Fuck Bukowski – Call for Submissions for The Ramingo’s Porch Third Issue

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Hey there Ladies and Gentlemen!
It’s time to set your writing tools for the new theme and deadline of the Ramingo’s Porch. We did such a great party with the “Love, Spring and Revolution” issue and we want to bring you a lot of fun also for this one. After months and months and some days (few minutes…) we find out the next theme: Fuck Bukowski. Yes, exactly Uncle Hank! Continua a leggere

Lo chiamavano ubriacone

Charles Bukowski

Un bancone di legno lucido. Una musica lontana trasmessa da una radio a valvole; quel suono gracchiante e misterioso che ha affascinato più di tre generazioni di persone. In fondo alla sala piena di fumo se ne sta seduto un poeta trasandato, con la pancia da birra che spunta sotto ad una maglietta nera, la sigaretta tra l’indice e il medio che si fuma da sola, i capelli lunghi, radi e collosi.

Un viso butterato si alza dal bicchiere di whisky per buttare occhietti indagatori qua e là per il bar.

La gente gli passa davanti senza rendersi conto del suo dolore.

I più lo ricordano per le parolacce nascoste nel suo Taccuino di uno sporcaccione o per quegli atti ai limiti della bestialità descritti in Compagno di sbronze.

Quei più sono “la gente morta” che è Nata dentro a tutto questo e che è troppo ottusa per rendersi conto della sua presenza.

Il guscio da ubriacone, l’etichetta di artista maledetto e di sporcaccione, il ritratto del personaggio anti accademico e pericoloso per il governo americano degli anni 50, difficilmente si fa penetrare da occhi qualsiasi per quello che è veramente: un genio malinconico, un martire del boato sociale.

Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche ora, vederlo seduto su una poltrona di pelle, magari al fianco di Linda Lee, la sua Musa preferita, mentre pensa ai piedi sofferenti stritolati dalle “scarpe da lavoro”.

Bisogna pensare alla sua giovinezza a quando scrisse di sé che: “era bello esser giovani ma io non lo sapevo, somaro/ affamato, testardo irragionevole, leggendo quella/ torre di ben esercitato dispotismo letterario, la Kenion Review.”, seguirlo nelle notti passate a fare a pugni e nelle mattine “in biblioteca con un occhio chiuso,/ il labbro gonfio, le dita spellate, un polso dolente e/ infiammato come l’inferno”.

Bisogna pensare a suo padre che gli diceva sempre “presto a letto e/ presto alzato fanno un uomo sano, ricco/ e fortunato” e che, nonostante abbia seguito quella routine riempiendolo di botte tra un pomeriggio e l’altro, è “morto giovane, spiantato,/ e, penso, non tanto/ fortunato.”

Il poeta, invece, era tutt’altro, faceva sempre tardi, amava passare la propria vita ad esaurirsi in lettura, pugni e pupe.

Il poeta, quel’ “uno che mio padre/ non ha mai/ conosciuto”.

La storia ce l’ha sbattuto davanti fradicio d’alcool, con la barba posticcia e la maglietta bucata dalle bruciature di sigaretta dimenticando i versi dolorosi dedicati ad una vecchia ragazza che, vista giocarsi l’elemosina raccolta alle corse dei cavalli, gli fa pensare alla gravità della sopravvivenza.

“Aveva ragione lei, naturalmente, è/ una questione di sopravvivenza – la General Motors lo/ fa, tu lo fai, il gatto lo fa, così/ fa l’uccello, le nazioni lo fanno,/ le famiglie lo fanno, io lo faccio,/ il pugile qualche volta lo fa,/ lo si fa quando si/ compra una pagnotta, a volte si fa/ per pazzia e per paura, si/ fa nello studio del dottore e/ nei vicoli nascosti,/ si fa dappertutto/ tutte le volte/ si fa e si rifà:/ tutti vogliamo sopravvivere.”

Lui ci ha provato scrivendo, vivendo le sue poesie, alimentando quella fiammella che lo rendeva orgoglioso pur sapendo che questo gli avrebbe comportato lo stesso dolore di un animale in gabbia.

Se sai come prenderlo lo puoi trovare mentre si lascia andare, mentre spera di restare un perdente e di affogare nella stessa melma in cui moriva il resto della gente; in quei momenti prende la macchina da scrivere e ti rivolta lo stomaco con versi secchi: “devi accettare questa/ realtà/ di cui fanno parte tante nazioni con/ riserve di armi nucleari sufficienti a/ far saltare il centro della/ terra/ per liberare alla fine/ il Demonio/ Stesso/ con la sua/ vomitata rosso fuoco di liquido/ fato”

Quel poeta non c’è più e con lui sono spariti gli ultimi strascichi della Beat Generation, tutti i sogni e le illusioni di un’America diversa, di un tempo fratturato tra l’azione e la disfatta.

Quel poeta ora dorme sotto un prato, tenendo come coperta una lapide di marmo che ammonisce chi lo va a trovare di “NON PROVARE” la sua stessa vita.

Quel poeta, Henry Charles Bukowski.

Per gli amici Hank.

Mendes Biondo

(Giornalista Pubblicista)