma a me ha fatto sempre un po’ paura”.