Stefania Bardani

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Mi chiamo Stefania Bardani, sono nata nel 1965 e sono programmatore informatico.

Ormai una trentina di anni fa ho partecipato a un concorso di fantascienza classificandomi terza un anno, e prima l’anno successivo. Più o meno nello stesso periodo ho pubblicato qualche racconto su NOVA SF r Futuro Europa (Perseo Libri, ora Elara).


 

L’INCUBO DI UN SOGNO

     Cara madre,
io sto bene e lo stesso spero per tutti voi. È da tanto che non vi scrivo, lo so, ma non è facile trovare della carta. Vittorio mi ha prestato la matita e in cambio domani scrivo per lui una lettera ai suoi cari. Qui al campo di concentramento di Bangalore si sta bene: anche se siamo prigionieri, l’uomo bianco è sempre superiore agli Indiani e gli Inglesi ci tengono a rimarcare questo fatto. Gli Indiani fanno tutti i lavori: puliscono il campo, ci portano il rancio… a parità di miseria noi siamo dei signori.
Com’è lontana Calicella, come mi mancano quelle quattro case su per la collina! Voi avete da mangiare? Il babbo ha trovato qualche lavoro?
Chi l’avrebbe mai detto che avrei attraversato il mondo. Io, che non mi sono mai mosso dal paese, nel giro di qualche mese ho attraversato il mare, ho attraversato il deserto ed ho fatto la guerra.
Ricordi, madre, che a casa mi lamentavo per il vento di primavera? Quanto mi innervosiva l’aria sferzata sulla faccia, ricordi? Ho conosciuto il Ghibli, madre, il vento del deserto. La sabbia si solleva e diventa più fitta della nebbia di ottobre; ma mentre la nebbia ti riempie i polmoni di umidità e ti sembra di affogare, il Ghibli te li riempie di fuoco. Allora per difenderti ti avvolgi nelle coperte, ma quella passa, passa sempre, hai la bocca rossa e te la senti tra i denti e il vento non finisce. Non finisce mai.
Ma poi, invece, finisce e allora ti trovi sepolto dalla sabbia e fai fatica a uscire e hai sete; ma l’acqua è razionata e devi starci attento a come la usi.
Quando non c’è il Ghibli ci sono le mosche. Ai margini del deserto, dove cominciano ad esserci abitazioni, ci sono le mosche. Tante mosche. Più grosse dei tafani nelle stalle del Podestà. Non te ne liberi mai. A volte come rancio ci davano la zuppa con la pasta corta e spesso ci trovavamo le mosche dentro ai gnocchetti; che io le prime volte le toglievo ma poi mi sono stancato: tanto erano cotte ed erano comunque proteine che lì di carne ne arrivava poca. A tappe forzate siamo finalmente arrivati a Sidi el Barrani dove ho vissuto il peggio: eravamo di stanza e ci hanno mandato di pattuglia con un ufficiale. Succede che si scopre che c’è una epidemia di vaiolo. Gli Egiziani non hanno i vaccini e per limitare l’epidemia non ci resta che bruciare i cadaveri, ma i familiari non vogliono perché devono seppellirli secondo le loro usanze e ci urlano contro; allora uno dei nostri spara in aria e li allontana e poi appicchiamo il fuoco alle baracche di sterpi.
L’ultima volta, madre, ce n’erano due vivi dentro. In fin di vita ma non morti e l’ufficiale mi ha dato l’ordine di bruciare la baracca. Non potevo, madre. Non potevo bruciare vive delle persone. Ho cercato di dirglielo e si è arrabbiato. Mi ha urlato di farlo subito che, tanto, erano spacciati. Ma non ho potuto, madre. Non ce l’ho fatta. L’ufficiale non lo sa. Crede che io abbia obbedito.
Adesso è il tramonto qui in India. Ti ricordi i tramonti d’estate a Calicella? Il sole spariva piano piano dietro le colline di Barbiano e tutto diventava rosso e tiepido e calmo. In Egitto il sole precipita; sembra davvero che corra a nascondersi, che non voglia più vedere la guerra degli uomini. Un attimo prima è a metà orizzonte, due battiti di ciglia ed è già sul bordo della terra. Poco dopo è scomparso. Anche i tramonti non sono belli, lontani da casa.
Gli Inglesi ci hanno preso prigionieri il 10 dicembre del 1940 dopo un feroce combattimento. Noi avanzavamo verso di loro ma ci hanno accerchiato e catturato. Ci hanno deportato in India. Più lontano da casa di così credo che non sarei potuto capitare. Il viaggio è stato estenuante e abbiamo patito fame e sete. Sinceramente credevo che non ce l’avrei fatta. Ora che ti scrivo, è il 10 agosto 1941; non so quanto durerà la guerra e quanto ancora dovremo rimanere qui prigionieri.
Ogni tanto gli ufficiali ci permettono di uscire dal campo per visitare i dintorni. Siamo sempre intruppati e controllati a vista, ovviamente, ma sia noi prigionieri che le guardie abbiamo bisogno di distrarci per non morire di noia e per non creare disordini nel campo.        Un giorno ci hanno portato a un mercato locale dove la gente vende i frutti del proprio orto. Sono tutti seduti in terra, madre, senza nemmeno una sedia. Hanno i loro prodotti in uno straccio e la gente che passa sceglie e compra. Le mucche qui girano libere. Non sono di nessuno, davvero! Qui le considerano sacre, pensa. Nessuno dà loro fastidio in alcun modo; alcuni addirittura mettono delle ghirlande di fiori intorno alla loro testa. Le mucche sono magre come le persone; non capisco come facciano a stare in piedi. Quando siamo andati al mercato, abbiamo visto una mucca che stava mangiando le verdure di un poveretto che si lamentava e agitava le mani per convincerla a non mangiarsi il suo misero raccolto, ma questa non lo ascoltava. Allora siamo intervenuti noi: io e Vittorio l’abbiamo spinta via e con una pacca sui quarti posteriori l’abbiamo fatta allontanare.
Madre, quell’uomo aveva gli occhi umidi. Continuava a ringraziarci e a dire che era stato Dio a mandarci. Ci pensi, madre? Dio che orchestra tutta questa guerra, la distruzione, la fame, i morti… tutto perché io possa essere fatto prigioniero, deportato in India e andare al mercato e scacciare la mucca per quell’uomo. Sarebbe da chiedere al prete di Arola cosa ne pensa.
Ormai la carta è quasi finita e devo terminare la lettera. Quello che posso fare ancora è ringraziare te e il babbo per aver voluto che studiassi e per avermi fatto fare la 5a elementare. Sono uno dei pochi che sanno leggere, scrivere e fare di conto. Aiuto tutti i miei compagni a scrivere alle fidanzate e alle famiglie, e scrivo anche gli articoli sul giornalino interno che ciclostiliamo e vendiamo ai commilitoni, dal titolo Il prigioniero sportivo.
Pensa! Ho imparato a giocare a tennis tavolo e facciamo anche i tornei di calcio. Ho partecipato alla stesura del testo e alla recita di una piccola commedia dal titolo L’Incubo di un Sogno che andrà in scena a momenti. Infatti, madre, ti sto scrivendo da dietro le quinte. Ora sul palco c’è Amabile che sta intonando una canzone napoletana, e quando avrà finito andremo in scena io, Vinci, Negri e Pancaldi. Avresti mai creduto di mandare alla guerra un garzone e di vedertelo tornare attore?
Dai un abbraccio ai miei fratelli e non ti preoccupare per me che sono sano e salvo.